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Si è da poco celebrata la Giornata mondiale contro l’AIDS (indetta per il primo dicembre di ogni anno) finalizzata all’accrescimento della conoscenza circa il virus HIV, alla sensibilizzazione e chiaramente alla prevenzione, che resta sicuramente l’obiettivo primario.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato che 33,4 milioni di persone nel mondo convivono con questo virus e che ogni anno si verificano circa 2,7 milioni di nuovi contagi, mentre ammontano a circa 2 milioni i decessi annuali. Le stime italiane del 2017 invece registrano 3.443 nuove diagnosi di infezione (nel 76,2% sono uomini con un’età media di 39 anni, mentre per le donne l’età media è di 34 anni con numero costante di nuove diagnosi) e l’incidenza più alta è stata segnalata in Liguria, Toscana e Lazio.

La fascia d’età con una più alta incidenza è quella tra i 25 e 29 anni e la maggior parte delle nuove diagnosi di infezione sono causate da rapporti sessuali non protetti (84,3%) e in particolar modo in MsM (men who have sex with men) ed in uomini eterosessuali. Inoltre, è rammaricante sapere che, sempre nel 2017, solo il 14,6% delle persone con nuova diagnosi di infezione da HIV ne è venuto a conoscenza in seguito a normali controlli di routine, rispetto al 32% di coloro con nuova diagnosi, che hanno effettuato il test solo in seguito alla comparsa di sintomi che facevano sospettare dell’infezione. Sono dati agghiaccianti che ci inducono a riflettere sul fatto che sono ancora troppe le persone che sottovalutano i rischi legati al virus.

Quando una persona scopre di essere sieropositiva si apre un percorso difficile di accettazione personale e sociale circa la nuova condizione e le nuove aspettative di vita. Spesso, si è ancora dinnanzi ad una vera e propria “sierofobia” alimentata da un pregiudizio dannoso nei confronti delle persone affette: i sieropositivi provano sentimenti di colpa, di vergogna e il timore di essere discriminati. Invece, ci siamo mai chiesti cosa accade nei casi in cui ci sono degli “untori” di HIV? Perché lo fanno e cosa succede per il partner che è inconsapevole della loro condizione?

Negli ultimi anni la cronaca ha riportato casi terribili di untori “seriali” di HIV per molti aspetti simili tra loro riguardo le caratteristiche di personalità, la dinamica e le motivazioni circa la volontà del contagio.

In Italia, V. T., trentenne romano, è stato il primo ad essere condannato a pena detentiva, poiché, pur essendo a conoscenza della sua sieropositività, ha contagiato volontariamente più di 50 donne nel giro di dieci anni attraverso rapporti sessuali non protetti sino al momento in cui una delle sue vittime è venuta a conoscenza della sua condizione medica e ha sporto coraggiosamente denuncia (www.linkiesta.it). Come altri untori, ha attuato una condotta definita patologica ed ossessiva, oltre che strategica e seriale per adescare, solitamente attraverso chat e siti di incontri, vittime, che in una prima fase erano ragazze giovani e preferibilmente vergini (lui le definiva “pure”) ed in una seconda fase erano donne sposate da far innamorare per poi avere rapporti sessuali non protetti perché “più piacevoli” e magari ingravidare, passando l’infezione anche al nascituro. Il suo è stato un modus operandi tipico di una personalità con disturbo narcisistico, con tratti sadici, manipolatori e di dipendenza sessuale. Appariva come il classico “fidanzato perfetto”, premuroso ed attento, che corteggiava le sue vittime (anche più di 5 contemporaneamente) accuratamente scelte al fine di ottenere la loro fiducia e portare loro ad acconsentire a rapporti non protetti, coinvolgendo addirittura terze persone. Egoisticamente ha deciso per la vita altrui, nello stesso modo in cui la madre tossicodipendente e sieropositiva decise per lui trasmettendogli il virus prima di morire, lasciandolo solo alla tenera età di 4 anni e senza sapere chi fosse suo padre.

Generalmente, coloro che diventano “untori” di HIV inconsciamente negano la loro condanna e reagiscono al dolore attraverso una sorta di rivendicazione e vanto, quasi in preda a deliri di onnipotenza, di avere l’arma giusta per mietere più vittime possibili. Stoller chiamava questo meccanismo conseguente al trauma come “erotizzazione dell’odio”: il dolore viene tramutato in un gesto reiterato e dalle finalità piacevoli e di onnipotenza. Inoltre, essendo ben attenti a non essere scoperti, utilizzano quotidianamente menzogne per manipolare le prove a loro favore (es. i test sulla sieropositività, esami medici) e per fuorviare qualsiasi sospetto del partner, che diventa insicuro sui propri pensieri e si lascia convincere. È un circolo vizioso di inganno e di autoinganno, nel quale per colui che infetta vi è una progressiva volontà di deresponsabilizzazione personale e di distribuzione collettiva della colpa. Un meccanismo simile a quello descritto da A. Bandura nel concetto di “disimpegno morale”: un individuo può giustificare un comportamento moralmente condannabile attraverso un meccanismo difensivo di autoinganno che preservi l’immagine buona di sé e meritevole di rispetto e che si discosti dall’immagine cattiva, evitando il senso di colpa e preservando la propria stima a discapito dell’altro che viene deumanizzato. Se normalmente una persona che scopre di essere stata contagiata accusa un forte trauma, in questi casi, la portata dello stesso è maggiore e molto più complicata da elaborare ed accettare.

La vittima subisce un vero e proprio abuso da parte di una persona sulla quale, sino a quel momento, aveva riposto fiducia, ovvero psicologicamente aveva donato una parte del proprio sé, che è stata invece letteralmente deturpata, marchiata socialmente e legata a vita all’aggressore. Dinnanzi alla scoperta casuale, lo shock è fortissimo: immediatamente si pensa al peggio per poi sforzarsi di negare questa condizione, che suscita rabbia, sconforto, paura per la propria salute e paura di diventare pericolosi per gli altri. L’accettazione del lutto risulta chiaramente difficile e condividerlo, ad esempio attraverso terapie di gruppo (nelle quali il gruppo rappresenta sia il contenuto che il contenitore del vissuto traumatico), potrebbe facilitare l’elaborazione del dolore e potrebbe rappresentare un importante sostegno collettivo per le stesse.

Restano necessarie le campagne di sensibilizzazione e di informazione su questo tema che rappresenta un grave problema per la salute e la sicurezza di tutti. Pur ritenendo la prevenzione lo strumento più importante per sconfiggere il contagio, è necessario informare sui passi avanti che si stanno facendo nell’area trattamentale della malattia.

Attraverso la conoscenza e la prevenzione si può ridurre il contagio ed eliminare lo stigma sociale, che oltre ad essere dannoso per la persona che lo indossa, lo è per tutti coloro che hanno difficoltà ad effettuare un test a fini preventivi per il timore di sapere qualcosa di inaccettabile.

 

Tirocinante: Antonella Lolaico

Tutor: Fabiana Salucci

 

BIBLIOGRAFIA

Bandura A. (2017) Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene, Erickson.

SITOGRAFIA

http://www.epicentro.iss.it/aids/epidemiologia-italia

http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2018/11/29/news/hiv-ritorno-al-passato-cosi-l-italia-affonda-tra-ignoranza-e-discriminazione-1.329060?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR2iRGiMbzO8u-wpc7kW5xLsHLkzybpo1UaY5-T3vjtMV-YEjJlQo8oqeZ4

https://www.linkiesta.it/it/article/2018/06/16/claudio-e-valentino-gli-untori-dellaids-che-pretendono-di-curarsi-diff/38468/

 

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