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La Sindrome di Berlino è un film che sia livello artistico che tecnico ha purtroppo pochi pregi e molti, notevoli difetti. Tra gli aspetti positivi vi è senz’altro la capacità della regista di mantenere alta la tensione quasi fino alla fine, compito particolarmente arduo data la trama e l’ambientazione; va altresì riconosciuto che la performance dell’attrice protagonista è sufficientemente buona, e suscita nello spettatore un certo grado di coinvolgimento. Gli aspetti negativi sono tuttavia troppi, da gravi errori della sceneggiatura (soprattutto alcune enormi sviste nel finale) fino allo scarso spessore dei personaggi, poco caratterizzati, e della trama, il cui contenuto di fondo appare piuttosto scontato e scialbo, se non addirittura irritante. Sembra insomma un’occasione mancata di realizzare quello che poteva essere un buon thriller o un poliziesco, ma che nel risultato finale somiglia più ad un dozzinale, piatto e patinato film da serie-tv.

Tuttavia può essere interessante sapere che, per quanto sembri improbabile, la trama è ispirata a fatti realmente accaduti, ed anche in diverse occasioni. Il film infatti racconta la storia di una giovane turista australiana a Berlino, che incontrando un professore d’inglese con il quale ha una breve avventura, viene fatta prigioniera nell’appartamento in cui lui l’ha condotta, all’interno di uno stabile disabitato; dovrà lottare usando l’astuzia più che la forza per cercare di liberarsi. Casi simili di sequestro a scopo sessuale compaiono purtroppo periodicamente sulla stampa internazionale: forse il più tristemente noto è quello di Elizabeth Fritzl, una giovane austriaca tenuta segregata in cantina ed abusata fisicamente, psicologicamente e sessualmente per ventiquattro anni dal padre Josef, scoperto dalla polizia solo nel 2008. Un altro caso che destò molto scalpore sempre in Austria fu quello di Natascha Kumpusch, rapita a dieci anni da un uomo del suo vicinato, ed abusata e tenuta segregata per otto anni, fino al 2011.

Purtroppo, innumerevoli altri casi sono presenti negli archivi della polizia di ogni paese, incluso il nostro. Un’analisi di questi fenomeni, rivela che per la maggior parte si tratta semplicemente di crimini compiuti da soggetti tecnicamente definiti ‘psicopatici’, incapaci di provare empatia, senso di colpa e rimorso, ma lucidamente consapevoli delle conseguenze dei propri gesti: per quanto pesantemente disturbati, non si tratta quasi mai di soggetti deliranti, quali gli schizofrenici o altri tipi di psicotici (da non confondere quindi le definizioni ‘psicopatico’ e ‘psicotico’, che malgrado l’assonanza descrivono condizioni completamente diverse). Proprio la lucidità permette agli psicopatici di commettere i propri crimini restando impuniti anche per anni: sanno come mantenere un’apparente facciata di normalità e di rispettabilità sociale. Riguardo le vittime, davvero poco si può dire di generalizzabile: ogni caso ha le sue peculiarità. Le dinamiche più ricorrenti sembrano comunque essere due: l’impotenza appresa (Seligman, 1967), e la ‘sindrome di stoccolma’. La prima è una sorta di soggezione psicologica originata da abusi fisici ed emotivi e che persiste nel tempo, anche quando la fonte degli abusi è temporaneamente assente o non è definitivamente più presente. Questo meccanismo potrebbe spiegare come mai, al netto della disparità di forza fisica, molte vittime di abusi spesso non tentano di reagire o di fuggire quando potrebbero, o non colgono tutte le occasioni disponibili per farlo, né sembrano in grado di pianificare una strategia volta a sopraffare l’aggressore o a sfuggirgli: sembra più facile per loro adattarsi alla nuova condizione, nella speranza che un intervento esterno risolva il problema. La seconda dinamica, definita ‘sindrome di Stoccolma’ dallo psicologo Nils Bejerot, è più nota: è quel meccanismo psichico per il quale una vittima di un crimine, tipicamente presa in ostaggio, empatizza e collude con l’aggressore, difendendolo e talvolta aiutandolo spontaneamente; si ipotizza che questa sia per la vittima una difesa inconscia dalla traumatica consapevolezza di star subendo una grave violenza, dall’esito talvolta mortale. Questo fenomeno, a cui allude il titolo del film (che peraltro non viene al caso: la protagonista non mostra affatto segni di questa sindrome) potrebbe spiegare come mai molte vittime di violenza tentano di giustificare le azioni dell’aggressore, collaborano con lui, tentano di salvarlo oppure, tra gli altri motivi possibili – ad esempio la vergogna -, rinunciano o sono restìe a sporgere denuncia.

Il film, infine, ha un’ulteriore difetto, probabilmente il più grave a livello di contenuto: presenta una visione dicotomica del maschile e del femminile, dove il primo è totalmente negativo. I personaggi maschili sono perversi in modo mostruoso, oppure sono presentati come ignoranti e sciocchi (l’amico hippy del protagonista, o il custode dell’edificio, che non si accorgono di nulla), o come anziani e deboli (il padre di lui), o ancora come bambini capricciosi ed insensibili (il bambino che non coglie la richiesta di aiuto di lei). Manca ad esempio una figura maschile forte ma benevola, quale un detective o un buon poliziotto. Le donne sono al contrario presentate come vittime assolute del maschile – visto come una razza a parte con desideri e pulsioni aliene – e che solo con l’astuzia e solidarizzando tra loro possono sfuggire al mostro oppressore: si tratta di uno sguardo assolutistico che rivela una visione infantile, poco integrata, poco adulta del rapporto tra i sessi. I casi limite come quelli dei rapimenti citati, su cui è costruita la trama del film, sembrano essere presi ad esempio di una realtà generale, che vede tutti gli uomini come dei perversi abusanti e tutte le donne come mere vittime di continui tentativi di aggressione e manipolazione. Questa posizione radicale, oltre fortunatamente a non trovare riscontro nella realtà, è anche offensiva e discriminatoria, ed in quanto tale si potrebbe definire sessista, ispirata da uno pseudofemminismo caricaturale, deteriore, isterico. Assai più utili sarebbero state l’esplorazione e la riflessione sul mondo interno dei personaggi, ognuno con le sue luci e le sue ombre, i propri punti di forza di debolezza, le proprie ferite ed i propri timori verso il diverso, l’altro da sé. Ne avrebbero giovato lo spessore della trama e probabilmente anche il finale, maggior punto dolente dell’intera storia.

Tutto da bocciare quindi? In realtà, pur con tutti i suoi limiti, il tema del film induce a riflettere su alcuni temi molto attuali, ad esempio sulla violenza di genere, sullo stalking e soprattutto sulla violenza domestica. Come ben sa chi opera nel settore, una visione matura della propria sessualità e dei rapporti con l’altro sesso è indispensabile per la prevenzione di tali problemi, che sarebbe l’obiettivo ideale.

Un’educazione della psiche è spesso necessaria per raggiungere tale maturità, ed una buona parte di essa riguarda proprio l’integrazione della figura dell’altro nonché della propria identità: nessuno è in sé assoluto bene né assoluto male, completamente vittima o totale carnefice, ma abbiamo tutti, da un lato, colpe, vergogne e paure su cui lavorare, e dall’altro risorse e relative responsabilità a cui ci chiama la vita adulta. La conoscenza di sé e dei propri lati oscuri permette di riconoscerli e gestirli, impedendo che diventino abnormi ed incontrollati nella sfera delle relazioni, ambito che, è bene ricordare, è sempre ricco di opportunità, ma anche di rischi da non sottovalutare, e di pericoli che vanno affrontati con tempestività e coraggio.

Recensione a cura di Luciano Meoni

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