Allattamento al seno: si o no? (seconda parte)

L’importanza dell’esclusivo (cioè non coniugato all’utilizzo del latte in polvere) allattamento al seno nei primi sei mesi di vita del neonato è una pratica che apporta benefici sia per la madre che per il bambino e che, oltre ad essere raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è promulgata dal Ministero della Salute Italiano.

In una rassegna recente (di Mattei et al., 2016) è tuttavia segnalato che in Italia soltanto il 10% delle madri allatta al seno a sei mesi dopo il parto, e che il sud del Paese, rispetto al nord, riporta percentuali minori.

Si sono rilevate delle caratteristiche individuali associate alla decisione di allattare al seno e di proseguire l’allattamento fino ai sei mesi di vita del neonato:

Neuroticismo. Le donne caratterizzate da alti livelli di neuroticismo (cioè ansia, paura, preoccupazione, frustrazione e solitudine) sono meno inclini ad allattare e che le madri che allattano riportino più bassi livelli di neuroticismo, sebbene una direzione causale non sia stata dimostrata.

Stile di attaccamento. L’attaccamento è un costrutto che concettualizza il bisogno umano di formare legami con gli altri, ed è stato distinto originariamente in tre diversi stili (sicuro, evitante e ansioso/ambivalente). Gli aspetti ansiosi dello stile d’attaccamento sembrerebbero connessi al neuroticismo e dunque influenzerebbero la decisione in merito all’allattamento al seno.

L’intenzione di allattare al seno è risultata inoltre correlata a diversi fattori socio-demografici:

Esperienza personale. Le donne che sono state allattate al seno risultano più inclini a compiere la medesima scelta nei confronti dei propri figli.

Età. Gli studi dimostrano che le donne più giovani siano inclini ad allattare al seno tanto quanto le donne di età superiore; eppure, a sei mesi post-partum, hanno il doppio delle possibilità di non farlo.

Numero di figli. Le donne che hanno avuto altri figli sono generalmente meno inclini ad allattare al seno, si suppone per via del condizionamento dovuto a possibili esperienze negative o alla diversa condizione familiare che si instaura quando sono presenti altri bambini.

Occupazione. Contrariamente alle libere professioniste, coloro che lavorano a tempo pieno ed hanno intenzione di riprendere a lavorare dopo il parto, e persino le madri disoccupate, risultano, secondo la letteratura, meno inclini a proseguire l’allattamento. Secondo uno studio di Spitzmueller et al. (2018) questo, in particolare in relazione alle caratteristiche oggettive di un dato posto di lavoro (e quindi non alla percezione che di esso la donna ha) ha riportato risultati opposti: l’autonomia lavorativa sembrerebbe connessa alla diminuzione della durata dell’allattamento, presumibilmente a causa dell’elevata flessibilità mentale e oraria che questo genere di impieghi richiede. Un clima lavorativo positivo e supportivo, in ogni caso, non è correlato né all’intenzione né alla decisione di iniziare ad allattare al seno, bensì alla durata dell’allattamento.

Con la Legge di bilancio 2019 (L.145/2018) sono state apportate delle modifiche alla legge sul congedo parentale e a quella sul riposo lavorativo per allattamento.

In sintesi, esistono due tipi di congedo parentale: uno obbligatorio e il secondo facoltativo. Alla puerpera spettano cinque mesi di congedo obbligatorio, nella formula 2+3 a cavallo del parto salvo flessibilità concessa dal benestare del medico; con la nuova legge, il congedo per il padre ha raggiunto la straordinaria durata, giudicata utile ad incentivarne il coinvolgimento, di cinque giorni (da tre che erano). Per quanto riguarda il congedo facoltativo, esso può raggiungere un massimo totale di dieci mesi fra madre e padre fino ai dodici anni del figlio, ma è riservato esclusivamente ai lavoratori e alle lavoratrici dipendenti e l’indennità, salvo eccezioni di reddito, è del 30%, anziché dell’80% come nel caso del congedo obbligatorio.

Sorge a questo punto una domanda: anche in presenza di comprovati benefici associati all’allattamento esclusivo al seno nei primi sei mesi post-parto, sia per la madre che per il bambino, quanto le politiche italiane riescono davvero a promuovere simili decisioni pur nel desiderio di farlo?

 

Tutor: Fabiana Salucci

Tirocinante: Ambra Achilli

 

Bibliografia

▪ Di Mattei V. et al. (2016) Identification of Socio-demographic and Psychological Factors Affecting Women’s Propensity to Breastfeed: An Italian Cohort, Frontiers in Psychology, 7: 1872.

▪ Spitzmueller C. et al. (2018) Identifying Job Characteristics Related to Employed Women’s Breastfeeding Behaviors, Journal of Occupational Health Psychology, 23 (4).

 

Documentazione

▪ Direzione Generale della Comunicazione e dei Rapporti Europei e Internazionali & Direzione Generale per l’Igiene e la Sicurezza degli Alimenti e la Nutrizione (a cura di) (2019) Allattare al seno: un investimento per la vita (accesso libero)

<http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_303_allegato.pdf>

 

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