in CINE Forum

recensione a cura della tirocinante Valeria De Prophetis

La nota psicanalista e psicoterapeuta americana Louise J. Kaplan ha scritto nel `91 il famoso saggio clinico Female Perversion – The Temptations of Emma Bovary. Tema del saggio è l’ipotesi secondo cui le donne non sono state considerate perverse per il semplice motivo che le loro perversioni non sono mai state ricercate in quei comportamenti femminili dove esse si annidano, come ad esempio la cleptomania, l’anoressia, piccole mutilazioni, etc.

Sei anni dopo la pubblicazione del libro, nel 1997, la regista americana Susan Streitfeld, dopo averne comprato i diritti, ne ha tratto il suo primo lungometraggio (supportato da una produzione, scenografia, fotografia e musica tutta femminile), Perversioni femminili, dal libro omonimo.

Nelle prime scene del film è stata riportata sul cuscino della protagonista, una frase simbolo dell’intera pellicola: “Perversions Are Never That They Seen To Be” (le perversioni non sono mai ciò che sembrano essere). L’intento, come riportato in alcune interviste rilasciate dalla Streitfeld, è di evidenziare come Eve, al pari di altre donne, vive l’amore, le sue emozioni, la sua sessualità. Sembra che si voglia allontanare lo spettatore dal giudizio e dall’etichettamento dei comportamenti messi in atto dalla protagonista.

Eve, interpretata da Tilda Swinton, è un procuratore di successo, una donna in carriera, bella, sicura di sé, distaccata, composta, irreprensibile nel lavoro, ma che dietro questa apparente facciata di perfezione nasconde luoghi oscuri del suo passato. Ha due amanti, un uomo di successo ricco e stanco, Jhon, e una tanto affascinante quanto giovanissima psichiatra, Reenè (interpretata da Karen Sillas) . Un evento improvviso si abbatte su di lei: l’arresto della sorella cleptomane, Madelyn (Amy Madigan). Non si può dire che tra le due i rapporti siano idilliaci, anzi, il loro rapporto, fatto di incomprensioni e conflitti irrisolti, è molto violento. Eve ricerca l’origine dei suoi comportamenti, e lo fa compiendo un viaggio all’interno di se stessa, un viaggio in solitudine, nella memoria e nella propria fantasia.

E’ proprio la fantasia erotica, e non solo, che spesso interrompe ed interviene nella trama del film: Eve nuda, in un chiaroscuro suggestivo, cammina su un filo teso, tentando di mantenere l’equilibrio, al fine di non cadere in una piscina a forma di croce. I suoi polsi e le sue caviglie sono strette da corde, tirate da personaggi con il volto di re e regina. Un chiaro legame con i ricordi che che spesso la tormentano, nei quali vi è appunto una piscina, al bordo della quale vi sono i suoi genitori che giocano a carte.
Ma ancora più emblematica è la scena che le si presenta nella mente quando entra in relazione con sua sorella: suo padre che respinge aggressivamente le avance della moglie in vena di provocarlo sessualmente.

Da tutto ciò si capisce l’atteggiamento di Eve: nel lavoro incalza il ruolo determinato ed autoritario dell’uomo e nella vita privata, la scelta dell’abito giusto, la perfezione fisica, una relazione con il cibo un po’ complicata, la rendono la stereotipata e vulnerabile donna. Ad hoc un’ulteriore frase che la regista ha utilizzato nel suo film: ““Nella perversione non c’è libertà, ma solo un conformarsi rigido agli stereotipi di genere”.  Per la Kaplan la perversione è un meccanismo che permette di sopravvivere alla perdita originaria che la nostra cultura infligge, ad ogni essere umano, nel momento in cui lo piega alla schiavitù dei ruoli sessuali o di genere. Come viene riportato nel suo libro, “L’atto ha la funzione di aiutare la persona a sopravvivere e, più ancora, a sopravvivere con la sensazione di trionfare sui traumi dell’infanzia. La strategia perversa è inconscia […]

“Il protagonista non sa che la performance ha lo scopo di dominare “eventi” che nell’infanzia erano troppo eccitanti, troppo paurosi, troppo umilianti per poter essere dominati. L’attore non può, non osa ricordare quei terribili eventi. Piuttosto butta via tutta la sua vita rivivendoli, anche se in forma mascherata”. Nel caso di Eve, non è importante come o con chi ha esperienze sessuali, ma come le usa per allontanare le emozioni o, per rimuovere dalla sua vita quello stereotipo di donna-moglie-madre, che non vuole incarnare; preferisce la solitudine sentimentale, il non coinvolgimento piuttosto che lasciare spazio alle emozioni. Nelle ultime scene del lungometraggio, Eve riesce a mettere a posto i pezzi di ricordi confusi e ciò le permette, attraverso l’abbraccio con Edwina, di riscoprire una femminilità fuori dagli schemi, fuori dai modelli estetici

recensione a cura della tirocinante Francesca Mamo

Nel suo film del 1996 Susan Streitfeld richiama il lavoro della famosa psicoanalista Louise J. Kaplan, autrice del libro “Perversioni femminili. Le tentazioni di Emma Bovary”. A differenza degli uomini, le donne che sperimentano desideri perversi non li mettono in atto attraverso la sessualità, bensì mediante il fallimento sentimentale, l’anoressia, il mentire, l’infliggersi ferite, la cleptomania, la sottomissione estrema.

Nel film, la Streitfeld ha cercato di mostrare alcuni degli aspetti della perversione femminile attraverso le storie delle varie protagoniste. Prima tra tutte c’è Eve (T. Swinton), un avvocato di successo che vive parallelamente su due piani, quello della realtà e quello delle fantasie perverse, che richiamano il suo complesso mondo interno, costernato da incubi ricorrenti e zone d’ombra. Eve si presenta sicura di sé, efficiente e perfetta, mentre nelle sue fantasie erotiche cammina su una corda, in bilico sulle sue paure infantili, retta da un fragile equilibrio che la minaccia costantemente di farla cadere dentro una piscina a forma di croce (in psicoanalisi la croce rappresenta la moralità, il giudizio, il dovere). I suoi polsi e le sue caviglie sono strette da corde tirate da due fantomatici personaggi mascherati che rappresentano il re e la regina, probabilmente proiezioni dei suoi genitori. Eve presenta anche dei tratti schizofrenici, in quanto sono molto frequenti deliri allucinatori, uditivi e visivi, atti quasi sempre a generare in lei senso di colpa e  insoddisfazione per la sua persona e per il suo aspetto fisico.  Anche la sua vita affettiva e relazionale è tumultuosa, intrattiene infatti rapporti sessuali sia con un giovane uomo di successo che con una bella e affascinante psichiatra. Alla vigilia della nomina a giudice dello Stato di California, viene chiamata dalla sorella Madelyn per aiutarla ad uscire dal carcere, venendo così a conoscenza del suo problema con i furti.

Tradizionalmente la psicoanalisi individua alla base della cleptomania l’invidia del pene, che si esprime nel desiderio di impossessarsi di qualcosa che la donna ritiene le sia stato negato. Non esiste un confine netto tra feticismo e cleptomania, infatti l’oggetto rubato può essere utilizzato per eccitarsi sessualmente e non rappresenta esclusivamente il pene, ma, alla stregua del feticcio, simboleggia perdite e assenze sofferte nel corso dell’infanzia. Il furto rappresenta la riappropriazione delle gratificazioni negate e al contempo la vendetta e il trionfo. L’oggetto rubato diviene il sostituto dell’amore e della protezione che il bambino avrebbe desiderato e previene la depressione e l’ansia. Un altro personaggio del film che cattura l’attenzione è la giovane Edwina, una ragazza alle soglie dell’adolescenza, alla ricerca di una definizione della sua identità di donna, resa confusa dai modelli femminili che la circondano, in particolare dalla madre, una giovane donna distrutta dall’amore di un uomo sposato che non la ricambia, e dalla zia, una vera “femme fatale”, che utilizza il suo corpo e il suo charme per sedurre amici e conoscenti.

Grazie alla conoscenza di Edwina, che viene chiamata da tutti “Ed”, Eve entra in contatto con la sua parte più arcaica e vulnerabile, e ciò l’aiuta a farle riaffiorare alla memoria gli eventi più traumatici della sua infanzia, grazie anche al supporto della sorella, con cui ritrova dopo anni un’affinità. Cosa sia realmente successo alla giovane Eve non ci è dato saperlo; la regista ha infatti deciso di lasciare libera interpretazione allo spettatore. Una possibile chiave di lettura porterebbe a pensare che Eve abbia subito una violenza dal padre, evento che la porta ad avere un rapporto quasi esclusivo con lui, al punto da spingere quest’ultimo a rifiutare le avance della moglie (come si vede in un ripetuto flashback del film) e a rifiutare anche l’altra figlia Madelyn. Questo evento potrebbe aver procurato ad Eve un forte senso di colpa soprattutto verso la figura materna, che viene spesso idealizzata, con la conseguente svalutazione di se stessa, la sottomissione all’ideale materno, la convinzione circa la propria inferiorità, il timore di aver deluso la madre e il vivere nella sua ombra sacrificando affetti e carriera. Quanto la madre fosse complice o meno di questa violenza non è chiaro, così come rimangono ambigue le circostanze in cui è venuta a mancare. Questo film appare dunque complesso e non adatto a qualsiasi tipo di pubblico.

Il messaggio del film può essere riassunto in una famosa frase della Kaplan, la quale riteneva che: “Una donna, per esplorare ed esprimere appieno la propria sessualità e le proprie capacità emotive e intellettuali, dovrebbe correre grossi rischi e attuare una profonda rivoluzione delle condizioni sociali che la reprimono e la costringono. L’alternativa è persistere nel tentativo di adattarsi all’ordine del mondo, consegnandosi per sempre alla schiavitù di uno stereotipo di femminilità riconosciuto, ossia, se vogliamo, a una perversione”.

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare