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Recensione a cura della tirocinante Margherita Stivè

 

Voyeur è un documentario che tratta dell’intenso rapporto personale tra Gay Talese, particolare scrittore americano, e Foos, proprietario di un modesto motel, il Manor House, nel quale, insieme a sua moglie spiava i suoi ospiti tramite i condotti di areazione.

Questa pratica, nell’accezione sessuologica, indica uno specifico disturbo sessuale, che include l’atteggiamento e la pratica sessuale di chi guarda, o spia di nascosto, persone intente a spogliarsi, nude o impegnate in rapporti sessuali, per ottenere eccitazione e piacere erotico.

Elementi erotici importanti della gratificazione sessuale ottenuta mediante il voyeurismo sono il rischio e la segretezza, e il voyeur probabilmente si masturberà durante o dopo questa attività. Nelle forme più gravi il voyeurismo costituisce la forma esclusiva di attività sessuale. La maggior parte delle persone ama osservare i corpi degli altri, ma ciò non li qualifica come voyeur. Il vero voyeur raggiunge la piena soddisfazione solo attraverso l’osservazione segreta degli altri.

I voyeur hanno delle caratteristiche peculiari: la loro azione è passiva ed il loro piacere deriva dal fatto che violano l’intimità dei soggetti che osservano, senza avere alcun bisogno di entrare in contatto con le loro vittime per ricavare piacere. Come per le altre parafilie, il voyeurismo assume carattere di patologia quando i comportamenti diventano pervasivi nella vita del soggetto, provocando un disagio significativo nell’area sociale e lavorativa.

Riguardo all’origine di questo disturbo, molti autori ritengono che il disturbo si sviluppi in seguito all’osservazione accidentale, e gratificante, di persone nude o impegnate in attività sessuali; in seguito a osservazioni ripetute nel corso del tempo, l’attività voyeuristica tenderebbe a diventare cronica trasformandosi nella forma principale di eccitazione sessuale.

Negli ultimi anni, con l’avvento dei social, la tendenza al voyeurismo è decisamente aumentata, tant’è che spesso si parla di voyeurismo mediatico. Questo concetto ci porta, a mio vedere, a estrapolare un’importante riflessione.

Fin dall’inizio del documentario appaiono chiare le affinità tra i due soggetti. Entrambi voyeur, come menzionato da Talese (“E’ naturale che mi trovi a scrivere di un voyeur, perche sono un voyeur io stesso”), ognuno nel suo campo, chi strettamente riguardo alla sessualità, chi curioso ossessivamente delle storie intime degli altri, anche se non necessariamente sessuali.

Sempre di intimità parliamo però.
Nel nostro caso si sta parlando di un concetto di intimità più ampio e meno fisico, riferendosi all’intimità di tutti quei piccoli gesti quotidiani che dall’altra parte, qualcuno, decide di condividere.
E noi, con questa “violazione” dell’intimità altrui ne traiamo un giovamento, che , seppur effimero, ci spinge a farlo ancora, ed ancora.

Perciò appaiono necessari degli interrogativi.

Quanto di ciò che facciamo oggi, in particolare attraverso l’utilizzo dei social, spinti da un’apparente innocente curiosità, in realtà nasconde un impulso voyeuristico di entrare ad osservare compulsivamente la vita degli altri?
Se il divario tra noi e Foos, mostrato all’interno di un condotto di areazione a spiare addirittura un omicidio, ci sembra incolmabile, quanto cambia se proviamo a paragonarci a Talese, un voyeur delle storie degli altri?
Infatti, se a livello etimologico la parola voyeur non è altro che la traduzione francese di “guardone”, quanto nelle nostre giornate restiamo assorti ed inchiodati, così come i “guardoni”, a vite lontane dalle nostre?

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