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Moolaadè è in primo luogo un film coraggioso: parla infatti il linguaggio del trauma, del coraggio e della maturità necessari a superarlo, e delle responsabilità che ognuno ha nelle proprie scelte in seguito al trauma.

Nella prima parte di questo quasi-documentario in forma narrativa, si possono identificare i temi della violenza morale e culturale, e del riconoscersi tra vittime.

L’episodio iniziale mostra cinque giovani ragazze fuggite al rito dell’escissione che vengono riconosciute come vittime da salvare da parte di una donna (Collè Ardo, la protagonista). Collè ha avuto l’onesta e la lucidità interiore di riconoscere se stessa per prima come una vittima di quel barbaro rituale subìto da bambina, non ha dimenticato la propria esperienza di essere stata innegabilmente sottoposta a violenza; è principalmente in virtù di questo che è in grado di riconoscere le altre vittime ed essere solidale con loro. Ciò che la rende diversa è il suo rifiuto di ignorare la memoria traumatica: la ha invece elaborata nella propria vita cosciente facendone un motore di individuazione (C.G. Jung, 1935), di ribellione contro una cultura che percepisce come profondamente iniqua.

Le altre donne del villaggio, in varia misura, sembrano piuttosto aver internalizzato la violenza, che impongono anche alle proprie figlie, cedendo al conformismo della cultura arcaica locale ed alla pressione delle altre donne socialmente inserite, tutte escisse senza eccezione. Per loro la violenza subìta diventa ‘magicamente’ un punto di forza e fonte di autostima: è segno di appartenenza al gruppo delle donne rispettabili e desiderabili; l’orrore subìto da bambine acquista tutt’altro significato, diventa una fortuna condivisa. Queste donne mutilate non solo nel corpo, madri che impugnano il coltello rituale verso coloro che dovrebbero avere più a cuore, sono forse persino mosse da un sotteraneo sadismo: uno dei modi psichicamente immaturi di gestire il trauma è infatti il rimetterlo in atto su qualcun altro, invertendo il ruolo di vittima in persecutore attraverso il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore, fenomeno tristemente noto fin dai primi studi sul trauma (S. Ferenczi, 1933; A. Freud, 1936).

La protagonista, dunque, parla il linguaggio universale del diritto ad esistere in quanto persona, in quanto individuo, ancor prima che in quanto donna. La sua vicenda porta inevitabilmente a riflettere sul valore centrale del corpo, e della sessualità in particolare, nella struttura e nello sviluppo della psiche umana. Questo concetto, seppur spesso citato, sembra ancora oggi più banalizzato che pienamente compreso nella cultura contemporanea. Il caso estremo delle mutilazioni genitali femminili (MGF) non può non far interrogare lo spettatore sul significato dell’essere donne ed uomini realmente adulti: quanto la sfera sessuale è parte fondante della persona e della sua relazione col mondo, nonché dei rapporti umani in una società civile?

Ad oggi, nel mondo, l’OMS conta circa duecento milioni di donne che hanno subìto MGF, circa tre milioni ogni anno. Di queste la commissione europea ne stima in Europa circa cinquecentomila, di cui, secondo un recente studio dell’Università di Milano Bicocca, tra le sessantamila e le ottantamila in Italia. Molte di loro riportano oltre a gravi e cronici problemi medici anche sintomi psichiatrici riconducibili al trauma, talvolta pesantemente invalidanti.

Alcune donne tuttavia, ci mostra Moolaadè, sopravvivono interiormente all’orrore di quel trauma, lo rendono motivo di evoluzione personale e di progresso sociale. La testimonianza della loro forza interiore, che risuona forte come il grido di una bambina escissa, è rivolta a chiunque abbia subìto violenze ed abusi, e mette in chiara luce il valore della capacità tipicamente umana di saper trarre un nuovo significato da una precedente esperienza; questa nuova consapevolezza può divenire un prezioso valore condiviso da tutta la comunità solo se elaborata in modo maturo e congiunta al coraggio necessario ad esprimerla pubblicamente. Per questo Moolaadè è un film che sprona al coraggio: induce a riflettere sulla responsabilità che abbiamo verso noi stessi e nei confronti delle future generazioni se taciamo di fronte alla violenza delle nostre ed altrui pulsioni primitive.

 

Recensione a cura di Luciano Meoni

 

Bibliografia:

– Ferenczi S. (1933) Diario Clinico, Cortina Editore, 1988.
– Freud, A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa, Giunti Editore, 2012.
-Jung, C. G. (1935) Coscienza, Inconscio e Individuazione, Bollati Boringhieri, 2013.

 

Sitografia:

http://www.who.int/en/news-room/fact-sheets/detail/female-genital-mutilation

http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-17-215_en.htm https://academic.oup.com/eurpub/article/26/4/656/2467343


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