Femminicidi in rete: il Reveng Porn

Il termine ‘revenge porn’ o ‘revenge pornography’, letteralmente tradotto come ‘vendetta porno’, indica la condivisione pubblica di immagini o video riguardanti scene di sesso esplicite, tramite Internet. La locuzione “revenge porn” indica, quindi, solitamente, l’upload di materiale sessuale esplicito per vendicarsi, dopo la fine di una relazione. Talvolta però tale termine viene abusato per indicare la distribuzione di pornografia senza consenso. Spesso le immagini diffuse in rete sono state immortalate da un partner sessuale; con o senza consenso della vittima, appunto. Quando la pubblicazione non è consensuale e non si tratta dunque di un caso d’esibizionismo, risulta essere una forma di abuso psicologico, di violenza. La pubblicazione, difatti, avviene solitamente con lo scopo di umiliare la persona coinvolta. Le immagini, per tale motivo, sono spesso accompagnate da informazioni sufficienti all’identificazione dei protagonisti (nomi, link a profili social, indirizzi delle abitazioni o del posto di lavoro).

Le conseguenze psicologiche e sociali di tali abusi sono spesso devastanti per le vittime, che, in casi estremi, ma non troppo infrequenti, sono letteralmente spinte al suicidio; come nel ‘caso 0’ italiano di Tiziana Cantone, la trentunenne che nel Maggio 2015 denuncia sei video che lei stessa aveva inviato per gioco a quattro uomini e che erano stati messi online dagli stessi, resi pubblici per umiliarla, fino a condurla a decidere di non poter più vivere con quel peso.

Negli USA, ma ormai anche da noi sono sempre più diffusi siti specializzati in questo genere di ‘umiliazioni pubbliche dell’ex’. La maggior parte delle vittime sono donne (60-70% secondo Danielle Citron dell’Università del Maryland). Gli uomini vengono presi di mira in percentuali molto minori e nella gran parte dei casi si tratta di omosessuali.

Il tentato business di questi siti consiste nell’estorcere alle vittime, a seguito della loro pubblicazione, del denaro per cancellare le immagini compromettenti e purtroppo, come riscontrato dagli avvocati assunti in difesa delle vittime stesse, i gestori di questi siti non hanno in realtà molto da perdere: sono tutti giovani, aprono questi siti per ‘divertimento’ e contro di loro non è possibile fare assolutamente nulla per ottenere un congruo risarcimento.

Le vittime che hanno “osato” sporgere denuncia hanno dovuto, paradossalmente, subire una seconda violenza: l’ulteriore diffusione delle immagini compromettenti, da parte dei gestori di tali piattaforme; i quali, obbligati a cancellarle, prima di adempiere al provvedimento, le inoltravano ad altri siti, in Stati differenti, non sottoposti alla stessa legislazione.

Dietro i siti di revenge porn ci sono in genere tutti uomini piuttosto giovani. Questi si difendono sostenendo che le vittime “se la sono cercata, perché le donne serie non cedono. Chi cede non merita rispetto e pertanto non può lamentarsi!”.

Negli USA, in seguito a tali affermazioni, sono state fondate organizzazioni a sostegno delle vittime del porno involontario, come Women Against Revenge Porn.com.

Tra i più famosi casi di denuncia troviamo quello del sito IsAnybodyDown.com, sulla quale homepage oggi si può leggere una lettera di scuse del proprietario, Craig R. Brittain, il quale oltre a chiedere perdono per ciò che ha fatto annuncia di voler usare il suo dominio per ospitare una associazione che combatte il fenomeno. Il trentenne, malgrado ciò, è stato condannato ad una semplice ammonizione: “non potrà più pubblicare immagini compromettenti senza il consenso delle persone immortalate o rischierà una sanzione di 16 mila dollari per ogni giorno in cui commetterà una violazione”.

Una legge che ha prodotto le prime condanne è stata approvata in California, nel 2013; tra le quali una delle prime nei confronti di Kevin Bollaert, gestore del sito ugotposted.com, il quale rischia fino a 24 anni di carcere.

Craig Brittain si era, tuttavia, a sua volta ispirato a un altro sito: IsAnyoneUp. Sito chiuso nel 2012 dal suo stesso fondatore Hunter Moore, conosciuto per aver commesso diversi atti di bullismo ed il quale si autodefiniva “un distruttore professionista di vite altrui”.

È evidente che stiamo, dunque, parlando di personalità molto disturbate, sadiche, antisociali, con forti complessi d’inferiorità nei confronti del femminile che adulano ed odiano al contempo e che operano una sorta di stalking tecnologico, al quale l’Italia, purtroppo, non riesce ancora a fornire seria risposta sul piano giuridico-legislativo.

 

Tirocinante: Tjuana Foffo

Tutor: Fabiana Salucci

SITOGRAFIA

 

 

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