in CINE Forum

recensione a cura della tirocinante Dr.ssa Giulia Guida

Il termine Geisha è la fusione di due kanji che significano “arte” e “persona”: quindi “persona esperta nelle arti” o, più semplicemente, “artista”. Professioniste nell’arte di intrattenere, erano molto comuni tra il XVIII e il XIX secolo in Giappone. Esistono tutt’oggi ma il loro numero sta diminuendo. Erroneamente in Occidente vengono assimilate a prostitute ma i giappone le geishe non venivano pagate per copulare bensì per intrattenere. Il film “Memorie di una Geisha”di Rob Marshall, uscito nelle sale nel 2005, adattato al romanzo Memorie di una geisha scritto da Arthur Golden è ambientato nell’anno 1929 in Giappone e narra la storia della piccola Chiyo Sakamoto, di nove anni, che viene venduta dal padre e dalla madre gravemente inferma, presso una casa per geishe (okiya).

Un incontro casuale su un ponte, tra la bambina ed un uomo beneducato ed elegante, il Direttore Generale di una grande industria di Osaka, cambia la vita di Chiyo per sempre cominciando lei a intraprendere passi per avvicinarsi all’uomo. Mameha, la più bella e conosciuta geisha di Tockyo, decide di prendere Chiyo come sua protetta e si impegna a farla diventare una vera geisha. L’iter non è semplice: imparerà a curare il suo aspetto fisico, a vestirsi con kimono di seta, a truccarsi il viso con un pesante cerone bianco, occhi marcati di nero e bocca rossissima, fino a rendersi quasi una maschera sotto la pesante acconciatura; imparerà a muoversi con grazia ed eleganza, a servire da bere in modo raffinato, a conversare con intelligenza, a calibrare ogni gesto; imparerà a suonare strumenti tradizionali, a danzare, a cantare, l’uso del ventaglio, la cerimonia del tè e l’arte della seduzione. Una volta apprese le arti delle geisha Chiyo, che nel frattempo ha preso il nome di Sayuchi, fa il suo debutto in società diventando una delle geishe più ambite dagli uomini e dopo varie difficoltà, tra le quali la seconda guerra mondiale, riuscirà a coronare il suo sogno con il Direttore Generale.

La ragione del successo della geisha in passato va ricercata nella posizione sociale femminile giapponese che voleva la donna confinata in casa, con un’educazione approssimativa che non consentiva loro di conversare e di interessare i propri uomini. Al di là della facciata di modernità ed emancipazione, le giapponesi di oggi sono ancora lontane dal raggiungimento della parità con gli uomini e risentono ancora della pressione sociale di un tempo.

 a cura del tirocinante Giuliano Salusest

Memorie di una geisha è un film del 2005 diretto da Rob Marshalle basato sull’omonimo romanzo diArthur Golden. Esso può essere visto come un viaggio all’interno della cultura giapponese e più nello specifico, come una finestra che, grazie al racconto di Chiyo, si apre su una delle figure più interessanti appartenenti al Giappone ovvero quella della geisha.Al giorno d’oggi, tale figura sta man mano scomparendo e la ragione principale di questo va ricercata nel successo che la geisha ha riscosso in passato. Infatti, analizzando la passata posizione sociale della donna che doveva rimanere confinata in casa e riceveva un’educazione molto approssimativa che non le permetteva di conversare e di interessare adeguatamente i loro uomini, è possibile capire come il ruolo della geisha  compensasse una figura femminile poco attraente, assolutamente sottomessa all’uomo e totalmente priva di una propria personalità, fornendo all’uomo quell’interesse che egli non riusciva a trovare tra le mura della propria abitazione. In questo senso verrebbe da pensare che la mutata condizione sociale della donna dei giorni nostri stia facendo scomparire il “bisogno” di una figura come quella della geisha.

Un altro aspetto molto importante che merita di essere affrontato e che il film stesso mette chiaramente in evidenza, è la confusione o l’errato modo di pensare alla geisha. Infatti nella cultura popolare occidentale, le geisha sono frequentemente scambiate con prostitute di lusso e l’equivoco, come è possibile vedere anche nel film,  ha cominciato a diffondersi dal periodo dell’ occupazione americana del Giappone. A questo proposito il regista riesce a creare una sorta di divisione della pellicola, mostrando nella prima parte come nasce la figura della geisha e quali sono i suoi doveri i  compiti e in generale il percorso che esse intraprendono fin da bambine per poter rivestire un simile ruolo; nella seconda parte, invece, coincidente con l’invasione americana e la relativa “occidentalizzazione” del Giappone, ciò che viene messo in risalto è questa nuova figura della geisha evidentemente contaminata dall’opinione e dalla visione della seduzione, propria dell’occidente.

