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La demenza è una patologia pervasiva, che si insinua come un virus nelle esistenze di chi la contrae. Il paziente vive nella maggior parte dei casi in una situazione di anosognosia, ossia di mancanza di consapevolezza, ma coloro che se ne prendono cura si fanno carico di tutto il dolore e molto spesso, sono coloro che se ne prendono cura a farsi carico dell’intero peso del dolore, spesso senza possedere gli strumenti per gestirlo.
In Italia, specialmente nelle regioni settentrionali, le strutture residenziali hanno costi proibitivi che costringono molte famiglie a ripiegare su soluzioni alternative, come il supporto di caregiver part-time o, più drasticamente, la presa in carico totale dell’anziano tra le mura domestiche. Che si manifesti gradualmente o in modo repentino, la demenza impone una traumatica inversione dei ruoli: i figli diventano i ‘genitori’ dei propri genitori. Questa transizione avviene spesso nel chiuso delle mura domestiche, in un isolamento che riflette l’incapacità della società di comprendere e sostenere realmente il carico emotivo del caregiver.
L’assistenza a un genitore affetto da demenza si rivela un’esperienza alienante che annulla ogni spazio di riservatezza. È un paradosso crudele: adulti che magari avevano finalmente concluso il ciclo di accudimento dei propri figli si ritrovano proiettati in una nuova, e più gravosa, dipendenza totale. Il genitore diventa un ‘neonato adulto’ le cui necessità primarie dall’igiene alla nutrizione, fino alla gestione farmacologica, assorbono ogni residuo di autonomia del caregiver.
Questa convivenza forzata agisce come un reagente psichico capace di risvegliare antichi traumi infantili, scatenando conflitti latenti tra fratelli e tensioni con i figli conviventi, spesso impreparati a un carico simile. Si tende a dimenticare che il legame di attaccamento non è un fenomeno circoscritto ai primi anni di vita: esso evolve, attraversa il rapporto di coppia e riemerge prepotentemente nella vecchiaia, quando i figli sono chiamati a invertire il flusso della cura verso chi li ha generati. È un imperativo morale silenzioso, quasi scontato in una società che impone ritmi produttivi serrati e una costante abnegazione verso l’altro.
Un aspetto spesso rimosso, ma centrale, riguarda la dimensione sessuo-affettiva. La demenza può compromettere il riconoscimento dei ruoli, alterare il controllo degli impulsi e modificare l’espressione della sessualità, generando disinibizione o una confusione identitaria che investe direttamente il caregiver. In questi casi, il corpo del genitore diventa oggetto di una cura intima e invasiva che mette in crisi i confini emotivi e simbolici interiorizzati. Il contatto fisico necessario all’assistenza quotidiana può trasformarsi in fonte di disagio, vergogna o colpa.
La mancanza di un riconoscimento istituzionale di queste dinamiche accentua l’isolamento dei familiari, perpetuando il silenzio attorno a una dimensione fondamentale dell’esperienza umana, che non smette di esistere con la vecchiaia o la malattia. Gli anziani restano persone con un profondo bisogno di amore, dedizione ed empatia, a prescindere dalla patologia. Sarebbe necessario un sistema sanitario nazionale capace di garantire dignità non solo ai malati, ma anche a quelle famiglie che non possono o non riescono a farsi carico dell’assistenza, offrendo una rete di cura accessibile a tutti.
Tirocinante: Eleonora Virago.
Tutor: Maurizio Leuzzi.
Bibliografia.
- Jones C, Horne M and Brown Wilson C (2024) Editorial: Navigating intimacy & sexuality in the context of dementia. Front. Dement. 3:1426327. doi: 10.3389/frdem.2024.1426327



