in Sexlog, Curiosità e novità in sessuologia

E’ di qualche settimana fa la notizia dell’arresto dell’ennesimo femminicida, che inizialmente sembrava rientrare nella casistica dei serial killer. I fatti, riportati dai media, parlano di una donna romena, di 36 anni, stuprata, seviziata con un manico di scopa, e trovata legata con il nastro adesivo a braccia aperte, nella posizione del crocifisso.

Le indagini hanno portato all’arresto del colpevole, reo confesso: un idraulico italiano cinquantacinquenne, della zona di Firenze, che avrebbe ammesso di aver seviziato e violentato diverse altre prostitute, sin dal 2006, precisando, però, di non averne voluto procurare la morte, che, nel caso della ragazza rumena,  sarebbe sopravvenuta accidentalmente.

L’uomo ammette, tuttavia, la propria colpevolezza relativamente alle violenze sessuali perpetrate nei confronti di prostitute, che progranmmava di riprodurre nuovamente in futuro. Dunque, se questi fossero i fatti, sarebbe scorretta la classificazione dell’uomo come femminicida o killer seriale, ma si tratterebbe di violenza sessuale seriale. Dai pochi altri dati relativi all’autore del reato, riportati dai media, si evince che l’uomo, sebbene avesse una compagna, vivesse ancora nella casa genitoriale, col padre e la madre e che avesse a volte “comportamenti infantili”. Come pure emerge che l’uomo avrebbe dichiarato, al momento dell’arresto, di aver “agito per rivalsa”.

C’è da dire che moltissimi studi hanno confermato che tra gli autori di femminicidio, alto è il numero di coloro i quali hanno compiuto in precedenza o in concomitanta con l’uccisione della vittima anche atti di violenza sulla stessa donna o su altre. Come dire che il femminicida è spesso anche stupratore e che il movente sessuale appare rilevante tra le cause di femminicidio. La Casa delle donne per non subire violenza, di Bologna, che riporta annualmente i dati relativi ai femminicidi compiuti in Italia, ha pubblicato la seguente interessante statistica:

tabellafemminicidio

Su 127 femminicidi, soltanto il 22,83% non è stato preceduto da alcuna forma di violenza. Sembrerebbe un fatto scontato, se pensiamo che il termine stesso di femminicidio viene spiegato, nel vocabolario della lingua italiana, come “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Dunque, chi si macchia del reato di femminicidio lo farebbe determinato proprio dal sesso di appartenenza della vittima. Abbiamo affermato che un forte precursore del femminicidio è lo stupro o, comunque, qualunque altro reato su sfondo sessuale.

Dai dati raccolti dal centro “ATV Alternativ Til Vold” di Oslo, presentati dallo studioso  Per Isdal, emerge che gli uomini sovente giustificano la violenza sulla base dei loro diritti, espliciti o impliciti. A livello individuale, i valori della tradizione patriarcale svolgono un ruolo fondamentale nella convinzione del “sesso forte” di avere diritto a essere violento nei confronti delle donne. Una convinzione che non può che rafforzare la percezione che la violenza maschile sia legittima e naturale. La violenza è una forma di abuso di potere ed è per questo che è importante utilizzare una prospettiva di potere per comprendere la natura e la logica alla base della stessa (Axelsen, 1990; Bograd, 1984; Yllö, 1993). Una delle sue caratteristiche è di essere diretta verso il basso, attraverso la gerarchia del potere, nei confronti di coloro che ne hanno meno. Appare plausibile che una lettura di questo genere possa essere applicabile anche ai numerosi casi di violenza sessuale sulle donne. Il tentativo di rivendicare se stessi in quanto uomini sembra contrastare l’indipendenza e l’autonomia femminili che vengono sempre più affermate al giorno d’oggi (l’uomo arrestato a Firenze dichiara proprio, come abbiamo visto, di “agire per rivalsa”)..

John Dollard e i suoi collaboratori si interessarono al rapporto fra aggressività e frustrazione, considerando la prima una reazione alla seconda (Dollard, Doob, Miller, Mowrer & Sears, 1939). Svilupparono la loro ipotesi basata sul binomio frustrazione-aggressione. La frustrazione ed il senso di impotenza, possono essere legati, per esempio, a un’esperienza emozionale specifica, ma anche, nel caso di molti uomini, al rapporto personale con le emozioni. Ciò si applica in particolare alle emozioni “indegne di un uomo”, come sentirsi piccoli, inadeguati, offesi o umiliati, provare vergogna. La violenza può essere descritta come una sorta di contrappeso all’impotenza. Consente all’uomo violento di sentirsi forte e autoritario, trasformando il senso di inettitudine in una percezione di potere e di estremo controllo. Si capisce come, nello studio condotto da Isdal, si parli di impotenza in senso lato, ma che non si escluderebbe affatto anche l’aspetto dell’impotenza sessuale, che concorrerebbe ad alimentare frustrazione, rabbia, risentimento nei confronti della donne, con le conseguenze negative ed estreme che sempre più di frequente subiscono.

Di femninicidi si parla molto. Il che significa che sono molte le donne che rimangono vittime di tali condotte soprattutto perpetuati dall’uomo. Siamo abituati più alla percezione del fenomeno, attraverso i fatti di cronoca, ma come si inserisce la ricerca scientifica per comprendere il problema? Alle donne viene consigliato, ultimamente di denunciare, ma le donne stesse che sopravvivvono descrivono la difficoltà nel farlo. Facciamo chiarezza, indagando l’eziopatologia di tali condotte, poiché una volta conosciuto il problema, forse, la soluzione potrebbe arrivare da sé, ma che sia una soluzione vera piuttosto che una sanzione data al colpevole.

Il contributo è stato redatto dal gruppo di tirocinio post laurea dell’stituto Italiano di Sessuologia Scientifica (Dr.ssa Rossana Gabrieli e il Dr Loris Patella). Supervisione Dr.ssa Ilaria Consolo e Dr Fabrizio Quattrini

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