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recensione a cura della tirocinante Dr.ssa Marcella Frascina

ShameShame narra la storia di un uomo di successo, che ha tutte le libertà, ma ha fatto del proprio corpo e della propria mente la sua prigione. Brandon è giovane, ha un buon lavoro ed un appartamento elegante, è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Celato sotto un sorriso sornione ed uno sguardo ammaliante si nasconde però uno strazio interno, un inferno di pulsioni compulsive. L’interpretazione di Michael Fassbender incarna perfettamente l’angoscia, la difficoltà di rapportarsi in modo sano con il sesso. Il film affronta senza censure il calvario di un uomo sessodipendente. La vita di Brandon è infatti, regolata da una sessualità ossessiva e fine a se stessa: video, chat e riviste porno, prostitute, incontri casuali per strada, frequenti masturbazioni in casa come in ufficio.

Il piacere  non c’entra! E’ la dipendenza, che provoca tormento, disperazione, vergogna. Da qui il titolo del film “Shame”… vergogna! Il regista, Steve Mc Queen, spiega che la scelta del titolo è dovuta al fatto che le persone con problemi simili a quelli di Brandon ripetono continuamente questa parola riguardo alla loro esperienza e al loro vissuto. La vergogna però è anche uno dei fattori che ostacola la richiesta d’aiuto. Mc Queen mostra tutto questo con “freddezza”, non giudica, non tenta nessuno approccio psicologistico al suo agire, semplicemente lo segue, registra i suoi movimenti, con un approccio avalutativo, fenomenico. Al regista non interessa indagare il privato pregresso dei suoi personaggi, si limita ad esporne le cicatrici, evidenziando così un presente fatto di vuoto. Il sesso viene rappresentato come un pensiero fisso, prioritario, incontrollabile, piuttosto che come modalità di comunicazione, di relazione, di scambio di piacere e momento privilegiato dell’intimità.

La persona dipendente, come il protagonista, difficilmente riesce a stabilire una relazione con l’altro, non è interessata a farlo, perché l’altra persona costituisce un “oggetto”, che ha come unica funzione quella di soddisfare un bisogno e questo la rende facilmente sostituibile. Nel film non vengono quindi chiarite le dinamiche e le cause di questo disturbo ma un accenno indiretto  si ha solo dalla sorella del protagonista, una donna estremamente fragile con problemi di dipendenza affettiva, la quale, ad un certo punto del film, dice: “Non siamo cattivi, veniamo solo da un brutto posto”. Una frase che “arriva” e resta, che non sfugge, chiara, breve, ma intensa, all’interno di un film dove lo strumento di comunicazione prioritario non è certo la parola.  In Italia, secondo una stima dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono circa il 6% della popolazione, oltre 3 milioni quindi, le persone che vivono il sesso in modo patologico, come se fosse una droga. Il National Council of Sexual Addiction definisce la Sex Addiction, o dipendenza sessuale, come “una persistente e crescente modalità di comportamento sessuale, messo in atto nonostante il manifestarsi di conseguenze negative, per sé e per gli altri”.

L’individuo sessodipendente agisce in risposta ad un irrefrenabile impulso sessuale e pone la sessualità al centro della sua vita, da qui i conseguenti problemi sul piano personale ed interpersonale, lavorativo, economico. Il sesso diventa inevitabile, sino ad arrivare a non considerare né le circostanze né tanto meno le conseguenze. Lo sviluppo è simile a quello delle altre dipendenze, con un progressivo aumento dello stimolo, dell’energia utilizzata per la ricerca di eventi sessuali, sviluppo della tolleranza e sintomi di astinenza.

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