in CINE Forum

recensione a cura del tirocinante Dr. Daniele Mollaioli

Mattia, giovane laureato, si sta per trasferire in Spagna. La sua famiglia crede che lì lo aspetti solo un buon lavoro. In realtà Mattia sta per andare a convivere con il suo ragazzo, Eduard. Il problema, che si pone sin dalle primissime immagini e che continua a tormentarlo, è che i suoi non sanno che lui sia gay. Come non detto, opera prima di Ivan Silvestrini, sceneggiato da Roberto Proia, si confronta con un tema sempre più in voga, nella società cosi come nel cinema, il “coming out”. Nel mondo LGBT l’espressione coming out è usata per indicare la decisione di dichiarare apertamente la propria omosessualità, bisessualità o identità di genere.

Questa espressione deriva dalla frase inglese coming out of the closet (“uscire dal ripostiglio” o “uscire dal nascondiglio”, ma letteralmente “uscire dall’armadio a muro”), cioè “uscire allo scoperto”. In italiano la traduzione letterale sarebbe “uscir fuori”, ma questa forma non ha prevalso su quella inglese, a differenza di quanto accaduto con lo spagnolo salir del armario e il francese sortir du placard. Con questo significato, comunque, è utilizzato in italiano il verbo “dichiararsi”.
Si può parlare di coming out “interiore” quando una individuo inizia ad identificarsi come lesbica/gay e, infine, accetta il proprio orientamento sessuale, e di coming out “esteriore” quando, invece, la stessa persona parla e si mostra ad altri come omosessuale.

Del Favero e Palomba hanno proposto una rielaborazione delle fasi del coming out, con particolare riferimento ai modelli di Cass e di Coleman:

  • Fase del pre-coming out. Corrisponde in genere all’adolescenza ed è caratterizzato da sentimenti di distanza dagli altri, di paura della diversità sociale, di depressione;
  • Fase della confusione. La paura della diversità lo porta ad inibire sentimenti di avvicinamento ad altri gay o lesbiche, ricercando relazioni eterosessuali che lo facciano sfuggire all’autoetichettamento sociale o negando tali pensiero con l’abuso di sostanze psicotrope (alcool, droghe, ecc.);
  • Fase dell’esplorazione. La persona comincia a definirsi, percepirsi e sperimentarsi sessualmente come omosessuale, frequentando circoli gay/lesbo e ad aumentare
  • l’autostima. Non sono però rare “ricadute” nel processo di autoidentificazione;
  • Fase dell’accettazione. Coincide solitamente con la “prima relazione”. Si intensifica il bisogno di autodichiararsi, sostenuto dal progressivo rafforzarsi delle capacità di comunicazione interpersonale e di relazione intima;
  • Fase dell’orgoglio. Vi è una netta preferenza per la nuova identità, ci si sente “orgogliosi” del proprio orientamento, rischiando spesso una possibile sopravvalutazione della nuova identità.
  • Fase dell’integrazione. Periodo in cui l’omosessualità non occupa più un ruolo esclusivo e primario, ma si integra agli altri aspetti dell’identità.

Il coming out ha le caretteristiche di un processo continuo e mai concluso, in quanto l’omosessuale innesca questo processo comunicativo che gli permette di superare lo stallo
evolutivo determinato dalla negazione della propria omoessualità, per poter raggiungere il tanto agognato processo di separazione-individuazione.
A questo si aggiunge la possibile reazione dei genitori, che tendono a reagire con emozioni violente, delusione e vergogna, provocando una dolorosa crisi familiare che può portare all’allontanamento dei membri della famiglia. La progettazione del futuro dei figli infatti, in termini di armonia e di normalità statistica, l’idea della famiglia e dei nipoti, la visione del successo nell’ottica di un riconoscimento sociale, rappresenta, in qualche modo, uno strumento per dare una risposta anticipata all’ansia di separazione che potrà essere molto forte nelle successive tappe evolutive. L’omosessualità svelata sembra rubare ai genitori questo tipo di rassicurazione riguardo al futuro.

Nonostante non sia affatto facile dichiarare la propria omosessualità, una percentuale altissima di gay e lesbiche decidono di dichiararsi ai genitori, da un lato perché sperano di accrescere l’intimità e l’onestà nel rapporto con essi e dall’altro perché il rivelarsi diviene un modo per dimostrare al proprio compagno/a la solidità della loro unione. Le prime consapevoli autopercezioni relative alla scoperta della propria tendenza
omosessuale rappresentano un’esperienza tanto più dolorosa e ansiogena, quanto più è legata a una paura della diversità, all’essere soli con sé stessi. Poter parlare di tale
sofferenza, incomunicabile in ambito familiare, rappresenta un’urgenza a cui è difficile  dare una risposta. Così si cerca tra simili, tra persone che sperimentano la stessa
sofferenza. Il condividerle con l’altro, rende la sofferenza  meno prepotente ed aiuta a tollerare meglio la clandestinità rendendo più egosintonica
l’omosessualità. È in questa atmosfera, pur non scevra da conflitti e dinamiche tipiche di ogni gruppo, che ci si libera di molti timori, ci si riappropria di un senso pieno della dignità e autostima, riconciliandosi con i propri diritti, in quanto cittadini. Le relazioni affettive, sessuali e non, diventano essenziali per un sano completamento dell’identità omosessuale, in quanto promotrici di un’immagine di sé positiva, che li aiuti a superare l’alienazione e la disperazione spesso originate, nell’infanzia e nella prima adolescenza, dal rifiuto di quegli adulti di riferimento (genitori) e dagli stessi coetanei che hanno accettato il loro orientamento eterosessuale. La scoperta di modelli di ruolo positivi, negati al giovane omosessuale, permettono il salto fondamentale verso una piena consapevolezza e l’acquisizione di una solida identità. L’aprirsi, il definirsi, l’automanifestarsi, in circostanze e tempi che sono dettati unicamente
dalle scelte e dalle decisioni maturate individualmente, fornisce un importante stimolo per la crescita psicologica, contribuendo al rispetto di se stessi e offrendo un’opportunità per
acquisire padronanza e stima di sè.

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