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Il tema della violenza sessuale è, per sua natura, difficile e doloroso, ma quando l’atto viene praticato da un minore, le sue complessità psicologiche e sociali si acuiscono, ponendo una sfida al nostro sistema di valori e alla nostra capacità di risposta. È necessario affrontare questa realtà scomoda, focalizzandosi non solo sulla tutela della vittima, che rimane sempre la priorità assoluta, ma anche sulla dinamica che porta un individuo in età evolutiva a commettere un gesto così grave. È fondamentale, infatti, superare l’immediato giudizio morale e l’associazione tra minore e innocenza per poter analizzare il fenomeno con gli strumenti offerti dalla psicologia.
L’atto violento e sessuale compiuto da un minore non deve essere visto come un evento inspiegabile, ma piuttosto come l’espressione di un profondo disagio, il sintomo di un percorso di sviluppo psicosessuale e affettivo che è stato interrotto o deviato. La ricerca psicologica e criminologica ci dice chiaramente che l’eziologia di questi comportamenti è multifattoriale e che raramente l’agito nasce dal nulla.
Spesso, dietro l’aggressore in età minorile si nasconde una storia di profonda sofferenza. Molti di questi giovani sono stati essi stessi vittime di abusi, maltrattamenti fisici o emotivi, oppure sono stati spettatori di violenza domestica, la cosiddetta violenza assistita. Il trauma, non elaborato e non contenuto, può manifestarsi in condotte aggressive e devianti, in un drammatico e perverso ciclo in cui la vittima di ieri diventa l’aggressore di oggi. A ciò si aggiungono spesso problemi legati all’attaccamento: relazioni insicure o disorganizzate con le figure primarie compromettono lo sviluppo dell’empatia e della capacità di regolazione emotiva, rendendo difficile il riconoscimento e il rispetto dei confini altrui.
Un altro elemento centrale è la disregolazione emotiva e l’impulsività. La difficoltà del minore nel gestire emozioni intense come rabbia, frustrazione o ansia può portare all’atto violento come unica via conosciuta per scaricare la tensione. Questo si lega a doppio filo con la presenza di distorsioni cognitive e sessuali: credenze disfunzionali sul potere, sulla sessualità e sui ruoli di genere possono portare a normalizzare la coercizione, minimizzando la gravità dell’atto e le sue conseguenze devastanti sulla vittima. L’influenza del gruppo dei pari, in particolare in adolescenza, può esacerbare questa dinamica, trasformando la violenza in un modo per ottenere accettazione o status sociale, specie nei casi di aggressioni di gruppo.
Per la psicologia, l’obiettivo primario, una volta messa in sicurezza la vittima, è la riabilitazione dell’autore per prevenire la recidiva. L’intervento non è mai un tentativo di giustificare il crimine, ma un processo per comprenderne le radici e interrompere il comportamento deviante. Si parte da una valutazione approfondita per identificare i fattori di rischio specifici del caso, e si procede con una rieducazione psicosessuale che sia centrata sul concetto di consenso, rispetto e reciprocità. Contemporaneamente, si lavora intensamente sullo sviluppo dell’empatia, aiutando il minore a comprendere e a sentire il dolore causato, e sulla gestione delle proprie emozioni. Nel caso in cui l’aggressore sia stato a sua volta traumatizzato, l’elaborazione del trauma pregresso diventa un passaggio indispensabile per spezzare la catena della violenza.
Questo percorso è lungo e complesso, e spesso richiede il coinvolgimento attivo della famiglia e di un contesto sociale supportivo, con l’intento ultimo di permettere al minore di crescere e di reintegrarsi come un adulto consapevole e non più pericoloso. La società, in questo senso, ha una responsabilità collettiva: investire nella prevenzione primaria, attraverso l’educazione emotiva e sessuale nelle scuole e il supporto alle famiglie, e destinare risorse a strutture di trattamento specializzate. Ignorare il disagio del minore autore, delegando unicamente alla sfera punitiva, significa ignorare il potenziale di cambiamento di un individuo e, di fatto, aumentare il rischio che la violenza si ripresenti in futuro. La psicologia offre gli strumenti necessari per tutto ciò, trasformando il giudizio in intervento mirato e la condanna in un percorso di cura e responsabilità.
Tirocinante: Simona Pinsone
Tutor: Maurizio Leuzzi
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