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recensione a cura della tirocinante Maria Cusano

Diretto da Devid Frankel, Il matrimonio che vorrei, è un film che con leggerezza affronta il tema, per niente leggero, della monotona routine in cui è intrappolato il lungo matrimonio tra Kay e Arnold. Il logorio della consuetudine ha portato i due protagonisti a perdere ogni capacità comunicativa, ad eliminare lo spazio dedicato alle gioie dell’affettività e sessualità, a darsi per scontato fino a perdere la vera essenza di coppia. Tale condizione porta l’insoddisfatta Kay a rivolgersi ad un professionista esperto in terapia di coppia, il quale facilitando il confronto tra i partner e invitandoli a riscoprire gradualmente un’affettività e una sessualità da troppo tempo assopite li aiuta a “fare i conti” con i non-detti e con le ansie ad essi associati.

Con l’aiuto del dottore la coppia cerca di ritrovare quell’intimità persa ormai da molti anni. La terapia di coppia può rappresentare un momento utile per chiarire le problematiche presentate, individuare le difficoltà nella modalità di interazione presenti nella coppia, acquisire nuovi modi di relazionarsi al partner. Intervenire sulla relazione di coppia nei momenti di crisi che ciclicamente la attraversano, non significa quindi unicamente superare le difficoltà, quanto piuttosto ri-imparare a nutrire il legame affettivo, per poter vivere la relazione in modo più costruttivo e soddisfacente. L’amore e il sesso tra due persone non più giovani non è un facile tema da trattare, ma i personaggi risultano veritieri e semplici, due persone comuni a cui può capitare di non trovare più dopo tanti anni insieme quella passione che mantiene vivo ogni rapporto. La pellicola porta dunque alla ribalta il tema della sessualità nella terza età; i protagonisti del film sono una coppia di sessantenni che hanno rinunciato al diritto di vivere una piena vita sessuale che, nell’ottica di una relazione di coppia soddisfacente, va a braccetto con la capacità di ritagliarsi un lasso di tempo da dedicare all’unione non solo fisica e passionale ma anche sentimentale fatta di coccole, tenerezza e condivisione.

La tematica della sessualità nelle terza età è stata per lungo tempo trascurata, rifiutata e poco studiata, complice lo stereotipo culturale e sociale che etichetta l’anziano come un individuo asessuato.
Inevitabilmente tali stereotipi si riverberano sul benessere psicologico dell’anziano che sentendosi inutile si nega il piacere sessuale, non considerandolo più affar suo.  In particolar modo nell’uomo il binomio lavoro-virilità è profondamente radicato per cui la fine dell’attività lavorativa e la conseguente “perdita” del ruolo sociale portano il maschio anziano a sperimentare un vissuto di lutto e impotenza. Per la donna invece non bisogna aspettare l’età della pensione, la rinuncia alle gioie del sesso consegue l’avvento della menopausa.

La terza età che convenzionalmente si colloca intorno ai 60 anni è segnata inoltre da modificazioni  neuroendocrine (riduzione dei livelli di testosterone ed estrogeni circolanti) e neurovascolari (minore funzionalità delle arterie e delle vene) che unite ai cambiamenti sociali e intrapsichici si ripercuotono sulla funzione sessuale dell’anziano. Con il passare dell’età i cambiamenti dell’attività sessuale maschile riguardano l’eccitazione (ritardo dell’eccitazione, allungamento della fase di mantenimento, riduzione della rigidità penica, ottundimento della sensazione dell’inevitabilità orgasmica),l’orgasmo (ritardo o assenza dell’eiaculazione, riduzione della potenza eiaculatoria) e il momento immediatamente successivo (allungamento dei tempi refrattari). E’ facilmente intuibile che una grande modifica si ha nella frequenza con cui si hanno rapporti sessuali la quale è stimata a 20-25 anni in quattro rapporti sessuali a settimana; 55-60 anni in un rapporto sessuale a settimana; 65-70 anni tre rapporti sessuali al mese; 75-80 anni 1-2 rapporti sessuali al mese. Invece meno intuibile è che l’interesse e il desiderio rimane più o meno intatto.

Stesso discorso per la donna, la quale in seguito al brusco calo di estrogeni che segue la menopausa e al graduale declino del testosterone, sperimenta secchezza vaginale e conseguente dolore coitale il quale a sua volte influenza negativamente la libido, minore sensibilità clitoridea e ridotta motivazione all’attività sessuale. Una volta istaurato il circolo vizioso tra modifiche fisiologiche, psicologiche e sociali il sesso può caratterizzarsi come un piacevole ma lontano ricordo nel tempo.
Eppure da un recente studio dell’Università della Florida pubblicato sul Journal of Sexual Medicine è emerso che un’attività sessuale ancora viva migliora la qualità della vita, aiuta a sentirsi attivi, desiderati e vitali. Coloro che non rinunciano al piacere del sesso sono maggiormente inseriti socialmente, non fumano ed assumono meno farmaci. Stessi risultati sono emersi da uno studio dell’OMS: gli anziani che fanno sesso sono più sani e l’interesse che rivolgono all’attività sessuale li porta a consultare un professionista qualora sperimentano una disfunzione sessuale. Le indagini mediche che conseguono possono essere positive al fine di migliorare la salute in generale. La sessualità nell’anziano assume una valenza diversa, non si limita al mero raggiungimento orgasmico, non è viziata dalla dimostrazione della performance, ma soddisfa in particolar modo il bisogno affettivo, il bisogno della vicinanza e il desiderio di sentirsi ancora apprezzati e desiderati nonostante gli anni che passano.

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