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Lo scorso dicembre Sasha Fleischman, adolescente della California, ha rischiato di bruciare viva su un autobus. Qualcuno ha dato fuoco alla sua gonna, probabilmente per punire la sua scelta di vita: non identificarsi come uomo né come donna. La cronaca a riguardo ha dato il via ad una mostra fotografica su coloro che non esprimono il proprio sesso, ovvero i cosiddetti Agender, a favore dell’informazione e contro le violenze fisiche e verbali che subiscono tali individui perché apparentemente ‘ambigui’.

Il termine Agender, infatti, descrive un individuo che riporta la mancanza di un genere, maschile o femminile, o il mancato riconoscimento del proprio genere sessuale all’interno della dicotomia tipica; pur essendo categorizzate come persone DFAB (Designated Female At Birth) o DMAB (Designated Male At Birth). È bene rimarcare la differenza, quindi, tra il genere e l’orientamento sessuale, infatti gli A-gender possono avere qualsiasi orientamento sessuale poiché indipendente dal genere che, in tal caso viene inserito nel Genderqueer, ovvero nel ‘genere altro’ o terzo genere, in cui potersi identificare con i generi sia maschile che femminile, con nessuno dei due o una combinazione di entrambi (National Center for Transgender Equality, 2009). Tali individui, che si definiscono Agender, riferiscono quindi, più ‘banalmente’ un genere neutro per cui sono stati creati anche pronomi attraverso cui riferirsi loro. Ad esempio con zie ci si riferisce a ‘lui/lei’, con hir a ‘suo/sua’, mentre essi diventa in questo caso un pronome singolare.

L’importanza, dunque, di poter nominare un genere nasce dal costrutto sociale di genere, per catalogare gli individui e determinare così le loro caratteristiche (Gilber & Scher, 1999). In letteratura scientifica tale differenziazione di genere non è ancora così specifica e forse proprio per questo motivo sarebbe più alto il rischio per tali individui Genderqueer (Agender, più nello specifico) esperire livelli più alti di discriminazione, se paragonati alla comunità Transgender (Harrison, Grant & Herma, 2012). Numerosi studi a riguardo hanno anche messo in luce come questi soggetti Genderqueer/Agender abbiamo livelli di ansia e depressione più elevati rispetto alle identità di genere conformi alla dicotomia maschile e femminile che li renderebbe bersagli di vessazioni e di comportamenti aggressivi in quanto stigmatizzati dagli stereotipi e dalle categorie sociali (considerati stressor) che non riescono a farli rientrare nella ‘normalità’ in questo caso sia quotidiana che statistica (Budge, Adelson & Howard, 2013; Hendricks & Testa, 2012).

Avendo cercato di delineare un minimo profilo di tali individui, innanzitutto persone con un proprio genere, seppur ‘indeterminato’, ma con un preciso orientamento sessuale che comprende tutti gli orientamenti (eterosessuale, omosessuale, bisessuale, pansessuale) è bene muoversi in più direzioni. Anzitutto dalle definizioni, ovvero riuscire a catalogare ciò che non si conosce è un passo in più per l’uomo per la metabolizzazione di nuovi concetti; quindi ci si deve muovere nel senso della ricerca scientifica al fine di studiare e comprenderne meglio anche la psicologia di tali individui. In secondo luogo bisognerebbe muoversi sul sociale, attraverso l’informazione e l’aiuto da parte dei professionisti quali psicologi, sessuologi al fine di far cadere i pregiudizi in primis alle categorie ‘responsabili’, poi, dell’‘istruzione’ del singolo che, a quel, punto, può davvero rapportarsi in modo civile e rispettoso a questo nuovo tipo di realtà poiché se è vero che la propria libertà finisce dove inizia quella dell’altro, l’altro potrà, a volte, definirsi anche un essere neutro.

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