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È il capolavoro-scandalo di Liliana Cavani, la registra italiana che nel 1974 ha presentato questa pellicola dai contenuti forti e scaturenti intense reazioni, inizialmente censurati in Italia ed al contempo criticati positivamente ed ancora attualmente graditi alla biennale del cinema di Venezia 2018. Si è proposto come un eccezionale melodramma psicanalitico e ha rappresentato un autentico inno alla libertà espressiva.

Un’atmosfera grigia e spettrale, dai toni decisamente cupi, soffocanti e funebri, sovrasta la Vienna post-nazista del 1957 ancora ferma al ricordo delle terribili vicende dell’olocausto. In un hotel giungono ospiti un direttore americano d’opera lirica e la sua giovane moglie Lucia (Charlotte Rampling), un’ebrea sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, la quale è inconsapevole del fatto che di lì a poco il destino le permetterà di rincontrare Maximilian (Dirk Bogarde), ex ufficiale delle SS nel campo di concentramento dove era detenuta, nonché suo aguzzino conosciuto in un perfetto clima di violenza, la stessa che ha perversamente caratterizzato la relazione sadomasochista instauratasi tra i due protagonisti.

Psicologicamente dipendente e perversamente sottomessa, Lucia accetterà e ricambierà la passione del suo aggressore probabilmente attuando meccanismi difensivi inconsci di regressione, negazione o identificazione con lo stesso (ciò che avviene solitamente nelle sindrome di Stoccolma). Se Max si nutrirà del corpo anoressico e senza luce della sua “bambina” sottomessa, al contempo desidererà essere dominato e cercherà di soddisfarla portandole in dono un feticcio, ovvero la testa di un suo compagno di cella, così come Erode fece nei riguardi di Salomè, colei che assunse le sembianze del seducente male, sua figliastra e protagonista del martirio di Giovanni Battista.

Max è un criminale di guerra e portiere in quell’hotel, dove, sotto falso nome, lavora ossessivamente per compiacere gli ospiti quasi per colmare il vuoto procurato dal male che alberga dentro di lui. In quello stesso hotel si muove protetto dall’oscurità della notte nello stesso modo in cui una talpa scava la sua tana per evitare che la luce, simbolo di coscienza e conoscenza, gli possa mostrare le gravi responsabilità e gli possa far provare il senso di colpa e di vergogna che lo soffocherebbero e lo accecherebbero. Vive nel terrore che testimoni sopravvissuti all’olocausto possano riconoscerlo e svelare i crimini che ha compiuto insieme agli ex camerati nazisti, con i quali nel frattempo intrattiene segretamente incontri nell’hotel per sottoporsi ad una sorta di processo storico-psicologico che scavi nei suoi ricordi più intimi non per permettere un’espiazione di colpa, ma per continuare ad allontanarla, mediante meccanismi difensivi di negazione e rimozione.

Lucia rappresenterebbe il testimone più scomodo che potrebbe denunciarlo decidendo così sul destino del suo aguzzino nello stesso modo in cui lui aveva avuto il potere di decidere del suo durante la prigionia nazista. Dopotutto, potrebbe essere solo una strana coincidenza, ma etimologicamente Lucia significa “ciò che è luminoso e splendente”.

Nell’antica Roma venivano chiamati con tale nome i bambini che nascevano alle prime luci dell’alba o in generale in giornate particolarmente lucenti. Pertanto, adesso potrebbe essere Lucia la luce di quello stesso riflettore che durante la detenzione nazista era Max a possedere accecandola invadentemente. Adesso potrebbe essere lei coscienza e conoscenza di un passato da svelare piuttosto che continuare a celare, divenendo simbolo di cambiamento. Invece, rincontrarsi nelle nuove vesti borghesi significherà riconoscersi nella violenta sofferenza di una memoria passata ancora vivida nei loro sguardi fissi, spaventati ma al contempo alimentati da questa passione che continuerà a nutrire la malsana e perversa relazione in cui i ruoli del sadismo e del masochismo quasi saranno invertiti. L’ossessione dei ricordi sarà la stessa che alimenterà pericolosamente la loro unione eccitante e autodistruttiva. Il pericolo sarà pertanto sia interno alla coppia, che esterno e rappresentato dagli ex camerati di Max, nonché dalla società che li sorveglia. Riavvicinandosi saranno i fantasmi della memoria a vincere, a riprendere forma e a sviscerarsi attraverso un potente meccanismo compulsivo di coazione a ripetere, che li condurrà a rivivere una seconda ed ultima prigionia, la quale, a sua volta, li condurrà alla sconfitta: camminando l’uno accanto all’altro, ormai esanimi, su un ponte lungo e grigio, rischiarati da una flebile luce, moriranno colpiti da proiettili che li faranno accasciare lontani e separati per sempre l’uno dall’altro.

È un film intenso, pieno di ombre e di vergogna che è riuscito a turbare ognuno di noi a causa dei temi così violenti e disturbanti. È una storia che si nutre di forze dicotomiche a tratti unite simbioticamente: la luce del giorno dalla quale si scappa e il buio della notte nel quale ci si rifugia; responsabilità e vergogna; ed ancora il tema della trasgressione sessuale immerso in uno scenario funebre di una Vienna ancora assorbita nel ricordo del nazismo, come se si volesse perversamente unire la forza dell’Eros alla distruttività di Thanatos in uno scenario altamente pericoloso e distruttivamente eccitante.

 

Recensione a cura di Antonella Lolaico

 

Sitografia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Salom%C3%A8_(figlia_di_Erodiade)

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_portiere_di_notte

 

 



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