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recensione a cura del tirocinante Giuliano Salusest

Diretto da Richard Eyre, Diario di uno scandalo è una commedia che tocca tematiche molto delicate e per alcuni versi patologiche, attraverso il racconto di una storia ricca di spunti riflessivi e allo stesso tempo resa piacevole dalle due protagoniste, impeccabili nelle rispettive interpretazioni.

Nello specifico, attraverso la figura di Barbara, un’ insegnante londinese prossima alla pensione, il regista affronta  in modo particolare alcuni aspetti psicologici che incidono notevolmente sulla vita di un essere umano e nel caso del film, in quella di Barbara. Il primo aspetto che emerge è la collusione della protagonista con degli schemi comportamentali rigidi attraverso i quali la donna ha impostato la propria vita sociale e quindi relazionale. Tali schemi hanno però avuto un risvolto negativo sulla vita di Barbara che si trova in uno stato perenne di solitudine, emarginata sul lavoro e con un solo gatto a farle compagnia. La donna si serve poi di un diario dove riporta i propri pensieri, che per l’appunto, manifestano chiaramente la collusione con un’idea di approccio relazionale quasi, se non del tutto, patologico. Infatti, sebbene non ci sia dato sapere quale sia la causa della costruzione di suddetti schemi, è possibile considerare patologico l’attuazione di determinati comportamenti, quando questi sono ripetuti, nonostante ad essi consegua e/o abbia conseguito un evento drammatico o comunque significativamente negativo per l’individuo: cosa che in Barbara avviene puntualmente.

Il controllo, in questo senso, è ciò di cui la protagonista si serve per l’attuazione di quello che ormai è divenuto il suo schema di vita. Non a caso, il suo ruolo nella scuola riflette un’autorità che il regista sembra attribuire solo a lei, così come la scelta dell’animale domestico: un gatto è più controllabile rispetto (ad esempio) a un cane, in quanto ha  meno “pretese” ma soprattutto riflette un egoismo di base della protagonista poiché, non necessitando di particolari attenzioni al di fuori delle 4 mura domestiche, le consente un disimpegno empatico proprio di chi ha imparato a vivere esclusivamente in funzione delle proprie esigenze e delle proprie concezioni. L’egoismo e il controllo si evidenziano in fine e  in maniera più marcata nella relazione che Barbara intraprende con la sua “vittima”, dove viene reso manifesto un ulteriore aspetto importantissimo che può aiutare a comprendere meglio il profilo psicologico della donna: il suo orientamento sessuale chiaramente omosessuale. In particolare, il fatto di non aver mai manifestato apertamente il proprio orientamento e quindi il non aver vissuto serenamente la propria sessualità (nascosta al punto tale da non essere dichiarata esplicitamente nemmeno al suo diario), potrebbe aver contribuito o comunque potrebbe essere strettamente correlato allo stile di vita chiuso ed isolato della protagonista, che trova in Sheba la valvola di sfogo per le sue “fantasie”.

Sheba, è l’altra protagonista del film che, oltre ad incarnare il ruolo di vittima, ha la duplice funzione di essere al tempo stesso una “carnefice”. Vittima delle attenzioni subdole di Barbara e carnefice perché, sebbene il film tenda in un certo senso a far passare in secondo piano i comportamenti non idonei di Sheba, questi sono sicuramente degni di riflessione alla pari del comportamento patologico di Barbara. Sheba infatti commette un vero e proprio abuso: intraprende in questo senso una relazione sessuale con un sedicenne allievo nella sua classe e ciò, nonostante si discosti per diverse ragioni dalla pedofilia, rappresenta comunque un illecito sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista più vicino all’adolescente che, pur avendo un’ età per la quale non si può parlare di pedofilia, non può ancora avere l’idea di quei limiti da rispettare o comunque può essere confuso sia rispetto ai numerosi aspetti connessi alla propria identità sia rispetto al significato da attribuire alle diverse relazioni. Tali limiti invece dovrebbero, o meglio devono, essere ben chiari nell’adulto che deve essere pronto a ripristinare quell’equilibrio relazionale nel momento stesso in cui avverte che potrebbe essere destabilizzato.

Ciò che, agli occhi dello spettatore, rende meno grave il comportamento di Sheba è probabilmente il fatto che tale comportamento viene oscurato da quello subdolo di Barbara. Inoltre, Sheba essendosi sposata giovane con un uomo molto più grande di lei, ed avendo avuto da lui due figli di cui uno affetto dalla sindrome di Down , ha probabilmente saltato tutte quelle esperienze proprie dell’adolescenza e questo, in un certo senso, giustifica ai suoi occhi, il piacere ed il desiderio di avere una relazione tanto affascinante quanto in realtà problematica e dannosa.

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