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recensione a cura dei tirocinanti Loris Patella, Viviana Santorum, Rossana Gabrieli

La migliore offerta (locandina)Scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, La Migliore Offerta (2013) racconta la storia di Virgil Oldman, stimato battitore d’aste che, chiuso in un’esistenza dalle abitudini precise (ai limiti del disturbo ossessivo-compulsivo), colleziona ritratti femminili, in modi non sempre onesti.

Un’attività, quella dell’antiquario, che ha semplicemente predominato la vita dell’uomo, facendo sì che si discostasse da ogni tipo di relazione umana e emotiva. In aggiunta, la sua realtà diviene filtrata, attraverso le innumerevoli paia di guanti che vengono, ormai, sfilati unicamente per toccare la sua realtà: i quadri. L’afefobia (o aptofobia) si costituisce come il disagio al contatto fisico con gli altri, se non addirittura una sensazione di disgusto. La vicinanza viene vissuta come un’invasione della propria sfera personale; questa fobia può limitarsi ai rapporti con persone del sesso opposto (difatti Virgil sembra non aver mai avuto l’intimità con una donna) o può investire tutte le relazioni (spiegando la sua mania di indossare sempre i guanti). Il suo unico scambio viscerale avviene con il mondo dell’arte, su cui riversa tutte le sue energie. Ciò che non è ammirabile e stimabile sembra divenire contaminato, come tutto il contorno ambientale e relazionale di Virgil, che sembra aver alzato muri e resistenze in cui la sua stessa umanità rimane fuori. Eccolo, dunque, l’uomo bisbetico e cinico, ormai insensibile, in cui solo il suo lavoro e la sua fama sono le uniche cose che contano davvero. Le emozioni e la propria intimità esistono ancora, ma in un’altra stanza, un grande caveau dove sono raccolti decine e decine di volti di donna dipinti, e dove lui siede, chiudendosi il mondo alle spalle e superando, in qualche modo, il vuoto dell’elemento femminile nella propria esistenza.

Una caverna inaccessibile, una stanza che riflette la propria parte più intima, come base sicura entro cui tornare, in una sorta di regressione momentanea. Quasi un ritorno all’uroboròs in cui i mille volti di donna appesi potrebbero far pensare ad un materno femminile da cui fugge e torna, per individuarsi e distruggersi al contempo. Questa barriera viene rotta quando il signor Oldman viene contattato da una giovane donna misteriosa, Claire, che gli commissiona la valutazione della sua villa, senza tuttavia palesarsi fisicamente. I continui contatti telefonici e indiretti esasperano Virgil, al punto da minacciare l’abbandono dell’incarico, finché Claire non gli svela il suo segreto: lei vive in una stanza nascosta nella villa e non esce da lì da dodici anni, perché spaventata dal contatto con le persone ed il mondo esterno. L’agorafobia, seppur simulata, è un disturbo che consiste nella paura degli spazi aperti o affollati ed ha come conseguenza la limitazione dei propri spostamenti e il cambiamento delle abitudini. Si attuano dunque strategie restrittive per evitare una delle ripercussioni tipiche dell’agorafobia, ovvero l’attacco di panico. Il signor Oldman, rinchiuso da sempre nel suo isolamento relazionale e una diffidenza estrema, si immedesima ben presto nella ragazza finendo per affezionarsi a lei. L’affetto si trasforma in ossessione e Virgil poco a poco si lascia andare smontando la corazza caratteriale che aveva sempre indossato. Dopo un periodo di attesa Claire si mostra finalmente a lui e tra i due nasce un legame sentimentale, dapprima confinato tra le mura della villa e successivamente trasportato all’esterno, quando la ragazza riesce a superare la sua paura degli spazi aperti. Virgil, che fino ad allora aveva nutrito un timore reverenziale della figura femminile e che si era avvicinato ad essa solo attraverso l’arte, è felice per aver finalmente conosciuto il vero amore. Progetta così di abbandonare il lavoro per dedicarsi completamente a lei.

Le mille donne appese nel caveau del suo appartamento ora sembrano dare origine ad una sola donna, vera questa volta, in un’altra stanza, celata anch’essa. Ed è per questo che il bisbetico forse ritrova una spiccata curiosità: affinità elettive, forse. Un contatto ritrovato, l’unico, quello con Claire, come una donna-quadro da poter sfiorare delicatamente come un’opera d’arte poiché lei rappresenta tutte le donne di Virgil, o forse, l’una e la prima. Un’affinità ed un nuovo contatto che quasi in modo surreale faranno perdere lucidità all’uomo, il suo spirito critico, la sua risorsa più grande, lasciandosi andare, da contro, ai nuovi sentimenti evocati da quella donna-strega che lo ammalierà, lo amerà e lo ‘ucciderà’, dipinto perfetto dei seni buono-cattivo di Melanie Klein. Una relazione che sembra essere messa all’asta, crescendo vertiginosamente di prezzo, dalla sua base di partenza, con un climax che lo porterà ad aprire quell’ultima porta aperta e custodita, la sua tana. Ma, invece di chiuderla tra le tante donne su tela lei ha il beneficio di uscirne e rientrarne, quanto e come vuole. Ed è proprio in questo andirivieni che si scoprirà l’inganno manovrato da Billy, l’amico-artista non apprezzato da Virgil, il quale per vendetta riuscirà a svuotarlo (insieme ai suoi complici) della sua stanza più intima, lasciandogli solo l’alone di ciò che è stato, dei molteplici quadri su quella stanza bianca che ora sembra infinitamente vuota e deserta. Smembrato, come l’idea dell’amore che, forse in questo film, vuol dire proprio spogliarsi di tutto, donandosi o facendosi depredare. Tutto crolla, tutto gli viene sottratto: l’amore, le sue passioni, la sua carriera, le amicizie che pensava di avere. Finisce rinchiuso in una clinica per disturbi mentali, ossessionato dai ricordi e dal dolore del tradimento totale da parte delle poche relazioni sociali che aveva intessuto. La pellicola ci induce a riflettere sul dramma che sempre rappresenta nell’esistenza umana la perdita totale di valori, di relazioni e di ruolo: in pratica di ciò che definisce una persona e gli dà piena identità. L’immagine del Sé, infatti, per strutturarsi, necessita di riflettersi nell’altro e in quello che l’altro (un altro “significativo”) ci rimanda di noi stessi. E non appare, perciò, in alcun modo artefatta la conclusione del film, con la disgregazione della persona del protagonista.

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