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Recensione a cura della tirocinante Mercy Ponziani

Di recente Netflix ha rilasciato il sequel del film “365 giorni”, dramma erotico polacco che ha fatto il suo debutto nel 2020, registrando un boom di visualizzazioni e destando non poco clamore tra gli spettatori di tutto il mondo. La trama ruota attorno ai protagonisti Massimo (Michele Morrone) e Laura (Anna-Maria Sieklucka) e racconta del rapimento della donna da parte del boss mafioso, che intende tenerla prigioniera proprio per 365 giorni, al termine dei quali, se lei non si sarà innamorata, verrà liberata.

Seppur edulcorato e vago, il tema di fondo del film è la Sindrome di Stoccolma, e per questo seguirà una piccola disamina circa tale fenomeno (e non solo), ben noto nell’immaginario collettivo ma poco approfondito. Il termine Sindrome di Stoccolma fu coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot a partire da un fatto di cronaca, accaduto nel 1973 in Svezia, quando: quattro impiegati di una banca di Stoccolma – vittime di sequestro per sei giorni da parte di due rapinatori – una volta rilasciati, espressero sentimenti di solidarietà verso i sequestratori, arrivando a testimoniare in loro favore e mostrando ostilità verso le autorità e verso chiunque vi andasse contro.

La sindrome indica perciò un particolare stato psicologico a cui possono andare incontro persone vittime di un sequestro (anche domestico) o di un abuso (fisico, emotivo) ripetuto, che “paradossalmente” cominciano a nutrire sentimenti positivi verso il proprio aguzzino. Tali sentimenti possono andare da: una semplice simpatia o solidarietà, ad un attaccamento e, in alcuni casi (come nel film) persino amore. Ma in che modo possiamo leggere tale fenomeno? Da una prospettiva evolutiva, la risposta psicologica della vittima aumenterebbe le possibilità di sopravvivenza della stessa: i sentimenti positivi provati per il sequestratore rappresenterebbero una valida risorsa per compiacere quest’ultimo, inducendolo ad adottare un comportamento più umano e magari a concedere la libertà.

Secondo una visione psicoanalitica, la sindrome rappresenterebbe una risposta inconscia di difesa al trauma del sequestro più che una scelta (consapevole) strategica di sopravvivenza: in situazioni di pericolo e stress intenso, nella mente umana si attiverebbero i cosiddetti “meccanismi di difesa”, che permettono di fronteggiare l’evento, risparmiando gran parte della sofferenza esperibile e operando in modo inconscio. Alcuni studiosi, ritengono invece che alla base del legame tra vittima e carnefice ci sia uno stato di dipendenza concreta: le vittime solitamente dipendono in toto dai loro sequestratori, anche per quanto riguarda i bisogni primari, fornendo tutto ciò che è essenziale alla vita della vittima.

Gli esperti descrivono la Sindrome di Stoccolma come una tipologia di legame traumatico, che coinvolge una persona che assume una posizione dominante (sequestratore o abusante) rispetto ad un’altra (vittima), privandola della sua libertà psico-fisica. La manifestazione della condizione dipende essenzialmente dalla personalità della vittima: è molto più probabile che essa si riscontri in soggetti con personalità fragili (anche se non sembra essere il caso della protagonista Laura) e poco strutturate.

Il carnefice solitamente utilizza come arma la manipolazione per depersonalizzare la vittima spingendola, ad esempio, a credere che nessuno verrà a cercarla o a salvarla. A tal proposito – nel film – quando lei cerca di fuggire, Massimo le mostra foto dell’infedeltà del suo ex dicendole che gli è stata consegnata una lettera (fittizia) di addio a suo nome. Ma, in condizioni di sequestro, è possibile che avvenga l’opposto? Sì, e in questo caso si parla di Sindrome di Lima – per un fatto di cronaca del 1996 avvenuto in Perù – altro fenomeno sottinteso nel film. Come è intuibile, si tratta di una condizione “paradossale” in cui i sequestratori si sottomettono alle richieste delle vittime, tanto da arrivare a liberarle senza richiedere alcun riscatto.

Spesso, ciò che porta a tale sindrome, è la comparsa del senso di colpa per ciò che è stato fatto o un particolare processo di identificazione con la vittima (empatia). Diversi sono gli atteggiamenti tipici riscontrati nel sequestratore: non utilizza violenza (es. Massimo, dopo un po’ abbandonerà gran parte degli atteggiamenti e comportamenti coercitivi iniziali); concede determinate libertà (es. shopping, smartphone e laptop, cibo tipico polacco) o, addirittura, permette alla vittima di liberarsi o quasi (es. ritorno dalla famiglia e dalla migliore amica in Polonia); si preoccupa per la vittima (es. per i problemi di cuore di lei); stabilisce una comunicazione più aperta e intima (es. condivide esperienze passate); promette alla vittima protezione. E, in alcuni casi, si sente attratto dalla vittima: come decisamente accade in “365 giorni”!

Nella pellicola, queste due condizioni sembrano andare di pari passo, assumendo i colori più accesi di un sesso sfrenato e trovando una risoluzione più rosea che è l’amore reciproco (entro due mesi)! In conclusione, è importante sottolineare che sono scarsi gli studi scientifici in merito ai temi trattati e, non rientrando tra le condizioni psichiatriche o in manuali di psicologia, non vi sono criteri validati per poter formulare una vera e propria diagnosi. Di conseguenza, non è previsto alcun piano terapeutico specifico. Tuttavia, per quanto riguarda la Sindrome di Stoccolma, sembrano essere essenziali: il supporto, l’affetto e la presenza di una buona rete socio-familiare.

Riferimenti
https://www.scienzeforensi.net/blog/index.php?carnefici-o-principi-azzurri–i-molti-volti-della-sindrome-di-stoccolma

 

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