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La comprensione scientifica della violenza nelle relazioni intime (IPV) richiede di analizzare a fondo il profilo psicologico dell’aggressore, ovvero dell’uomo maltrattante. Questo studio non è finalizzato a fornire giustificazioni, bensì a mappare i complessi meccanismi psicologici e comportamentali che alimentano la violenza, al fine di sviluppare interventi terapeutici realmente efficaci e, soprattutto, a garantire la sicurezza delle vittime.

Una delle caratteristiche più evidenti nel profilo dell’uomo maltrattante risiede nelle sue distorsioni cognitive. L’aggressore sviluppa un sistema di pensiero che gli permette di esternare la colpa e di minimizzare la gravità delle proprie azioni. Questo si manifesta nella convinzione che la partner sia in qualche modo la causa scatenante della sua rabbia o della violenza stessa: frasi come “Se tu non avessi fatto così, io non avrei reagito” sono emblematiche di un meccanismo di difesa che sposta la responsabilità sul comportamento della vittima. Parallelamente, subentrano la minimizzazione della violenza inflitta e, talvolta, una completa negazione dell’accaduto. A un livello più profondo, si annida spesso un senso di diritto all’autorità e al controllo sulla partner, radicato in modelli culturali e sociali di mascolinità patriarcale.

A livello emotivo, la maggior parte degli uomini maltrattanti presenta una marcata difficoltà nella regolazione emotiva; non riescono a tollerare sentimenti di frustrazione, gelosia o insicurezza senza ricorrere a reazioni esplosive. La rabbia, in questi casi, agisce come uno strumento per ristabilire il controllo. L’esplosione violenta (che sia verbale, psicologica o fisica) serve a terrorizzare la partner e a mantenere un precario equilibrio di potere all’interno della relazione. Questa difficoltà è spesso correlata ad una bassa autostima di base, mascherata da un atteggiamento di onnipotenza e dominio.

La storia personale gioca un ruolo predittivo fondamentale. Il fattore di rischio più significativo è l’esposizione alla violenza in età precoce, sia essa subita direttamente (come abuso infantile) o assistita (come violenza domestica tra i genitori). Questa esposizione crea un modello intergenerazionale disfunzionale: il soggetto apprende che la violenza è una strategia accettabile e persino efficace per gestire i conflitti e affermare il proprio potere. Inoltre, si riscontrano spesso stili di attaccamento insicuri (ansiosi o evitanti), che si traducono in una paura estrema dell’abbandono o in un bisogno ossessivo di controllo, fenomeni che possono degenerare in atti violenti quando la relazione viene percepita come minacciata.

La clinica, peraltro, ha distinto diverse tipologie di maltrattanti per affinare gli interventi. Il modello di Holtzworth-Munroe e Stuart (1994) individua tre sottotipi principali: il tipo antisociale/generalmente violento (con violenza estesa anche fuori casa e spesso associato a disturbi di personalità più gravi), il tipo borderline/disforico (la cui violenza è quasi esclusivamente limitata alla partner, ma è guidata da gelosia patologica e dipendenza emotiva, spesso manifestando rimorso post-aggressione), e il tipo a basso livello di violenza/dipendente relazionale (con violenza meno grave e un forte legame di dipendenza).

L’intervento terapeutico, pertanto, deve essere rigoroso e strutturato. L’obiettivo primario dei programmi per uomini maltrattanti (DVIPs) è demolire le distorsioni cognitive e  favorire il processo di esternazione della colpa verso la vittima, portando l’individuo a una piena assunzione di responsabilità per le proprie azioni. Successivamente, si lavora sull’apprendimento di nuove e più efficaci strategie di regolazione emotiva e di gestione costruttiva dei conflitti, decostruendo al contempo le credenze di genere che giustificano il diritto al controllo. La terapia non mira a “curare” la violenza come una malattia, ma a rieducare l’individuo alla responsabilità e al rispetto dell’autonomia altrui, interrompendo il ciclo distruttivo.

Tirocinante Simona Pinsone

Tutor Maurizio Leuzzi

Bibliografia

  • Dipartimento per le Pari Opportunità. (2016). Violenza maschile contro le donne. Presidenza del Consiglio dei Ministri.
  • Gondolf, E. W. (2012). The future of batterer programs: Reassessing evidence-based practice for court-mandated men. Northeastern University Press.
  • Holtzworth-Munroe, A., & Stuart, G. L. (1994). Typologies of male batterers: Three subtypes and the differences among them. Psychological Bulletin, 116(3), 476–497.
  • Kelly, L. (1988). Surviving sexual violence. Polity Press.
  • Rivista di Psichiatria. (2019). Intimate partner violence (IPV) e fattori associati: una panoramica sulle evidenze epidemiologiche e qualitative in letteratura.
  • Salonia, G. (2021). Uomini e violenza: psicologia e prevenzione. Edizioni Paoline.
  • Stosny, S. (1995). Treating the trauma of men who batter: A model for group therapy. Journal of interpersonal violence, 10(4), 411-427.
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