Doppio standard e slut shaming

Negli ultimi decenni, specialmente a partire dal nuovo millennio, si ha spesso l’impressione che stereotipi e pregiudizi di genere siano un fenomeno superato, almeno nei paesi occidentali. Il fatto che le donne abbiano pieno diritto alla libertà sessuale quanto gli uomini sembra a molti un tema scontato, superato, una battaglia vinta dalla rivoluzione sessuale degli anni ’60. Purtroppo recenti ricerche sembrano smentire questi assunti, rendendo l’argomento della discriminazione di genere in ambito sessuale ancora attuale.

Lungo tutto il corso del novecento la psicologia sociale ha studiato i fenomeni del pregiudizio (Allport, 1954) e degli stereotipi (Lippmann, 1922), inclusi quelli riferiti al genere sessuale (Crawford e Popp, 2003). L’idea che gli uomini e le donne debbano rispondere della loro libertà sessuale rientrando in certi canoni di comportamento preordinati, rigidi ed universali è un concetto storicamente presente quasi in tutti i popoli ed in tutte le culture, ed i criteri usati sono sempre stati molto più restrittivi per le donne in quasi tutti i casi. Questo fenomeno crea un particolare doppio standard in ambito sessuale: un esempio classico è il concetto che un uomo che abbia molte esperienze sessuali sia socialmente apprezzato, al contrario di una donna che mette in atto lo stesso identico comportamento. Questa specifica forma di biasimo verso le donne particolarmente attive sessualmente o anche semplicemente che vestono in modo sexy, è stato chiamato in inglese ‘slut shaming’, lo ‘stigma della sgualdrina’, e negli ultimi anni è stato oggetto di alcune ricerche psicologiche e sociologiche (Ringrose e Renold, 2011).

L’interesse della comunità scientifica si è ridestato in seguito alla nascita di un movimento di protesta internazionale (di impronta femminista) rispetto a questo fenomeno. Il movimento ha organizzato delle manifestazioni in forma di marce pacifiche per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, le ormai celebri ‘slutwalk’: la prima si svolse a Toronto nel 2011 quando, a proposito di uno stupro avvenuto in un college, un agente di sicurezza dichiarò al processo che la vittima avrebbe potuto in qualche modo evitare l’accaduto se fosse stata vestita in modo meno succinto. Presto altre slutwalk furono organizzate anche in molti altri paesi occidentali; la prima in Italia si svolse a Roma nel 2013.

In realtà il doppio standard sessuale colpisce entrambi i generi, specialmente se single, anche se in modi e misure diverse. Gli uomini ‘soli’ o meno attivi sessualmente sono considerati meno virili, più infantili o ‘strani’, meno attraenti, oppure gli si attribuisce a priori un orientamento omosessuale, spesso accompagnato da un ulteriore stigma. Alla donna viene automaticamente assegnato lo stereotipo di sgualdrina se solo veste in modo provocante, subendo alcuni pregiudizi in misura più severa e degradante: le donne che non hanno una relazione stabile, nè un aspetto attraente ma morigerato, nonché una condotta sessuale canonica – ossia rigorosamente eterosessuale, strettamente monogama e non troppo esuberante – vengono etichettate come persone indesiderabili o “fallite” a livello evolutivo ed esistenziale, un modello da biasimare socialmente.

Alcune ricerche hanno indagato il rapporto che i giovani hanno rispetto al doppio standard (Milhausen e Herold, 1999, 2001) ed i risultati, oltre che interessanti, sembrano anche incoraggianti. In primo luogo emerge che il doppio standard sembra avere diversi connotati nelle varie culture, ossia che si presenti in varie forme, anche molto differenti tra loro, a seconda del gruppo etnico, di uno specifico contesto o di uno specifico gruppo; inoltre in alcune situazioni il doppio standard sembra attenuarsi molto o a rispondere ad altri criteri. E’ senz’altro meno presente nelle famiglie e nelle comunità ideologicamente progressiste, e si presenta in forma meno rigida nei contesti prevalentemente ludici o ricreativi, ad esempio nel mondo dello spettacolo ed in quello della movida notturna: ciò conferma che si tratta di un fenomeno culturale.

Un secondo risultato delle ricerche indica che i giovani in generale sono meno inclini ad applicare il doppio standard, sebbene esso continui ad esistere anche nelle nuove generazioni. Ciò è probabilmente dovuto al crescente livello di scolarizzazione, alla maggiore libertà sessuale nella società contemporanea, nonché, forse, alle campagne di sensibilizzazione degli ultimi decenni. Tuttavia, come si ricordava all’inizio, l’obiettivo di un equo giudizio sociale verso i due sessi non è affatto da considerare pienamente raggiunto, e sono pertanto auspicabili, se non necessari, interventi educativi qualificati rivolti a tutte le fasce di età.

 

Tirocinante: Luciano Meoni

Tutor: Fabiana Salucci

 

  • Sitografia:

 

  • Bibliografia:
  • Allport G. W. (1954), The Nature of Prejudice, Cambridge, Cambridge UP; trad. it. La natura del pregiudizio. Firenze: La Nuova Italia (1973).
  • Crawford M., Popp D. (2003), Sexual double standards: a review and methodological critique of two decades of research, in Journal of Sex Research, 40 (1), pp. 13-26.
  • Lippmann W. (1922), Public Opinion, trad. it. L’opinione pubblica, Roma: Donzelli (2000).
  • Milhausen, R. R., Herold, E. S. (1999). Does the sexual double standard still exist? Perceptions of university women, in The Journal of Sex Research, 36, pp. 361–368 .
  • Milhausen, R. R., Herold, E. S. (2001). Reconceptualizing the sexual double standard, in Journal of Psychology and Human Sexuality, 13, pp. 63–83.
  • Ringrose J., Renold E. (2011), Slut-shaming, girl power and ‘sexualisation’: thinking through the politics of the international SlutWalks with teen girls, in Gender and Education, vol.24, nº3, pp.333–343.
Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare