in CINE Forum

Recensione a cura della tirocinante: Lucrezia Renda

Tutor: Ilaria Consolo

 

Ogni gay e lesbica deve affrontare una esperienza determinante per la sua vita: dichiarare apertamente ad altre persone qual è il suo orientamento sessuale e affettivo. Il termine con il quale viene chiamata questa esperienza è “coming out”. Rivelare la preferenza per un determinato sesso in termini di attrazione erotica-sentimentale può avvenire in differenti contesti e varia a seconda delle caratteristiche dei destinatari.

Lo svelamento con i genitori, che prende il nome di “coming home”, è considerata l’esperienza più stressante per una persona omosessuale. Esperienza spesso necessaria da fare perché il doversi sempre nascondere, fingendo di essere un’altra persona o di avere un fidanzato che in realtà è del suo stesso sesso, alimenta un disagio psicologico che porta con se sintomi di ansia, depressione, disturbi del sonno, irregolarità nell’alimentazione, comportamenti ossessivi e fobici. I genitori vedono questo evento come para-normativo, cioè un evento che non rientra nella norma come la nascita, il matrimonio, il pensionamento, e come tutti gli eventi imprevisti provoca una crisi: la stragrande maggioranza di essi reagisce alla notizia con rabbia, shock, senso di colpa, vergogna fino ad arrivare in casi estremi alla violenza verbale o fisica e all’allontanamento del/la figlio/a da casa. Soprattutto se un omosessuale come Adele, l’adolescente protagonista del film “Vita di Adele”, vive in un contesto tradizionalista e conversatore, dove vigono principi religiosi, il coming out può diventare una vera e propria esperienza traumatica.

Non di rado capita che i genitori si facciano domande che alimentano i sensi di colpa del/la figlio/a come ad esempio “perché mi fai questo?”, “tu vuoi farmi morire”, “dove ho sbagliato?”, “ho fallito come padre/madre”. Lo sconforto che colpisce la persona omosessuale per aver causato qualcosa di cui sentirsi colpevole può condurre a una omofobia interiorizzata cominciando a provare egli stesso disprezzo verso la propria o altrui omosessualità. Nonostante questo, aprirsi alla propria famiglia d’origine scarica di un grosso peso interiore contribuendo all’aumento dell’autostima e dell’affermazione di se stessi. Di solito è il ragazzo o la ragazza a effettuare il coming home anche se si è visto che pochi genitori colgono i segnali lasciati dai loro figli sin dall’infanzia spingendoli a parlarne.

Sono più le volte in cui è la madre ad accorgersi dell’omosessualità del/la figlio/a e più tardi media la notizia all’altro genitore. Dopo la rivelazione i genitori attraversano delle fasi simili a quelle di un lutto: 1) negazione con frasi del tipo “non può essere vero, poi ti passa”; 2) rabbia per una aspettativa etero-normativa spezzata; 3) contrattazione come tregua dalla rabbia; 4) depressione in cui si interrogano autoaccusandosi su cosa hanno sbagliato come genitori; 5) accettazione quando finalmente riescono a esprimere con serenità al/alla figlio/a l’augurio di trovare la felicità. Dopo la notizia hanno bisogno di rassicurazione perché molto spesso disorientati in quanto ignari del mondo omosessuale.

Conoscere lo stile di vita del/la figlio/a o di altre persone omosessuali, informarsi, rispondere ai propri dubbi e curiosità, può permettere di abbattere i pregiudizi che li accompagnano da tutta una vita e di accogliere e sostenere i propri figli. Compiere il coming home offre ad un nucleo familiare la possibilità di stabilire legami più profondi, intimi e solidi ma anche ai ragazzi di far emergere completamente tutti quegli aspetti della loro identità fino ad allora celati. Un rifiuto a lungo termine, al contrario, mette a rischio la salute mentale e l’equilibrio affettivo e relazionale della persona gay o lesbica.

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare