Gay pride: il tempo dell’orgoglio omosessuale

Il 27 giugno 1969 segna una data epocale: il giorno dello scontro allo Stonewall Inn a Manhattan.

Lo Stonewall Inn è il più frequentato bar per omosessuali di New York e quella notte, come tante altre, la polizia irrompe per fare dei controlli con lo scopo di verificare ed eventualmente punire chiunque indossasse meno di tre oggetti ritenuti “gender appropriate” e per la regolarità delle licenze nel vendere alcol.

Ma qualcosa cambiò quella notte. E dal 2000 lo Stonewall Inn è entrato a far parte dei monumenti nazionali.

Si racconta che, una volta effettuati i primi fermi dalla polizia,  Sylvia Rivera, una transessuale, lanciò una bottiglia verso la polizia come gesto di ribellione all’ingiustizia percepita; tale gesto segnò l’inizio di uno scontro tra cittadini e forze dell’ordine che durò tre giorni dove furono coinvolte circa duemila persone e tredici vennero arrestate.

L’anno seguente, in memoria di questo atto coraggioso e sovversivo contro l’ordine pubblico, migliaia di persone si riversarono nelle strade di New York, Los Angeles, Chicago e San Francisco: nacque così il primo Gay Pride.

Era la prima volta che migliaia di persone omosessuali si ribellavano pubblicamente e scendevano in piazza per protestare contro i maltrattamenti subiti quotidianamente.

Negli stessi anni, nasce il primo movimento di liberazione gay, il “Gay Liberation Front” e di seguito iniziano a germogliare altre associazioni in varie parti del mondo.

In Italia, la prima manifestazione risale al 1994 a Roma, organizzata dall’Arcigay di Mario Mieli, alla quale parteciparono circa diecimila persone e da quel momento la manifestazione dell’orgoglio gay diventò inarrestabile. Negli anni successivi anche le città di Napoli e Bologna seguirono l’esempio. Nel 2000, nell’anno del Giubileo, Roma diventa la culla del gay pride mondiale mostrando il suo spirito pacifista e festaiolo lanciando un messaggio ben preciso su come la tolleranza e convivenza siano possibili. Ma quanti gay vivono ancora soffrendo in silenzio? A quanti ancora va mostrato che la visibilità e l’accettazione del proprio orientamento sessuale è possibile ed è l’unica strada percorribile per la felicità?

Il coming-out è un momento delicato rappresentato dalla conclusione di un processo in cui la persona è uscita allo scoperto con se stessa relativamente al suo orientamento sessuale e ha deciso che può parlarne anche con altre persone. Questa apertura verso l’altro richiede coraggio, perché lo stigma nei confronti delle persone omosessuali purtroppo è ancora presente e una risposta di accoglienza da parte dell’altro non è scontata.

Purtroppo non c’è una linea guida da seguire per un sereno coming-out. Molte persone preferiscono aprirsi prima con le persone care come amici e familiari e successivamente con il resto dei conoscenti. Ma ciò che conta in questo percorso è rispettare i propri tempi e seguire la ricerca della propria verità personale evitando di costruire una vita sulla finzione e sulla clandestinità.

Tra le competenze sociali che supportano questo processo di svelamento troviamo l’assertività ovvero “la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo, nel contempo, una positiva relazione con gli altri; oppure come la legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti e interessi evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri” (Galeazzi, 1994).

L’assertività è una competenza che può essere educata attraverso un training specifico basato su tre passi: valutare lo stile comunicativo (assertivo, passivo, aggressivo) e comportamentale del soggetto; creare una motivazione al cambiamento e infine una ristrutturazione cognitiva, dove si mettono in discussione i pensieri disfunzionali emersi nelle fasi precedenti.

Questo è un punto essenziale da rinforzare affinché si possa subire meno l’influenza di quello che viene descritto in letteratura scientifica come “Minority Stress”. Il costrutto di stress da minoranza viene definito come uno stress continuativo, macro e micro traumatico, cui vanno incontro le persone omosessuali, ed è costituito da tre dimensioni:

-Omonegatività interiorizzata: essa può essere più o meno consapevole e costituisce il risultato dell’interiorizzazione da parte delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans (LGBT) dei pregiudizi, dei pensieri, degli atteggiamenti e dei sentimenti negativi che la società nutre verso l’omosessualità in generale e verso le persone LGBT in particolare.

-Stigma percepito: ci si riferisce al processo per cui gli individui LGBT si aspettano di subire eventi di discriminazione che li porta a mantenere costantemente alta la vigilanza verso l’ambiente circostante, al fine di evitare tali fenomeni.

-Esperienze vissute di discriminazione e violenza: che Meyer (1995) descrive come oggettivi e verificabili, come ad esempio l’utilizzo di espressioni ed epiteti offensivi per rivolgersi ai ragazzi gay e alle ragazze lesbiche o come i comportamenti di ostracismo ed esclusione, mobbing, ecc.

(https://www.istitutobeck.com/beck-news/omofobia-interiorizzata-secondo-modello-del-minority-stress)

Stonewall ha spezzato le catene dell’invisibilità e del silenzio, ha ispirato il coraggio di manifestarsi con orgoglio per ciò che si è, mostrando la bellezza della diversità nella condizione comune di essere tutti esseri umani.

Tirocinante: Annalisa De Angelis

Tutor: Fabiana Salucci

Bibliografia

Galeazzi A. (1994), Personalità e competenza sociale. ERIP. Pordenone

 

Sitografia

Perché si fa il gay pride

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/28/usa-dallo-stonewall-inn-a-oggi-la-storia-del-gay-pride-ad-uso-di-chi-invoca-la-normalizzazione/3581489/

https://www.tesionline.it/consult/brano.jsp?id=9177

https://qi.hogrefe.it/rivista/le-minoranze-sessuali-tra-stress-e-resilienza/

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