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Spesso nella vita di tutti i giorni quello che salta all’occhio nell’approcciarsi alla vita sentimentale è la differenza tra genere maschile e femminile. Probabilmente molti atteggiamenti sono innati alla natura stessa e alle differenze intrinseche tra maschi e femmine a livello biologico. Tuttavia, millenni di cultura patriarcale hanno sedimentato delle credenze e degli atteggiamenti che si sono stereotipizzati e che pongono spesso la donna in una condizione di inferiorità sia a livello sociale che psichico.

Spesso si sente parlare della “classica” donna (molti soggetti cinematografici sono ispirati a questo tipo di personaggio) che cerca l’uomo dei suoi sogni, il famoso principe azzurro, proprio come le protagoniste delle fiabe che hanno sempre bisogno di un intervento esterno e maschile per emanciparsi; e così tenta continuamente degli approcci con degli uomini che di fatto non sono interessati a lei. Si potrebbero fare mille esempi, come il caso di un appuntamento al quale non segue poi il classico crescendo di una storia d’amore coi fiocchi, oppure un “raffreddamento” del rapporto dopo una discreta frequentazione: un maschio, data la sua linearità, probabilmente deduce da un simile fatto un non interessamento, senza troppe elucubrazioni mentali, la donna, di contro, sovente si ritrova a costruire dei castelli in aria per scusare, minimizzare, accettare, mistificare atteggiamenti che in realtà denotano proprio un non interessamento, quando non un vero e proprio allontanamento. Ovviamente generalizzare questo tipo di attitudini rischia di essere un po’ troppo semplicistico, ovvero da una parte le donne, introspettive, emotive, auto-analitiche e dall’altra i maschi molto più elementari e basici. Della serie donne/film romantico, uomini/film d’azione. Comunque sia, sembra che nel gentil sesso in generale un rifiuto abbia delle connotazioni più pesanti, gravi, svalutanti per la propria immagine, probabilmente proprio perché la nostra cultura è maschilista e non essere scelte è come se fosse un marchio di “non idoneità”.

Alla base di tutte queste sovrastrutture ed elucubrazioni c’è sicuramente la paura del rifiuto: culturalmente e socialmente la donna è come se dovesse aspettare sempre qualcosa, è lei che deve essere scelta, e se non viene scelta è una reietta: ad esempio, la stessa mancanza di un equivalente per l’uomo della parola “zitella” la dice lunga.

Spesso i divari vengono accentuati, tra le altre cose, dalla difficoltà e spesso incapacità nel confrontarsi sulle proprie aspettative riguardo al rapporto stesso e ai progetti di vita, qualora essi ci siano o ci siano quanto meno stati in passato: di fatto la mancanza di comunicazione è spesso la causa di tutti i mali perché si sedimentano cose non dette che quasi sempre nascondono disagio e dolore.

All’interno del panorama ancora troppo sessista nel quale siamo immersi non capita di rado di vedere maschi che di fronte alle difficoltà di un rapporto cominciano a diventare aggressivi, scostanti, e spesso cercano al di fuori del rapporto le gratificazioni che non ottengono da quest’ultimo – il più delle volte neanche arrivano o riescono a verbalizzare il proprio disagio. Di contro, non è infrequente incontrare nelle persone di sesso femminile fenomeni di dipendenza affettiva che, al di là di individui francamente patologici, può comunque causare un forte distress emotivo. Probabilmente, come già in parte espresso, parte di questo modo di essere può essere predeterminato culturalmente, però sicuramente entrano in gioco dei fattori intrinseci alle differenze tra maschi e femmine per cui l’estrema complessità della psiche femminile può tessere delle vere e proprie trappole interpretative rispetto all’avvicendarsi degli eventi che riguardano i vissuti e le azioni di un rapporto.

Se gli accadimenti vengono intrisi di proiezioni personali e vengono caricati di significati di cui non sono forieri in sé e per sé, ciò causa dei fraintendimenti cognitivi e sentimentali che poi portano necessariamente a difficoltà relazionali e comportamentali, è come se si vivesse in una realtà parallela in cui ci si aspetta che le cose vadano come si vuole, non vedendo però i segnali evidenti della realtà. Per non parlare di quando nella relazione si instaurano dinamiche legate alla violenza e all’abuso, dove spesso la donna arriva quasi a scusare il maschio aggressivo e manesco, o addirittura lo stupratore. Anche se questo è un caso estremo, purtroppo non è come così raro come tutti vorremmo, e molte volte uno spesso strato di omertà riveste le tristi vite di queste donne.

Sta di fatto che rimane una certa stigmatizzazione del ruolo della donna e per dirlo con le parole di Michela Marzano: “ll circolo vizioso nel quale si trovano oggi molte donne è sempre lo stesso: hanno difficoltà a imporsi agli altri, nel campo affettivo come in quello lavorativo, ma sono invece bravissime a colpevolizzarsi e a scoraggiarsi quando incontrano delle difficoltà o quando sono criticate. […]

Se gli uomini smettessero di criticare e cominciassero a incoraggiare le donne, però, perderebbero parte di quel potere che cercano in tutti i modi di mantenere e si darebbero, quindi, da soli – almeno dal loro punto di vista – la «zappa sui piedi». È a noi donne che spetta imparare a fare a meno del riconoscimento degli uomini e aiutarci vicendevolmente per cominciare a riconoscere il valore di quello che facciamo e di quello che siamo.”

Tirocinante: Giorgio Carducci

Tutor: Fabiana Salucci

BIBLIOGRAFIA

Consolo I., (2017), Il piacere femminile, Giunti.

Dowling C. (1982). The Cinderella complex: Women’s hidden fear of independence (Vol. 6481). Pocket Books; Markham, Ont.: Distributed in Canada by PaperJacks, 1982.

Marzano M. (2010) Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne, Mondadori.

Norwood R., Maraini, D., & Bertoni, E. (1989). Donne che amano troppo. Feltrinelli.

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