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recensione a cura della tirocinante Viviana Santorum

Un giorno perfetto (locandina)“Un giorno perfetto”, film del 2008 con l’inconfondibile impronta di Ozpetek, è tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco. Ambientata a Roma, la pellicola parte dalla scena finale in cui si sentono degli spari provenienti da un appartamento, per poi proseguire attraverso la ricostruzione della giornata precedente.

La trama si basa principalmente sulla separazione di Emma ed Antonio; quest’ultimo non riesce a rassegnarsi alla fine della relazione e mette in atto una serie di comportamenti persecutori nei confronti dell’ex moglie. A far le spese della situazione, come spesso accade, sono i figli della coppia che oltre a soffrire per la divisione genitoriale si trovano a fare i conti con un padre del tutto assente. Difatti Antonio, nonostante sia ossessionato dall’idea di riunire la famiglia, è in realtà focalizzato in maniera esclusiva su Emma, mentre non sembra interessato ad arginare la distanza tra lui e i bambini. All’interno di questa storia si intrecciano le vicende di altri personaggi, che per motivi diversi rappresentano l’insoddisfazione matrimoniale e lo scarto generazionale, talvolta incolmabile, che sussiste tra genitori e figli. L’ossessione amorosa di Antonio, attanagliato dai sospetti e dalla gelosia e frustrato dai continui rifiuti  di Emma, sfocia infine in tragedia proiettando lo spettatore nella scena iniziale/finale del film: l’uomo spara ai suoi figli e poi si uccide. L’unica a sopravvivere sarà Valentina, la figlia adolescente. Ancora una volta, il paradosso: colui che avrebbe dovuto difendere i propri figli è la stessa persona che li priva della vita, in una sorta di slancio che rievoca la figura mitologica di Medea, assassina della propria prole che agisce per vendicarsi di Giasone, colpevole di averla ripudiata per sposare un’altra donna.

Attualmente lo stalking è un fenomeno in espansione, ovvero un comportamento intrusivo ed assillante volto a controllare chi ne è vittima, mediante minacce, appostamenti, telefonate che minano il benessere e le abitudini della persona a cui sono dirette. Meloy (1998) distingue due tipologie principali di stalker: l’erotomane non delirante o borderline e l’inseguitore ossessivo. Nel primo caso si tratta di individui che in passato hanno avuto un rapporto sentimentale con la propria vittima ma non riescono ad accettare la fine della relazione. Persiste un attaccamento estremo e le molestie rappresentano la risposta e la difesa alla ferita narcisistica causata dall’abbandono, per loro intollerabile. Si configura un vero e proprio disturbo della relazione emotiva che porta lo stalker a mettere in atto comportamenti compulsivi. Nella seconda categoria viene posta l’enfasi sulla specificità delle ossessioni e sul ruolo motivazionale che esse rivestono nell’espletamento dell’atto persecutorio. Le fantasie relative alla vittima designata sono pervasive e possono innescare tanto sentimenti di amore quanto di rabbia o di vendetta: il tutto, sia nella prima che nella seconda tipologia, può esplodere in atti di violenza se non addirittura di omicidio, come i fatti di cronaca testimoniano. Dunque per quanto lo stalker desideri un contatto effettivo ricorre alle intimidazioni per ottenerlo, e paradossalmente pur cercando la vicinanza non sa stabilire una relazione autentica: da qui la contraddizione tra richiesta d’affetto e persecuzione, tra sottomissione e dominio. Per ciò che concerne la difficoltà a superare il distacco spesso si riscontrano esperienze di abbandono infantile alle spalle. Questi soggetti sembrano privi di riferimenti interni: non c’è un fallimento delle rappresentazioni ma una vera e propria assenza che ha impedito la convalidazione di comportamenti socialmente adeguati. La mancanza di un oggetto interiore che regolamenti il comportamento provoca necessariamente un vuoto, colmabile solo stabilendo una simbiosi con un’altra persona che funge da sostituto interno. Per queste ragioni lo stalker non può sopportare la separazione e può addirittura preferire la morte dell’altra persona o la propria rispetto alla perdita.

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