in CINE Forum

recensione a cura della tirocinante Francesca Mamo

La vita di Sabina, una giovane e bella doppiatrice, viene sconvolta non appena le viene chiesta l’autorizzazione a spostare la tomba dei genitori, morti quando lei era adolescente. La ragazza si rende conto di ricordare davvero poco della sua infanzia, e decide di iniziare un viaggio a ritroso nel tempo, inizialmente chiedendo aiuto all’amica Emilia, innamorata di lei, con la quale è cresciuta insieme.

Sabina però non rimane soddisfatta dei racconti dell’amica e decide di andare a trovare, dopo anni, il fratello Daniele in America, unica sua speranza per poter ricostruire quel pezzo mancante della sua vita che non fa altro che ripresentarsi sotto forma di incubi e stati ansiogeni, ma alla quale lei non riesce ancora a dare un nome. Lascia a casa Franco, il suo compagno, preoccupata che questi possa tradirla durante la sua assenza. Il suo desiderio, o meglio “bisogno”, di indagare le dinamiche della sua famiglia d’origine viene rinforzato dalla scoperta di essere incinta, che avviene proprio durante la sua permanenza in America. Il diventare genitori comporta l’elaborazione, all’interno della coppia, di tutta una serie di cambiamenti, di perdite, di ristrutturazioni, sia della realtà esterna che del proprio mondo interno. Il bambino nel grembo riattualizza le relazioni che i due hanno avuto con i propri genitori , attivando sentimenti primitivi che richiamano aspettative, desideri e bisogni del proprio sé infantile. In qualche modo, attraverso il figlio, i genitori permettono di rivivere la propria infanzia, cercando di recuperare quanto in essa non hanno ottenuto dai propri genitori. Questa riproposizione di conflitti arcaici richiede ai  coniugi la rielaborazione dei processi di identificazione con i propri genitori in modo da giungere ad una rinnovata identificazione con i genitori dello stesso sesso.

Una volta riabbracciato il fratello Daniele, Sabina si scontrerà per tutta la sua permanenza in America con l’estrema rigidità affettiva del fratello, che si manifesta soprattutto nel suo rapporto con i figli e con il tentativo di evitare qualsiasi discussione circa l’ambiente in cui è cresciuto. Dopo svariati tentativi, grazie all’aiuto della cognata, Sabina riesce a farsi svelare da Daniele il terribile segreto della sua famiglia, un fardello che il fratello è stato costretto, per anni, a portare dentro di sé, senza trovare mai il coraggio di parlargliene.  Le ansie, le paure e i brutti sogni di Sabina hanno finalmente trovato un nome, una causa: si chiama abuso sessuale, da parte del padre. L’abuso sessuale è una forma di violenza che consiste in un insieme di azioni lesive compiute da adulti su bambini costretti ad esprimersi sessualmente, senza la possibilità di scegliere e comprendere ciò che gli accade o gli viene proposto. Tra le varie tipologie di abuso esistenti, quella più diffusa è rappresentata dall’abuso intrafamiliare, compiuto da uno o più membri della famiglia nucleare o allargata. È la forma che provoca conseguenze più gravi e crea maggiori difficoltà sia nell’identificazione e nell’accertamento della violenza, sia nel percorso di riparazione di cura e riparazione del trauma subìto. Quando l’autore dell’abuso è un membro della famiglia, il minore risulta vittima di una doppia violenza, non solo per gli atti lesivi subiti, ma soprattutto per il tradimento attuato proprio da chi avrebbe dovuto garantirgli sicurezza e protezione. In questi casi, l’identificazione dell’abuso risulta particolarmente complessa poiché la vittima spesso tende a “proteggere” il suo perpetratore mantenendo collusivamente i legami familiari. Spesso l’altro genitore non riesce a proteggere i suoi figli, come nel caso della madre di Sabina e Daniele, e per paura o spesso per incapacità, tende a giustificare il genitore abusante e a coprirlo, anche di fronte l’evidenza dei fatti.

Da alcune ricerche svolte, emerge che i fattori maggiormente associati all’abuso sessuale intrafamiliare sono la presenza di forti conflitti coniugali, l’inversione dei ruoli parentali, la promiscuità, la presenza di un sostituto della figura paterna o di partner occasionali monoparentali, l’isolamento sociale. Molti psicologi hanno elaborato la teoria dell’ “abusatore abusato”, secondo la quale il soggetto adulto replica la vittimizzazione subita da bambino, ottenendo un trionfo proprio da ciò in cui nell’infanzia era stato vittima; si tratterebbe di un atto di vendetta mediante cui il passato viene cancellato e trasformato in “vittoria”. I segni dell’abuso sessuale possono produrre in età adulta comportamenti esternalizzati, come atteggiamenti antisociali, o internalizzati, come sintomi depressivi, così come difficoltà nelle relazioni intime e nell’assunzione del ruolo parentale (come nel caso di Daniele), comportamenti di dipendenza e tendenza ad instaurare relazioni di tipo sadomasochistico, senso di vuoto, di solitudine e di inutilità della propria esistenza.

Bibliografia
Gambini, P. (2007). Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano: FrancoAngeli.
Manna, G., Como, M.R. (2010). Le tecniche grafiche come strumento di valutazione del trauma infantile. Milano: FrancoAngeli.

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