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Recensione a cura della tirocinante Valeria Della Sabina

 

Una domanda sorge spontanea dopo la visione del film “Her” di Spike Jonze: è possibile innamorarsi di una voce? E non parliamo di una voce umana, ma di una voce priva di anima, semplice energia sonora, che i nostri recettori acustici decodificano come voce.
Questo è quanto accade a Theodore, protagonista del film, scrittore di lettere d’amore per conto di terzi nella città di Los Angeles. Egli è reduce da una relazione sentimentale finita male, e a partire da questo accaduto decide più o meno consapevolmente di sublimare il suo bisogno di affetto installando sul PC, con cui è costantemente connesso attraverso un auricolare, un sistema operativo di ultima generazione.

L’intelligenza artificiale del sistema operativo è versatile ed è in grado di adattarsi facilmente alle esigenze dell’utente. Tra le numerose opzioni di sintetizzatori vocali presenti, Theodore sceglie una voce sensuale femminile, dal timbro caldo e coinvolgente, che si presenta a lui con il nome di Samantha. Tra i due nascerà un rapporto quotidiano basato sulla capacità del sistema operativo di supportare ed organizzare in maniera veloce, ottimale e personalizzata la vita di Theodore. Il rapporto tra i due diventerà sempre più profondo e intimo, fino a sfociare in una vera e propria relazione d’amore dall’epilogo che lascia ben poco all’immaginazione, ma che comunque suscita un’amara considerazione sulla qualità delle relazioni attuali. A partire dalla relazione che si instaura tra i due sono diversi i nuclei tematici che emergono a seguito della visione del film.

L’elemento che trova ampio spazio lungo tutto il corso della narrazione è il vissuto di solitudine. Theodore è solo, attraverso la sequenza dei flashback emergono ricordi con la ex moglie, momenti felici a cui lui rimane saldamente ancorato (motivo per cui si mostra altamente reticente nel firmare i documenti del divorzio). Questo vissuto genera in lui una grande lacuna emotiva che, una volta entrato in contatto con Samantha, crede di poter colmare. Nella solitudine viene avvertita la mancanza di un “altro da sé”. Ciò rimanda al bisogno di “essere pensati” da un’altra persona, a conferma della nostra esistenza. Le relazioni sociali proteggono la nostra salute mentale, tanto che, un vissuto di solitudine a lungo termine può compromettere il benessere fisico fino a determinare una condizione depressiva.

Lo scenario dell’intera pellicola mette in luce una società evitante, dove i sentimenti sono desiderati, ma tenuti a debita distanza perché non ci si sente in grado di sostenere emozioni reali. Si è ormai molto abili a nascondere la propria essenza dietro a schermi, perché incapaci di sostenere lo sguardo dell’altro. Il coinvolgimento ci rende vulnerabili e non permette di vedere riflessa una parte di noi, forse la più vera, e la più difficile da condividere. L’evitamento è una modalità di protezione da tutto ciò che provoca disagio, proveniente sia da situazioni reali che dalle proprie percezioni ed emozioni negative. Tale comportamento non permette di affidarsi all’altro, poiché potrebbe in qualsiasi momento divenire la causa della sofferenza esistenziale della persona evitante.

Nel finale, l’apparizione della scritta “software not found” racchiuderà il senso dell’intera narrazione, destando il protagonista e lo spettatore da una realtà utopica, con lo scopo di ridefinire i confini tra ciò che è reale e ciò che è, e rimarrà, sempre e solo un software virtuale.

Bibliografia:
https://psiche.santagostino.it/2019/03/20/paura-solitudine/

Her di Spike Jonze (2013): la solitudine nell’era dei social network


https://www.neuroscienze.net/personalita-evitante-e-relazioni/

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