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recensione a cura della tirocinante Roberta Biondi

Film tratto dall’omonimo romanzo di Valerie Tasso, esce nelle sale cinematografiche nel 2009. Regia curata da Christian Molina, il film è ambientato in Spagna, girato nel 2008 verrà distribuito poi da Mediafilm.

Valerie è una bellissima ragazza, indipendente e colta. Per conoscere il mondo le viene naturale affidarsi al corpo e ai sensi e per raccontarlo e raccontarsi l’unico confidente è il suo diario. A quelle pagine affida la scoperta del sesso e degli uomini a partire da quando, a quindici anni, perde la verginità e comincia a vedere la vita come un continuum di esperienze estreme, una ricerca spasmodica del piacere che non conosce inibizione. Qualsiasi incontro l’aiuta ad entrare in contatto con un nuovo lato di sé e per questo Valérie si concede agli uomini più diversi, sovente sconosciuti.

Darsi agli altri diventa per lei un’ossessione, una necessità, solo in questo modo riesce ad entrare in contatto con sé stessa . L’incontro con Jaime, inizialmente sembra il punto di svolta per raggiungere una vita “normale”: una relazione stabile, la convivenza, progetti futuri. In realtà il rapporto si dimostrerà fallimentare a causa della violenza e dell’aggressività dell’uomo. La delusione e la sofferenza porteranno Valèrie ad intraprendere la strada della prostituzione. Inizialmente la nuova occupazione è stuzzicante e piacevole, ma ben presto si rende conto che quel lavoro la fa sentire un mero oggetto sessuale. Dopo l’incontro con un cliente paraplegico, Valèrie capirà che la cosa che più conta è “approfittare della vita ed amarsi di più”. Lascerà la casa di appuntamenti ed intraprenderà un viaggio, più sicura di sé, serena e di nuovo in pace con la propria sessualità

Il termine ninfomania fu coniato nel 1771 dal medico francese J. D. T. de Bienville, che lo utilizzò per la prima volta nel suo studio La Nymphomanie, ou Traité de la fureur utérine (La ninfomania, ovvero trattato sul furore uterino). Fu considerata dapprima una perversione e, in tempi successivi, una patologia sessuale femminile caratterizzata da una compulsiva ricerca di partner e accompagnata da anorgasmia o frigidità. Nel 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non riconobbe più nella ninfomania una patologia e nel 1995 la American Psychiatric Association cancellò tale voce dalla IV edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, riconducendo tuttavia il concetto, insieme all’equivalente maschile noto come satiriasi, entro la più vasta categoria dell’ipersessualità.

I termini ninfomania e ninfomane tuttavia permangono nel linguaggio comune in un’accezione generica e dispregiativa, per definire donne sessualmente libere e intraprendenti.
L’ipersessualità femminile non ha ancora ricevuto un adeguato inquadramento clinico, anche perché presenta caratteristiche difficili da definire, specie quando è vissuta positivamente dal soggetto (egosintonica) e crea invece disagio nell’ambiente di appartenenza. Il giudizio sociale su ciò che è considerato “normale” nella sessualità femminile varia infatti molto in relazione al contesto socioculturale o religioso.
L’ipersessualità egosintonica risulta più difficile da definire. È più facile da inquadrare quando il soggetto la considera eccessiva rispetto a sé, al proprio ideale dell’Io, alle esperienze personali precedenti (“egodistonica”). In tal caso può essere definita come la presenza di un desiderio e di un comportamento sessuale con caratteristiche aumentate rispetto a quelle considerate normative per l’età, che provoca distress personale e/o interpersonale.

L’ipersessualità femminile, anche se rara, può essere caratterizzata da:
• desiderio elevato, con frequenti fantasie sessuali, volontarie e involontarie (i cosiddetti“sexual day dreams”, o sogni sessuali ad occhi aperti, che si affacciano alla coscienza spontaneamente – e intrusivamente – quando si è impegnati in altro. Possono essere percepiti come molto piacevoli, come capita nell’innamoramento passionale, o spiacevoli);
• alta frequenza di masturbazione, in genere riferita come piacevole, e che comporta piena risoluzione dell’eccitazione;
• rapporti frequenti, con risoluzione dell’eccitazione;
• variabile soddisfazione dopo la masturbazione e/o il rapporto.

L’ipersessualità femminile, può essere egosintonica, ossia gradita e in sintonia con l’ideale dell’Io della donna; può essere più o meno gradita al/la partner o al contesto; oppure può essere percepita come variamente disturbante per la donna (egodistonica) e/o per il/la partner o il contesto familiare e sociale. E’ accompagnata dalla perdita di inibizioni e contraddistinta da continue manifestazioni di seduzione, provocazione, desiderio e fisiologia sessuale, tanto da assumere caratteristiche psicopatologiche: una sorta di esaltazione degli impulsi sessuali che portano alla continua ricerca di nuovi partner, ma la quale in realtà serve ad alleviare i tumulti psichici interni. Sembra che con tale sessualità diffusa la persona cerchi di esprimere a livello sessuale un’insoddisfazione psico-fisica. La “donna ipersessuale” cercherebbe quindi il continuo contatto sessuale non per ricercare nuove sensazioni e piaceri, ma per avere un soddisfacimento psichico e fisico che non riesce a raggiungere. Il passaggio da un uomo a un altro è allora dovuto alla convinzione che il motivo dell’insoddisfazione sia legato al partner e non a una situazione interna di disagio.

