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Recensione a cura della tirocinante Manuela Arcieri

 

Un vero e proprio Manuale d’amore, la commedia ad episodi di Veronesi che ci racconta l’amore in quattro tappe. Quattro episodi che si susseguono e raccontano momenti di vita di altrettante coppie che sono in realtà sempre la stessa a distanza di tempo.
Tommaso (Silvio Muccino) è un giovane disoccupato travolto dalla passione per Giulia (Jasmine Trinca) e vive tutte le fasi dell’Innamoramento. Barbara (Margherita Buy) e Marco (Sergio Rubini) una coppia adulta senza figli che affronta la loro prima Crisi dopo anni d’amore: un figlio può essere una soluzione idonea per risolvere i problemi? Ornella (Luciana Littizzetto) è una vigilessa che, per vendicarsi del Tradimento del marito, decide di multare tutti gli automobilisti uomini che le capitano a tiro. Goffredo (Carlo Verdone) è un brillante pediatra che non vuole rassegnarsi all’idea dell’Abbandono da parte di sua moglie dopo nove anni di felicità coniugale.

Il film, attraverso un linguaggio semplice e ironico, rappresenta alcuni momenti chiave di una relazione sentimentale che hanno inizio dall’innamoramento e si finisce con l’abbandono. Nel mezzo: crisi e tradimento.
Ogni coppia segue un percorso che passa attraverso fasi diverse. Oltre alle componenti chimiche, comuni a tutti gli esseri umani, altri aspetti della storia individuale, psicologica, famigliare e trigenerazionale influenzano gli individui nella scelta e nel legame duraturo con il partner.
Secondo l’approccio evoluzionistico e la teoria dell’attaccamento (J. Bowlby) le relazioni amorose ‘sane’ si sviluppano seguendo un percorso a tappe imprescindibili che coinvolgono sia elementi biologici (innati) che sociali. Lo psicoanalista britannico John Bowlby indagò i comportamenti che contribuiscono alla formazione dell’attaccamento fra due persone, come quello del neonato con la madre o con chi l’accudisce (caregiver).

Nel 1969 John Bowlby definiva l’attaccamento come una “Propensione innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si è vulnerabili ai pericoli ambientali per fatica, dolore, impotenza o malattia”. La propensione all’attaccamento ha la sua massima espressione durante l’infanzia, a causa della maggiore vulnerabilità del bambino, l’amore coincide con il bisogno di essere nutriti e protetti e la figura di attaccamento è, di conseguenza, la madre o chi per lei: fonte di nutrimento e protezione. La costituzione di un buon attaccamento, sicuro, durante la prima infanzia dipende dalla capacità della figura di attaccamento di rispondere in modo continuativo e costante ai bisogni del bambino. Con la crescita, l’attaccamento che si viene a formare tramite la relazione materna primaria si modifica e si estende ad altre figure, sia interne che esterne alla famiglia, fino a scomparire: nell’adolescenza e nella fase adulta il soggetto avrà maturato la capacità di separarsi dal caregiver primario e legarsi a nuove figure di attaccamento.

Cindy Hazan e Debra Zeifman (1999) hanno delineato un modello suddiviso in quattro tappe per spiegare le varie fasi che caratterizzano la formazione e il mantenimento di una relazione sentimentale duratura e stabile: fasi che sembrano evidentemente richiamare, per analogie funzionali di comportamenti ed emozioni coinvolte, le tappe di sviluppo del legame madre-bambino:
-Durante la prima fase del corteggiamento tutti i comportamenti che vengono messi in atto sono finalizzati a mostrare al potenziale partner il meglio di sé e, contemporaneamente, valutare se le caratteristiche dell’altro possono corrispondere a quelle dell’ideale di partner (cura e protezione sulle quali costruire un legame di attaccamento, ma anche attrazione fisica che indica fertilità). Gli elementi principali di questa fase sono l’eccitazione e il desiderio.
-Nella seconda fase dell’innamoramento i partners iniziano a fidarsi l‘ uno dell’altro mettendo in mostra non solo il meglio di sé, ma anche sofferenze e vulnerabilità, cercando nell’ altro il rifugio emotivo.
-La terza fase è l’amore, le sensazioni di eccitamento e l’attenzione dedicata al partner sembrano diminuire per essere sostituiti da emozioni più pacate. In questa fase emerge inoltre l’ansia di separazione: la presenza di questa emozione, nell’ adulto come nel bambino, indica che il legame di attaccamento è formato e che esso ha la funzione di garantire quella protezione essenziale per la sopravvivenza.
-L’ultima fase della relazione di coppia è quella, appunto, dell’attaccamento. Il contatto fisico, gli scambi, gli sguardi e i rapporti sessuali diminuiscono. Questo perché i due partner sono legati da una interdipendenza emozionale e dall’ impegno reciproco, sono l’uno la base sicura dell’altro e questa tranquillità permette loro di esplorare l’ambiente senza preoccuparsi di perdere la figura di attaccamento. Un legame che non raggiunga questa fase, che sia fermo ad una delle fasi precedenti, ha poca probabilità di funzionare.

Oltre agli aspetti psicologici e sociali, le recenti ricerche delle neuroscienze ci spiegano i sentimenti in termini biochimici.
L’innamoramento aumenta il livello della dopamina, il neurotrasmettitore stimolante di intenso piacere, euforia, eccitazione, iperattività rilasciato allo stesso modo nell’uso di cocaina, anfetamina, nicotina, e coinvolta nelle principali dipendenze. Gli studi della professoressa Helen Fisher, antropologa e ricercatrice, hanno dimostrato che il cervello innamorato e quello sotto effetto di cocaina, ad esempio, si somigliano molto, attivati dagli stessi mediatori chimici, segnati dagli stessi percorsi neuronali, coinvolti dal medesimo effetto stimolante e stato di coscienza positivo. La dopamina lavora inoltre insieme alla noradrenalina, provocando il classico batticuore. Bassi livelli di serotonina sono invece correlati all’idea fissa dell’altro, al fatto di pensare costantemente al proprio partner, condizione biochimica del tutto simile nel disturbo ossessivo-compulsivo.

L’ attivazione fisiologica è presente nei primi 6/8 mesi della fase iniziale di una coppia, mentre nella fase dell’amore sono l’intimità e l’impegno di caregiver a prevalere. In questa fase la dopamina, che produce il nostro benessere, esaurisce la funzione che ci fa sentire euforici. A questo punto si attivano altre aree cerebrali, che hanno un gran peso nell’amore e che permettono il rilascio di un altro ormone: l’ossitocina. L’ossitocina è l’ormone dell’amore, che spinge alla vicinanza e cementa il legame, è l’ormone che induce le contrazioni del parto, che entra in gioco nel mettere in atto atteggiamenti di cura materni quando diventiamo genitori, ma è anche quello che rimane nel tempo permettendoci sentimenti di tenerezza e di mantenere il contatto per l’attività sessuale.

Uno studio del 2010 della Rutgers University ha dimostrato che innamorarsi assomiglia molto alla sensazione di chi assume droga: ci sono momenti di euforia, dovuti al rilascio di sostanze come la dopamina, l’ossitocina e l’adrenalina, e ci sono momenti di vera e propria ossessione, dovuta all’abbassamento della serotonina. Implicati nell’attaccamento e nel piacere sopraggiungono in un secondo tempo anche ossitocina e oppioidi endogeni. Non sconvolgono, infondono senso di calma, tenerezza e intimità, permettono di stabilire il legame, ma inducono dipendenza. Esattamente come succede per le droghe: più tempo passiamo con il nostro compagno, più dipendenti di lui diventeremo.
Innamorarsi nel suo insieme può essere fisicamente ed emotivamente benefico, riducendo addirittura il rischio di ammalarsi.
Ma quando l’amore finisce? Come accade nell’ultimo episodio in cui Goffredo non riesce ad accettare la separazione dalla moglie. E come poter biasimarlo. La fine di un amore, di una convivenza, di un matrimonio genera sempre una profonda sofferenza nei membri della coppia che si trovano a dover affrontare un complesso processo psicologico di accettazione di una grande perdita.

La separazione tra due persone riguarda la fine di una relazione d’amore importante, il fallimento di un progetto di vita insieme e la perdita di tutte le rappresentazioni psicologiche legate ad esso, che possono assumere forme differenti nei singoli membri della coppia. La persona ha nutrito per lungo tempo speranze e aspettative per il futuro di coppia, facendo un grosso investimento emotivo oltre che economico e di tempo della propria esistenza. Affrontare la fine di un amore significa elaborare il lutto di una parte significativa di sé e della propria immagine interna; oltre alla perdita affettiva, comporta anche altre perdite (sociali, familiari, economiche e pratiche) e può destabilizzare l’identità di una persona con pesanti conseguenze sulla sua autostima. Per alcune persone il divorzio è un momento drammatico della propria esistenza che genera un periodo di incertezza ed estrema fragilità personale, anche se è stato preceduto da un lungo tempo in cui la vita a due generava solo insoddisfazione, e nella coppia regnava un clima conflittuale oppure una distanza emotiva segnata dalla mancanza di dialogo.

Nella vita di un individuo il rapporto consolidato diventa un riferimento e una base di sicurezza, per questa ragione la separazione può generare grandi angosce e paure rendendo una persona molto vulnerabile. Ci si può ritrovare in differenti situazioni o in tutte le seguenti, in momenti diversi che accompagnano il percorso di appropriazione e accettazione di ciò che è accaduto: si possono sperimentare vissuti di negazione della situazione cercando di recuperare in tutti i modi la relazione alternando sentimenti di angoscia e collera o ancora negando le conseguenze di una rottura e congelando del tutto la propria parte emotiva; ci si può sentire fortemente depressi, addossarsi tutta la colpa del fallimento o il vissuto di intenso dolore e smarrimento può arrivare dopo, quando si prende atto dell’irreversibilità della situazione; si possono provare una rabbia profonda e un bisogno incessabile di risarcimento per la sensazione di essere stati abbandonati, feriti, esclusi, per cui il mantenimento del conflitto e di una qualche forma di legame sembra paradossalmente essere l’unico modo di non lasciar andare, definito da Cigoli (1998) “legame disperante”. Non è raro che in una fase acuta, o di cronicità nel caso di una mancata elaborazione, compaiano dei sintomi fisici e/ psicologici (disturbi del sonno, umore instabile, panico) in uno dei partner.

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