in Sexlog, Curiosità e novità in sessuologia

Sebbene “naturismo” e “nudismo” appaiano sinonimi di uno stesso concetto, i due fenomeni devono essere considerati antropologicamente diversi, in quanto il primo invita ad un approccio simbiotico con la natura nel rispetto degli esseri viventi e dell’ambiente stesso, mentre il secondo non implica una relazione di “interscambio” con gli altri elementi presenti in natura ma si estrinseca nella mera esposizione delle nudità invalsa in particolari habitat dedicati a tale pratica sociale, senza particolari convinzioni di natura etica o costrutti psicologici più profondi.

Il nudismo, storicamente, rappresenta un fenomeno sociale dalle radici antichissime (Fenici, Egizi, Greci e Romani), in cui l’esposizione delle nudità non era vissuta con connotazioni licenziose cui subentra, in seguito, il carattere “familiare” dell’onere del vestire e celare un corpo nudo, proprio delle razze civilizzate (in opposizione a quelle selvagge) permettendo l’estensione di usi e costumi che tacitamente vincolavano ad adeguarsi a questa consuetudine. La prima condanna ufficiale del nudismo avviene, però, con l’espansione del Cristianesimo il quale partiva dalla nozione che il corpo umano fosse vergognoso e che l’esposizione, anche solo di una parte del corpo, fosse indecente ed esecrabile secondo una logica inibitoria “dell’intersessualità” maschio/femmina.

L’ostracismo e lo stigma che hanno ingigantito, nella società, il tabù del corpo nudo è variato mutevolmente a seconda delle razze etniche e delle generazioni in virtù del passaggio da società rurale/agricola a quella industriale: nelle comunità anglosassoni, ad esempio, questo tabù si erge fino a diventare un principio morale, in linea con una logica che rispecchiava i dettami del puritanesimo. Solo nel XX Secolo, la tendenza a denudare il corpo torna in auge (sebbene il tabù non crollerà mai definitivamente) con la diffusione di pratiche di “sun-bathing” e la nascita dei primi movimenti nudisti (che sorgono in Germania in primis e poi negli Stati Uniti) che, se hanno il difetto di non mutare di fatto le restrizioni socio-culturali e normative che limitano tale usanza, hanno avuto il pregio di smussare le pesanti critiche dell’opinione pubblica verso un fenomeno che sta raccogliendo sempre più maggiori adesioni e consensi.

Nella disciplina psicologica, uno dei primi studi sulla tendenza nudista (che nasce negli anni Sessanta per una forma di controcultura rispetto alla politica americana dell’epoca) è d’interpretazione psicoanalitica (Coleman,1933). Questa indagine individua, in tali dinamiche, tracce di pulsioni esibizionistiche e scoptofiliache (voyeurismo) presenti nei praticanti in cui la gratificazione dei propri istinti sessuali avviene attraverso una salda angoscia di castrazione che inibisce, a livello fisico, di cercare il contatto genitale con l’alter-ego nudista e comportando una metamorfosi inconscia, da una libido genitale ad una di tipo non genitale, affievolendo l’appagamento sessuale al solo senso della vista e all’atto di vedere ed essere visto. Secondo l’americano, in questi soggetti il senso di colpa è comunque presente perché la pratica non è accettata dalla società, creando sentimenti negativi.

Un ulteriore studio dello stesso periodo (Warren, 1930) basato su un’analisi di tipo qualitativo e sul metodo dell’osservazione non partecipata, è giunto alla conclusione che mettersi in contatto con un gruppo nudista implichi l’eliminazione di emozioni “negative” come la vergogna o l’imbarazzo di svestirsi (compreso il possibile shock provocato dalla vista della nudità) migliorando l’autoconsapevolezza e il senso di appartenenza alla comunità e promuovendo un sentimento di auto-accettazione “naturale” del proprio corpo e di quello altrui. La <<nudità sociale>> non è, quindi, madre di quella connotazione di crudezza del sesso che deduzioni banali dell’opinione pubblica potrebbero far immaginare ma rimane scevra da logiche di eccitazione sessuale, flirting e volgarità che l’esposizione di un naked body potrebbe invece comportare.

In dottrina, secondo i recentissimi studi (2017) dell’inglese Keon West (Ph. D. of University of London, Goldsmiths) effetti psicologici positivi derivanti dalla “nakedness” sarebbero effettivamente possibili, rivelando al pubblico che la nudità potrebbe essere veramente la chiave della felicità e del benessere e che i praticanti stanno meglio con se stessi, accettando più facilmente il proprio corpo e la loro vita in generale: lo psicologo inglese, infatti, ha dato scientificità ad assunti che, fino ad oggi, non avevano rispettato i parametri di rigore e asetticità in ambito accademico. Grazie ad una serie di esperimenti condotti su un campione di osservazione di 850 persone, si è dimostrato che i soggetti che praticano il nudismo hanno, eideticamente, un’immagine positiva del loro corpo e sono più felici grazie ad un miglior benessere psico-fisico. In una ricerca parallela, che mirava a compiere un’analisi dello stato psicologico dei partecipanti a due eventi british per nudisti (Bare all for Polar Bears), i partecipanti hanno dimostrato empiricamente di avere una forte autostima e dei notevoli miglioramenti sulla propria immagine corporea, oltre a dichiarare di essere pienamente soddisfatti della vita in ogni suo ambito, arrivando alla conclusione che l’importante è <<vedere gli altri nudi, più che essere nudi in sé>>. Attraverso questi dati si può scientemente affermare che West ha perciò sminuito il preconcetto che considerava il nudismo come segno di un disagio psicologico (e per la salute psicologica in generale, causata dalla sovraesposizione di immagini di corpi non idealizzati diffusi da Tv, mass media e dalla società di massa), indagando il fenomeno da un punto di vista psicologico e portando a deduzioni diametralmente opposte; questi, in una sorta di follow-up per il prossimo avvenire, suggerisce agli esperti sul campo di coinvolgere in nuovi esperimenti un maggior numero di partecipanti al fine di ottenere risultati obiettivi.

Insomma, se la ri-scoperta della felicità passa attraverso la cura e il benessere del proprio corpo allora non ci rimane che provare.

 

Tirocinante: Andrea Carbone

Tutor: Fabiana Salucci

 

Bibliografia

Coleman, S.M.(1933) The Psychology of Nudism – Psycho-analytic Review – Vol. XX.

Warren, C. (1933) Social body and the body taboo – Psychological Review, Vol. 40 .

West, K. (2017) The naked truth – Reasearch finds nudism make us happier – Goldsmiths, University of London.

West, K.(2018) Naked and Unashamed: Investigations and Applications of the Effects of Naturist Activities on Body Image, Self-Esteem, and Life Satisfaction – Springerlink.com.

 

Sitografia

https://www.bbc.co.uk/mediacentre/proginfo/2018/35/the-weekend-documentary

 

 

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