in CINE Forum

recensione a cura del tirocinante Loris Patella

Fire (locandina)Diretto da Deepa Mehta, Fire (1996) è il primo di una trilogia che comprende Earth (1998) e Water (2005). All’interno di una tipica famiglia tradizionalista di Nuova Delhi, Radha e Sita sono cognate che, oppresse dal ruolo e dagli stereotipi della società nonché dalla stessa famiglia, si liberano nel loro essere donne ed amanti.

Il ‘fuoco’ del titolo riferisce sia alla passione che si accende tra le due protagoniste sia alla pira in cui si immolavano le vedove indiane fino ad alcuni decenni fa, nel sacrificio del ‘sati’. La condizione femminile indiana sembra riflettere quella che è l’ideologia religiosa che ha visto la donna perdere valore. Alle donne venne negato il diritto di leggere i Veda e di partecipare ai riti, l’intero assetto religioso e politico (castale) della società venne stabilito sul principio della superiorità dell’uomo sulla donna: le donne vennero considerate al pari degli shudra (la quarta casta). La morale e la legge indù stabiliscono perentoriamente che “Una donna è sotto la potestà del padre durante la sua infanzia, sotto la potestà del marito durante la giovinezza, sotto la potestà dei figli quando il suo signore è morto; non deve mai essere indipendente”.

Questo principio, sancito dal Codice di Manu, viene seguito ancora oggi nell’intero paese ed è alla base di forme di oppressione e discriminazione vecchie e nuove operate nei confronti delle donne, che possono degenerare in fenomeni quali 1’infanticidio femminile, e la pratica della sati, che comunque segnano la loro vita dalla culla alla tomba, come dicono gli slogan femministi. Ma non è stato sempre così. Gli studi sulle antiche scritture mostrano, infatti, come nel periodo vedico uomini e donne avessero uguali diritti e status nella società. Le donne godevano di grande libertà sessuale e di movimento; la monogamia era la norma, ma anche la poligamia e, in misura minore, la poliandria erano permesse e praticate, soprattutto dai ricchi e dalle classi dominanti. L’adulterio femminile era inoltre tollerato e la pratica della sati sconosciuta: alla vedova era invece permesso di risposarsi.

e donne nella società vedica avevano accesso allo studio dei Veda e comunque potevano venire istruite al pari degli uomini, tanto che molte raggiunsero un alto livello di conoscenza e di cultura: c’erano persino filosofe e poetesse. Dal che derivò loro anche il diritto a partecipare ai riti religiosi, anzi, nessuna cerimonia era considerata completa in assenza della moglie. Intorno alla fine di questo periodo, però, gradualmente la condizione della donna decadde insieme ai principi vedici di uguaglianza e con il passare dei secoli peggiorò ulteriormente: la libertà delle donne venne limitata ed il loro ruolo nella società ristretto all’interno delle mura domestiche, con conseguente loro allontanamento dall’ attività economica. Inoltre venne data loro scarso istruzione, il che contribuì certamente ad accentuarne la subordinazione. La superiorità maschile si esprimeva principalmente nel diritto-dovere riconosciuto ai soli figli maschi di celebrare la cerimonia shraddhà, cioè di accendere il rogo funebre dei genitori. La donna come figlia perde progressivamente valore, non viene istruita e non le viene permesso di partecipare all’ attività economica, in definitiva viene segregata in casa in attesa del matrimonio. Dunque, le donne divennero mogli, fedeli e devote al marito come ad un dio: “Anche qualora sia privo di virtù, o cerchi il suo piacere altrove, o non possegga degne qualità, il marito sarà sempre adorato come un dio dalla sposa fedele.”

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare