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Recensione a cura della tirocinante Margherita Stivè

 

Il cacciatore di anoressiche racconta della vera storia di Marco Mariolini, tratta dal romanzo autobiografico che lui stesso scrisse nel 1977, nel quale si autodefinisce come “anoressofilo, ossia attratto esclusivamente da donne scheletriche e filiformi.
Il film con forza racconta di una vera e propria ossessione, tipica delle forme parafiliche, verso le forme ossute. Caratteristica fondante della relazione con l’anoressica, per Mariolini, non era esclusivamente l’attrazione sessuale nei
confronti della magrezza bensì il potere esercitato sul controllo della fame della partner.
Come possiamo notare nell’intero film, Mariolini spingerà la sua donna a dimagrire sempre di più, collezionando continue vessazioni ed insulti.

Lo stesso atto, rappresentato nel finale del film, in cui Mariolini porta Monica al ristorante senza permetterle di scegliere il cibo da lei desiderato, rappresenta proprio questa relazione di potere che va al di là dell’aspetto estetico e rientra più in un comportamento tipico di un sadico.
In linea generale, da come presentata nel film, quella di Mariolini potrebbe esser considerata un disturbo parafilico non altrimenti specificato.
Infatti, in ambito psicopatologico e sessuologico per parafilia si intende qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti. Nelle parafilie dunque l’eccitazione sessuale viene suscitata in modo ricorrente da oggetti inusuali o da attività sessuali inusuali.

Si può parlare però di disturbo parafilico solo quando una parafilia inizia a causare disagio o compromissione nella vita quotidiana della persona o ha arrecato o rischiato di arrecare danni a se stessi o agli altri.
Riguardo ai criteri diagnostici per il Disturbo parafilico secondo il DSM 5 vi sono due criteri:
il Criterio A specifica la natura qualitativa della parafilia (come ad esempio rivolgere l’attenzione sessuale verso i bambini) e il Criterio B precisa le conseguenze negative della parafilia, cioè disagio, compromissione o danno ad altri.
La diagnosi di Disturbo Parafilico dovrebbe essere riservata ad individui che soddisfano entrambi i Criteri A e B mentre la parafilia solo il criterio A.

Riguardo all’eziologia, e quindi poi al trattamento riservato a questi soggetti, per la maggior parte dei disturbi parafilici deve essere considerata una complessa prospettiva multifattoriale e quindi un insieme di fattori causali che hanno portato allo sviluppo di tali patologie. Considerando i fattori genetici e neurobiologici alcuni studi hanno avanzato l’ipotesi di una disregolazione nei livelli degli androgeni e del testosterone in soggetti maschi affetti da disturbi parafilici. Tuttavia i modelli di eziopatogenesi ad oggi piu’ riconosciuti pongono l’accento sui fattori esperienziali e ambientali vissuti dalla persona nell’ambito delle relazioni e dei contesti di vita significativi. La storia dell’infanzia delle persone con parafilie spesso rivela che esse hanno subito abusi, traumi e maltrattamenti psicologici, fisici e/o sessuali.
Per quanto riguarda gli interventi terapeutici, i trattamenti più efficaci per la cura dei disturbi parafilici sono trattamenti che implicano l’integrazione tra la psicoterapia e un’adeguata terapia farmacologica.

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental
disorders (DSM-5®). American Psychiatric Pub.

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