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La definizione di sex worker include donne, uomini e persone transgender, maggiorenni, che ricevono denaro o beni in cambio di servizi sessuali, sia regolarmente che occasionalmente. Questa è la definizione adottata da UNAIDS, l’organizzazione che guida l’azione globale per porre fine all’epidemia di AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030; tuttavia, innumerevoli altre realtà internazionali hanno ritenuto fondamentale definire formalmente una professione rimasta a lungo nell’ombra.
La locuzione inglese sex worker si caratterizza per la sua neutralità di genere. Il termine si affermò alla fine degli anni Settanta, precisamente nel 1978 a San Francisco, quando il collettivo femminista Women Against Violence in Pornography and Media organizzò la prima conferenza dedicata al tema. In tale occasione, l’attivista Carol Leigh propose di intitolare un panel “Sex Work Industry” anziché “Sex Use Industry“, segnando un passaggio concettuale e politico decisivo. Il termine si diffuse poi su scala globale a partire dal 1987, con la pubblicazione del volume Sex Work: Writings by Women in the Industry, curato da Delacoste e Alexander.
L’elemento centrale di questo mutamento linguistico è rappresentato dall’auto-narrazione. Come affermò la stessa Leigh: «L’invenzione del termine Sex Work è nata dal desiderio di riconciliare i miei obiettivi femministi con la mia vita reale e quella delle donne che conoscevo». Oltre a rappresentare una presa di coscienza politica, la nuova definizione includeva per la prima volta la parola “work” (lavoro), rendendo esplicito il collegamento con una dimensione professionale e lavorativa vera e propria.
L’approccio alla professione non è però identico per tutti. Per alcuni, il lavoro sessuale nasce inizialmente da una forma di curiosità o ricerca personale. Carol Leigh, nota anche con lo pseudonimo di Scarlot Harlot, dichiarò in un’intervista al quotidiano The Examiner: «I miei amici erano artisti e lavoravano nei ristoranti. Io non volevo imitarli; pensavo: sono un’artista, voglio conoscere la vita. All’inizio, per me il lavoro sessuale era un’indagine». Questo spirito di ricerca accomuna molte persone che, tuttavia, in assenza di una narrativa completa e tutele adeguate, si ritrovano spesso a confrontarsi con una realtà complessa e priva di protezioni legali.
Storicamente, il silenzio e lo stigma hanno dominato il mondo del sex work. Nonostante il fenomeno sia onnipresente, raramente la narrativa pubblica ha dato voce ai suoi protagonisti; al contrario, questi sono stati spesso descritti attraverso uno sguardo esterno e intrusivo, privo di una prospettiva umanizzante. Tale lacuna ha reso la questione legislativa estremamente caotica: solo negli ultimi decenni sono emersi modelli e terminologie più chiari, volti a studiare il fenomeno con accuratezza scientifica e dignità sociale.
Dare un nome al sex work è stato un primo passo essenziale. Tuttavia, affinché tale definizione produca un cambiamento concreto, è necessario integrare le auto-narrazioni dei lavoratori e delle lavoratrici nel dibattito pubblico, politico e legislativo. Solo superando l’opacità che ha circondato il fenomeno sarà possibile costruire un approccio informato, consapevole e rispettoso dei diritti umani.
Tirocinante: Eleonora Virago
Tutor: Maurizio Leuzzi
Bibliografia:
- Giuili, R. (2025, 7 marzo). Così il sex work divide l’Europa. L’Espresso. https://lespresso.it/c/inchieste/2025/3/7/sex-worker-legislazione-paesi-europa/53094
- Zollino, G. (2019, 20 ottobre). Sex work is work. Frisson Magazine. https://www.frissonmagazine.com/articoli/sex-work-is-work/
- Zollino, G. (2021). Sex work is work.
- Immagine creata con Gemini.



