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recensione a cura del tirocinante Loris Patella

La storia di Leila è ambientata a Toronto, nell’estate in cui i suoi genitori divorziano. Lei conosce un ragazzo ad una festa, David di cui sembra innamorarsi, ma le difese della ragazza sono troppe, vive i rapporti sociali unicamente attraverso la fisicità e qualora non vi sono persone allora si limita semplicemente all’autoerotismo. Ma la meccanicità di questa routine annulla ogni sentimento che la ragazza prova e che, invece, vorrebbe provare, instaurando così, in lei stessa, un circolo vizioso da cui sembra non riuscire più a districarsi.

Ma David sembra averla conquistata, forse perché entra indirettamente nella vita del ragazzo e ne assapora non solo la fisicità, ma anche la sicurezza che le manca in famiglia. Ma è una situazione da cui fugge allo stesso tempo, proprio nel momento in cui il padre di David muore, non volendo essere il fulcro della sua vita, de-responsabilizzandosi a questo punto del suo ruolo nella relazione; perché lei è la ragazza che sa fare sesso, ma non sa amare. Ed è intorno a questa dicotomia che ruota tutta la trama del film, che segue il bipolarismo di un attaccamento che si può ipotizzare come evitante di Leila verso le sue figure parentali, in un eterna ricerca di ciò che lei stessa rifiuta. Ma il film cerca di dare risalto anche a tutti gli aspetti di una relazione affettiva, dal gioco di sguardi al colpo di fulmine, dall’innamoramento al sesso fugace, dall’attesa pre-matrimoniale al matrimonio, dalla convivenza fino ad un’eventuale separazione.

E Leila, nella sua concezione d’amore, avendo come riferimento due genitori che vengono ripresi sempre nella loro solitudine, cerca conferme di ciò ovvero che si è soli e che non si può entrare in una relazione affettiva poiché o vi sarebbero sempre problemi o, più banalmente, il sesso non sarebbe appagante come quello ‘mordi e fuggi’. Il film termina con la rottura definitiva dei genitori di Leila e il suo conseguente break point in cui non riconosce più se stessa, disintegrata dalla mancanza di tutto: dei genitori (1) di David (2) di una sistemazione stabile (3). Tutte queste riflessioni le fanno capire che è David a condurre il gioco ora, che è di lui che è davvero innamorata, ma i due entreranno davvero in una relazione affettiva soltanto alla fine del film. Considerando in un’ottica critica il film, da un punto di vista psicologico sembra emergere il tema della difficoltà di comunicazione all’interno della coppia e all’interno del cerchio familiare. Infatti la non comunicazione è a volte sintomo e a volte causa di un distacco tra le persone che si trovano in relazione. Quindi ognuno costruisce il proprio angolo silenzioso, fatto di conflitti e litigi più o meno espressi in cui una minima comunicazione errata può portare ad amplificare tali problemi.

Ed è il caso dei genitori di Leila che lasciano un’impronta simile sulla ragazza nel rapporto con David, due persone che crescono inizialmente insieme e non l’uno nell’altro, godendo di una dimensione ‘noi’ solo nella fase dell’innamoramento per poi rigettare tutti i problemi che la vita quotidiana ci pone davanti sull’altro, in una comunicazione inefficace. Questo perché ci si abitua a non parlare più di desideri ed aspettative, perché si evita di parlare vicendevolmente dei propri sentimenti come se tutto fosse già stato scritto e che la storia tra i due è un continuum statico piuttosto che dinamico. E’ utile a tal fine muoversi verso una comunicazione utile al rapporto che permette a ciascuno dei membri della relazione di esprimere le proprie emozioni, bisogni in modo comprensibile sia a livello verbale che non verbale; dall’altra parte dovrebbe esserci un’accettazione dell’altro che sia sincera, atta a comprendere i bisogni e i sentimenti dell’altro ponendosi in modo attivo, da buoni ascoltatori piuttosto che da giudici. Ma il tema dell’assertività è un tema molto sentito all’interno del nucleo familiare poiché permette la comunicazione e l’espressione delle emozioni le quali possono essere riconosciute e condivise.

Ciò provoca automaticamente una crescita per ogni membro della famiglia ed un attaccamento di tipo sicuro che farà fronte agli ostacoli piuttosto che ‘permettere’ di fuggire da essi. Un clima assertivo dunque è un ottimo terreno fertile per costruire dei rapporti quantomeno definibili ‘maturi’ e permette all’individuo innanzitutto di mettersi al pari degli altri nonché il raggiungimento degli obiettivi del singolo. Parlare in famiglia e/o in coppia non è un’impresa impossibile, benché possa rivelarsi molto difficile e faticosa. Ma se dovesse essere che il gioco valga davvero la candela, chi non sperimenterebbe questa via?

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