La seduzione, a questo proposito è un’altra parola chiave che dona una luce particolare a tutta la pellicola. Infatti, come precedentemente accennato, compito della geisha era quello di intrattenere gli uomini e per farlo essa doveva far proprie alcune arti fondamentali come l’arte del canto, della musica, del saper danzare, del saper muoversi con grazia e della comunicazione. Tutto ciò risultava a chi ne veniva coinvolto, estremamente seducente: un gioco seduttivo fatto di movimenti aggraziati, di voci soavi e di uno stile unico, impossibile da trovare nelle proprie case. Tale gioco però, così lontano dalla concezione occidentale, non è mai stato preso in considerazione dagli occidentali stessi, in quanto, troppo lontano da quella che è la visione della seduzione in paesi come il nostro o quello americano, che fanno della seduzione un semplice mezzo per arrivare al sesso e che, in questo senso, spesse volte non riescono a vedere oltre la propria concezione: molto più facile vedere una “cosa”, interpretarla e magari renderla come la si vuole, piuttosto che prendere la stessa “cosa”, comprenderla veramente, coglierne il significato e capirne le straordinarie sfumature.


recensione a cura della tirocinante Maria Cusano

Tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Golden, “Memorie di una geisha” è un film del 2005 diretto da Rob Marshall. Dal titolo è facilmente intuibile la trama del film eppure il suo grado di coinvolgimento e di meraviglia non è affatto scontato, soprattutto se a prenderne visione sono gli occhi di un occidentale viziati dallo stereotipo. È un film “rivelatore” che getta una nuova luce sulla figura made in japan della geisha. L’ambientazione è degli anni 20 e Chiyo , bambina di soli nove anni, in seguito alla malattia della madre, viene venduta insieme alla sorella (Satsu) dal loro stesso padre ad un intermediario che condurrà Satsu in un bordello e la piccola Chiyo in un okiya, una casa per geisha.
La voce narrante del film è quella della stessa Chiyo oramai diventata Sayuri; la geisha più celebre ed ambita di Kyoto. Al di là della trama, il film ha il merito di aprire spunti di riflessione sul legame esistente tra la figura della geisha e la condizione delle donne nipponiche, oltre che far riflettere sullo stereotipo comune che associa la geisha ad una prostituta o cortigiana. In realtà è tutt’altro, è una donna ricca di sensuale grazia, l’incarnazione dell’iki, la quintessenza della seduzione finalizzata a se stessa. La geisha, o persona esperta nelle belle arti, è l’artista per eccellenza, colei che contiene in sé la propria arte ed esegue con invidiabile padronanza le discipline del canto, della danza, della cerimonia da thè, l’arte della comunicazione e l’esercizio della calligrafia. Tutto è studiato (acconciatura e colore dei capelli, il trucco, il tono di voce, i movimenti raffinati, sguardo) per affascinare l’uomo. La grazia è il risultato della perfetta incarnazione dell’iki e cioè la fragilità della carne e la forza dello spirito.

Colta e raffinata, la ragione d’essere di questa figura è data dalla condizione sociale e culturale in cui le donne giapponesi erano costrette a vivere: unite a un uomo in seguito ad un matrimonio combinato, non ricevevano un’educazione che le permettesse di confrontarsi e comunicare con i loro mariti (decisamente più colti delle mogli) e relegate in casa non partecipavano in alcun modo alla vita sociale. La geisha, con le sue doti comunicative, eleganti e aggraziate, offriva all’uomo tutto ciò che questi non poteva trovare all’interno delle mura domestiche, compensando  una figura femminile servile , ignorante e poco attraenti. Ciò che non competeva ad una geisha, se non per suo volere, erano le prestazioni sessuali; le arti amatorie non le venivano insegnate anzi veniva loro chiesto di restare vergini fino al mizu age, cioè fino al primo incontro professionale che concludendosi con il primo coito sancisce il passaggio da geisha apprendista a geisha vera e propria. Una volta avvenuto il miz age una geisha nel corso della propria carriera, qualora lo desiderasse, poteva avere più partner sessuali.

Il film “memorie di una geisha” mostra  la figura della geisha spesso segnata dalla malinconia, a cui non è permesso di provare desiderio e sentimento, di amare un uomo e ancor meno un uomo che non faccia parte dell’aristocrazia e dell’alta borghesia e nonostante siano libere di non vendere la propria verginità al miglior offerente, spesso sono costrette perché il denaro ricavato è l’unico mezzo che hanno per ripagare i costi della “scuola per geishe”.
Oggi, nella cultura attuale giapponese, la figura della geisha è sempre meno diffusa in quanto la donna è libera quanto l’uomo di istruirsi, lavorare ed esprimere se stessa. Maggiore è l’emancipazione femminile e maggiore è il declino della figura della geisha, compensata ormai dalle nuove generazioni di femmine giapponesi che avranno sicuramente meno grazia ma hanno la libertà di perseguire il proprio destino.

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