Recensione a cura della tirocinante Arianna Aschelter

Il film, uscito nelle sale cinematografiche italiane nel 2009, è tratto dall’omonimo romanzo di Valerie Tasso, la quale racconta la propria storia e il proprio modo di interpretare il mondo e comunicare con gli altri attraverso la corporeità e l’erotismo. Valerie è una ragazza di 30 anni, bella, colta, con un lavoro che ama e che la rende indipendente.

L’unica persona importante della sua vita è la nonna, la quale, poco prima di morire, le consiglia di scrivere un diario al quale affidare tutti i suoi pensieri e i suoi desideri. Nelle pagine del diario, la ragazza racconta la sua prima volta, avvenuta a quindici anni, la scoperta del piacere erotico e la necessità di ricercare spasmodicamente e con disinibizione questo piacere che la rende viva e che le permette di entrare in contatto con se stessa. Qualsiasi incontro sessuale è in grado di svelarle un nuovo lato di sé ed è per questo che Valerie si concede agli uomini più disparati, spesso anche sconosciuti. Darsi agli altri, sempre, diventa per lei un’ossessione, una necessità.
Durante la ricerca di un nuovo lavoro, Valerie conosce Jamie, un uomo apparentemente affascinante, gentile e premuroso per il quale inizia a provare un sentimento profondo, rinunciando al piacere datole da altri uomini e alle situazioni trasgressive del passato. Jamie, però, si rivela ben presto molto diverso. Incomincia ad essere violento, aggressivo, estremamente possessivo e totalmente in balia della droga.
Valerie rimane psicologicamente distrutta dalla storia e decide di lasciarlo, di abortire e di ricominciare a sentirsi viva in una nuova ed ossessiva ricerca di piacere. Sceglie di lavorare, quindi, come prostituta in un bordello e anche se inizialmente sembra aver trovato la sua dimensione ideale, scopre ulteriormente le meschinità degli uomini che la trattano come un mero oggetto sessuale, privo di bisogni e desideri.
L’incontro con un cliente paraplegico le cambia la vita. Capisce che deve amarsi di più, comprende che la sessualità non deve essere una merce di scambio o un piacere da ricercare in modo ossessivo e quasi inconsapevole. Impara a percepire il proprio corpo e le sensazioni che da esso derivano come parti fondamentali del proprio essere da rispettare e tutelare. Senza rinunciare alla propria sessualità, Valerie impara, infine, a gestire le proprie emozioni e a vivere con dignità e rispetto di se stessa.
Il personaggio di questo film ci mostra come la dipendenza sessuale, esattamente come tutte le altre dipendenze, sia causa di conflitto interiore e sofferenza. Nonostante il sesso venga considerato un aspetto estremamente piacevole della sfera relazionale, quando sfocia nella patologia diventando dipendenza, perde del tutto l’aspetto ludico a cui si è abituati a pensare. La ricerca compulsiva e la necessità costante di soddisfare questo istinto rendono l’atto sessuale semplicemente un mezzo per alleviare la tensione, rendendo l’orgasmo insoddisfacente e determinando l’origine di sentimenti spiacevoli verso sé stessi, come delusione e disistima.
Il bisogno di cui si parla, ovviamente, non è solamente di tipo sessuale, ma nasconde elementi psicologici di fondamentale importanza. E’ dovuto, infatti, alla necessità di fuggire dalla propria solitudine, dal proprio vuoto interiore e dall’esigenza di trovare, attraverso il contatto fisico, un modo per comunicare con gli altri e per cercare negli altri l’approvazione del proprio essere.
La ricerca del piacere, nella maggior parte dei casi, non avviene all’interno di contesti protetti o nella sfera di ricerca di una relazione stabile, che quasi sicuramente spaventa e non si è in grado di gestire, ma è connotata dalla spasmodica voglia di sperimentare sempre nuove situazioni, nuovi partner, con il rischio anche di ritrovarsi in situazioni potenzialmente o realmente pericolose.
L’atto sessuale diventa atto meccanico, privo di qualsiasi tipo di coinvolgimento, freddo e impersonale. Tutta la giornata del dipendente sessuale viene sacrificata alla ricerca del piacere e di sensazioni abbastanza forti da non far “sentire” il dolore dell’anima, anche a discapito di altre importanti aree della vita quali l’amore, la famiglia, le amicizie, il lavoro.

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