Dalla prostituzione al sex work

 

Quando si parla di prostituzione molto probabilmente la prima frase che risuona in testa è: “…il lavoro più antico del mondo”. Bene, pare che per molti aspetti questo non si discosti così tanto dalla realtà dei fatti.

Partendo da molto lontano, troviamo le prime forme di prostituzione già diecimila anni fa, quando avvenne il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale. In queste piccolissime comunità il tramandare le terre di generazione in generazione avveniva solo da padre in figlio e, pertanto, la paternità doveva risultare un fatto certo; la sessualità femminile doveva quindi necessariamente essere controllata. Così erano le donne non sposate a soddisfare gli uomini al di fuori della loro vita familiare. In tal modo era tutelata la moglie e madre, ma anche la donna sola che non avrebbe, altrimenti, potuto preservare e vivere la propria sessualità.

Più avanti negli anni, presso i greci e i romani, le donne che utilizzavano il proprio corpo o che erano in qualche modo costrette ad utilizzare il proprio corpo, appartenevano ad una più vasta eterogeneità: erano a volte le vedove rimaste da sole per troppo tempo; le danzatrici che si esibivano durante gli interminabili banchetti romani; le schiave che venivano comprate e rivendute agli immancabili mercati di schiavi dei leni, mezzani e protettori; le pornai dei bordelli pubblici, schiave appartenenti a un custode; più semplicemente le donne più povere o le giovani sterili; anche le sacerdotesse che potevano diventare delle “prostitute sacre”.

Accanto alla prostituzione femminile era diffusa anche quella maschile e infantile, finché non fu proibita da un editto di Domiziano che recita “Nessuno ti impedisce di andare da mezzani e protettori, a patto che tu non tocchi una donna sposata, una vergine, una giovane o dei fanciulli di nascita libera, ama chi vuoi!”. Tale prostituzione si svolgeva nelle taverne, nei bagni o alle terme, nelle osterie e sotto gli archi. È proprio da qui che deriva infatti il verbo “fornicare” (da fornices=archi).

Più avanti negli anni la prostituzione venne aspramente condannata da Carlo Magno e dai suoi successori, nonché dal re Luigi IX di Francia: le pene potevano andare dal percorrere la campagna nude fino all’incidere sulla fronte col ferro rovente il motivo della condanna; con il re Luigi IX si proibì inoltre ai soldati di portare le cosiddette “putaines de regiment” in battaglia (ad esempio durante le crociate).

Durante il Rinascimento vi erano le meretrici e le cortigiane, così chiamate perché seguivano le corti. Lavoravano in delle apposite dimore, dove erano soliti passare anche filosofi, cardinali e nobili del tempo, poiché alle cortigiane veniva impartita anche un’educazione rigida e raffinata.

Con Napoleone vennero poi regolamentate le case di tolleranza e nell’800 le case d’appuntamenti. È invece nel 1946 che la Francia chiuse i bordelli, seguita dalla Germania. In Italia la legge per l’abolizione delle case chiuse passò soltanto il 4 marzo del 1958. Naturalmente tali leggi sono state e sono tuttora soggette a diverse polemiche e pareri contrastanti.

Dunque cosa sta succedendo oggi e soprattutto quanta parte attiva stanno avendo le protagoniste di queste vicende e di questi cambiamenti nel corso della storia rispetto alla loro posizione all’interno del panorama culturale, economico nonché politico?

La prima organizzazione di prostitute è stata COYOTE (Call Off Your Tired Ethics) fondata nel 1973 in California, seguita pochi anni dopo da PONY (Prostitutes Of New York). L’Inghilterra vide la nascita di collettivi come l’English Collective of Prostitute nel 1975, mentre l’Italia del Comitato per I Diritti Civili delle Prostitute nel 1982. Nel 1985 si costituisce anche l’International Committee for Prostitutes’ Rights (UCPR) ad Amsterdam e l’anno successivo a Bruxelles viene organizzato il World Whore Congress. Nasce la Carta Mondiale per I Diritti delle Prostitute, dove vengono stilate le istanze del movimento, tra cui la richiesta di decriminalizzare lo scambio di sesso per denaro.

Pertanto oggi sono state proprio queste stesse protagoniste a riscrivere e ad offrire una visione del tutto differente rispetto alla loro storia e al posto che occupano nel mondo. Col passare del tempo infatti, e con l’emergere di posizioni sempre più radicali di quel femminismo abolizionista che pretende di farsi portavoce della volontà di tutte le donne e soprattutto di quelle che lavorano col sesso, qualcosa si è increspato, come un meccanismo sottile che col tempo e l’usura si inceppa: le donne che lavoravano come prostitute cominciarono a mostrare una certa insofferenza rispetto all’immagine che questo femminismo rimandava loro. Per le lavoratrici del sesso non vi è posizione più lontana dal femminismo che quella di una donna che lavora volontariamente nell’industria del sesso (anche se il femminismo cosiddetto “pro-sex” aveva una visione differente da quella abolizionista). È infatti a queste lavoratrici in prima persona che si deve l’elaborazione teorica e politica di una visione alternativa dello scambio di sesso per denaro. In tal modo prende avvio il processo di ri-scrittura della prostituzione, non più come forma di subordinazione ma come scelta consapevole rispetto al proprio corpo e alle proprie possibilità. Vi è una rivisitazione radicale di tutto, a partire dal linguaggio: il termine “prostituzione” (dal latino prostituere-proporsi, esporsi al pubblico) viene sostituito da quello di “sex work”, coniato nel 1980 da Carol Leigh, prostituta attivista americana del gruppo COYOTE. La Leigh afferma: “L’uso del termine sex work definisce la nascita di un movimento. Riconosce il lavoro che facciamo piuttosto che definirci per il nostro status. Dopo molti anni di attivismo come prostituta, di lotte contro lo stigma sociale, mi ricordo come mi sentivo potente ad avere una parola per descrivere questo lavoro che non fosse un eufemismo. Il sex work non ha vergogna, e nemmeno io.”

Conquista importante legata all’utilizzo del termine sex work è stata quella di spostare l’attenzione da una dimensione più prettamente sociale ad una dimensione squisitamente sessuale. Chi lavora col sesso non è più semplicemente o primariamente una categoria (da emarginare), ma è soprattutto qualcuno che offre la propria esperienza in ambito sessuale. Il sex work è un lavoro, che può fare perciò solo chi ha le competenze necessarie, l’esperto. Oltretutto con l’utilizzo di questo nuovo termine si interrompe la connessione semantica tra femminilità e prostituzione (ben espressa dall’utilizzo tradizionale della parola “puttana”).

Infine, rispetto alla decriminalizzazione del sex work, il Sex Worker’s Manifesto elaborato nel 2005 durante la conferenza europea “Sex Work, Human Rights, Labour and Migration” da 120 sex workers provenienti da 26 paesi afferma:

“L’alienazione, lo sfruttamento, l’abuso e la coercizione effettivamente esistono nell’industria del sesso, come in qualunque altro settore industriale; essi non definiscono noi o la nostra industria. Tuttavia solo nel momento in cui il lavoro viene formalmente riconosciuto, accettato dalla società e sostenuto dai sindacati, si possono stabilire dei limiti e i lavoratori e le lavoratrici saranno nelle condizioni di denunciare gli abusi e organizzarsi contro le condizioni di lavoro inaccettabili e lo sfruttamento.”

Dopo molti anni, il 26 Maggio del 2016, Amnesty International ha redatto il documento a richiesta di una decriminalizzazione del sex working, solo dopo aver vagliato molteplici fonti ed organizzazioni che si occupano di sex working per scelta.

 

A cura della tirocinante: Elisa Grano

Tutor: Davide Silvestri

BIBLIOGRAFIA

Selmi, G. (2016). Sex work: il farsi lavoro della sessualità. Bebert Edizioni

SITOGRAFIA

https://www.focus.it/cultura/storia/la-storia-della-prostituzione

https://abbattoimuri.wordpress.com/2017/10/22/differenza-tra-analisi-politica-femminista-e-insulti-delle-abolizioniste/

https://www.amnesty.org/en/documents/pol30/4062/2016/en/

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare