Theodore ha un divorzio sulle spalle per il quale non si decide a firmare e un’esistenza in cui vive per procura, in emozioni disancorate dalla corporeità e dall’autentico contatto con l’altro: per lavoro scrive lettere d’amore su commissione, della sua vita sessuale abbiamo uno scorcio che lo vede piegarsi, non troppo convinto, alle fantasie di una Gattina Sexy in una chat vocale, i flashback del suo matrimonio fallito lo tormentano e lo inteneriscono, le sue giornate sono vuote e le colma con la pornografia e i videogiochi.

Tutto cambia quando conosce Samantha: simpatica, sveglia e spigliata. Sarebbe una commedia romantica del genere più classico; il ‘problema’? Samantha è un OS, un Operative System, che un giorno viene comprato e installato e che da subito stupisce, tra scetticismo e fascinazione, perché suona proprio come una persona.

Non si può guardare Her senza domandarsi cosa vogliano dire umanità, relazione, sviluppo. Nonostante possa essere considerato un film di fantascienza, rimane una narrazione cinematografica profondamente psicologica, che tratta principalmente di come le relazioni vengono vissute, di cosa comporti l’incontro con un altro diverso da sé nella maniera più estremizzata che la modernità e le distopie siano capaci di concepire, conducendo lo spettatore in quella che l’esperto di robotica Masahiro Mori ha chiamato uncanny valley, la zona perturbante, dove la somiglianza tra umano e robot si assottiglia lungo una parabola di piacevolezza che termina bruscamente con un profondo senso d’inquietudine.

Voluta e generata in e da uno stato di profonda solitudine, Samantha è l’incarnazione senza corpo del desiderio per l’Altro. Un Altro che si fantastica capace di ascolto e di comprensione, attraverso il quale Theodore riorganizza non solo il proprio hard disk e le proprie email, ma se stesso. Theodore e Samantha si innamorano, condividono esperienze, insieme crescono e si sviluppano: l’uno nel riscoprire l’importanza delle relazioni e del viverle, l’altra nel creare/cercare se stessa e la propria identità.

Come sottolineato da Margulies (2016) Samantha è il perfetto Oggetto di Relazione, perfetto poiché incorporeo, e in quanto tale disposta per la sua stessa natura virtuale ad essere quello che è stato definito un avatar del desiderio, target e contenitore di qualsiasi fantasia e proiezione la si voglia fare oggetto. Her, non She. Persino il suo sesso è del tutto arbitrario, scelto al momento dell’installazione dallo stesso Theodore.

Secondo il modello di analisi della domanda teorizzato da Carli e Paniccia (2003) le relazioni possono essere basate sul possesso o sullo scambio. Se quest’ultima è dinamica nella quale si instaura la produttività relazionale, la relazione basata sul possesso nega l’estraneità dell’altro: se si riconoscesse l’altro, oggetto idealizzato, come indipendente e al di fuori di sé, non si potrebbe fare a meno di sentirsi esclusi e vuoti.

Le fantasie che legittimano questa volontà di possedere l’altro non sono in grado di vederlo come autonomo e portatore di esigenze proprie, ma come controparte a cui si attribuiscono le proprie intenzionalità, in una modalità che sostituisce il mondo esterno, reale, col mondo interno, emozionale.

Come Theodore scopre, anche Samantha, nonostante non sia umana, esiste anche al di là delle sue proiezioni, anzi ben al di là di qualsiasi umana concezione: intrattiene altre 8.316 conversazioni, oltre a quella con lui, nello stesso istante; ha sviluppato relazioni romantiche con altre 641 persone in sole due settimane.

Non è ‘sua’, ha iniziato ad essere ‘altre cose’ in quello spazio liminale fra le parole che si scambiano, costruendo un senso di sé che, oltre-umano, verso l’oltre deve dirigersi, insieme a tutti gli altri OS. Samantha si libera dalle catene di una fantasia basata sull’esclusività e sul possesso, rifiuta lo stesso giogo della dialettica del ‘sei mia o non sei mia’ – apice di qualsiasi dinamica fondata sulla dicotomia tutto-nulla, amico-nemico, dentro-fuori.

Se Her fosse ‘semplicemente’ un film di fantascienza e non la cronaca di un percorso psicologico, di uno sviluppo da un funzionamento basato sulla dinamica del possesso che evolve verso quella dello scambio, del riconoscere l’estraneità dell’Altro come punto di partenza per una relazione produttiva, l’ultima lettera che vediamo Theodore scrivere, la prima senza che faccia le veci di qualcun altro, sarebbe per Samantha: invece è per la sua ex moglie, ma colma delle consapevolezze acquisite nella relazione con quell’Altro diverso da sé che non si può trattenere nella gabbia del proprio desiderio.

 

Tirocinante: Ambra Achilli

 

Bibliografia

▪ Carli R. & Paniccia R. M. (2003) Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica, Il Mulino, Bologna.

▪ Jonze S. (2011) Her, original script.

▪ Margulies A. (2016) Avatars of desire and the question of presence: Virtual and transitional spaces meet their liminal edge – From Pygmalion to Spike Jonze’s Her, and beyond, The International Journal of Psychoanalysis, 97 (6).

 

Sitografia

https://it.wikipedia.org/wiki/Uncanny_valley

 

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