in Sexlog, Devianza e Parafilie

L’omicidio seriale rientra, insieme all’omicidio di massa (mass murdering) e l’omicidio compulsivo (spree killing), nel più ampio fenomeno degli omicidi con elevato numero di vittime e si differenzia dalle altre due tipologie per numero delle vittime, per i luoghi e tempi differenti tra un omicidio e l’altro. Nel 1979 l’FBI definì serial killer colui che pone in essere tre o più omicidi in luoghi e tempi differenti. Tra un omicidio e l’altro sussiste un periodo di raffreddamento, il c.d. cooling-off period, ovvero un intervallo “emotivo” tra l’ultimo omicidio e l’emergere di una nuova fantasia omicidiaria, che può andare da qualche ora a diversi anni. Nel 1988, il National Institute of Justice ridefinì il numero minimo delle vittime di omicidio seriale, portandolo a due. A riguardo, lo psicologo R. De Luca afferma che il serial killer è colui che pone in essere due o più delitti personalmente oppure porta, mediante influenza psicologica, qualcun altro ad uccidere al suo posto. Per essere identificato come serial killer è necessario che mostri una chiara volontà nell’azione omicidiaria. La ripetitività è la caratteristica centrale della sua azione, le cui motivazioni possono essere differenti, ma fanno riferimento quasi sempre ad una componente psicologica interna al soggetto che lo conduce alla recidiva. Il comportamento agito e la scena del crimine riflettono tali motivazioni così come il livello di organizzazione di personalità del soggetto, nonché spesso le connotazioni di natura sessuale e sadica.

È opportuno fornire un quadro sulla storia di vita familiare e sui disturbi psichiatrici che spesso caratterizzano questi soggetti, per permettere una più facile lettura sulle motivazioni alla base delle loro azioni.

Studi effettuati da parte dell’FBI e studi sui serial killer italiani (n.43 dal 1850 ad oggi) hanno stilato una sorta di identikit psicobiografico del serial killer, così riassumibile: l’83% è rappresentato da uomini di razza bianca, sia eterosessuali che omosessuali. Le donne serial killer sono in minoranza e di queste il 65% ha agito individualmente, mentre il 14% in coppia, assumendo quali motivazioni principali degli omicidi il guadagno economico, il divertimento, lo stimolo sessuale e la vendetta. L’ambiente familiare di origine risulta essere multiproblematico e non accogliente. I genitori sono privi delle capacità genitoriali ed educative, hanno spesso storie di tossicodipendenza ed alcolismo (33% e 70%) e problemi sessuali (46%). Pertanto, sono poco presenti e spesso violenti nei confronti dei figli, che diventano vittime di maltrattamenti, trascuratezza, violenze psicologiche, fisiche e sessuali. L’infanzia del serial killer sembrerebbe essere caratterizzata da: deprivazione affettiva ed educativa, violenza, isolamento tali da compromettere, in fase adolescenziale, la capacità di intrattenere rapporti interpersonali, con conseguenti sentimenti di rabbia, frustrazione ed odio. Risulta evidente la componente sadica e della crudeltà, motivata dalla necessità di colmare quel senso di vuoto interiore e d’inadeguatezza, nonché il bisogno perverso di sentirsi onnipotente mediante l’esercizio del controllo sulla vittima. In età adulta, i serial killer possono costruire una facciata di normalità, per nascondere il problema di un’identità psicosessuale immatura, attraverso una buona posizione lavorativa, sociale e costruendo una famiglia; così come possono rimanere incapaci di emergere e di ottenere una posizione sociale, rimanendo nella casa della famiglia di origine, accuditi dalla madre o da un’altra figura, restando così isolati ed incapaci di costruire rapporti interpersonali.

Lo psicologo R. De Luca individua due motivazioni che sottendono al comportamento seriale: la prima è quella più profonda e che rimanda al bisogno assoluto di esercitare controllo e potere sull’altro per affermare il proprio Sé; la seconda è superficiale e racchiude 11 categorie, tra le quali, quelle riferibili all’aspetto sessuale sono: 1) delitti motivati da erotomania, caratterizzato dalla ricerca di un amore idealizzato, che lo conduce poi ad uccidere perché considera inadeguati i suoi amanti); 2) delitti motivati dal controllo del potere (bisogno di onnipotenza e forti aspetti sadici nell’infliggere sofferenza e nel torturare la vittima in vita); 3) delitti per motivi sessuali. Il significato simbolico dell’atto e la tipologia variano in base alla personalità del serial killer, ma spesso vi è la condivisione di un passato di abusi e violenze sessuali o un’educazione troppo rigida, che ha imposto l’idea del sesso come peccato. Agiscono con tale motivazione i sessualmente sadici, che traggono forte eccitazione e piacere mentre la vittima è in vita, esercitando su di essa completo dominio imprigionandola, violentandola, mutilandola e deumanizzandola. In alcuni serial killer vi sono anche tratti masochistici consistenti nel piacere di subire dolore fisico e morale per raggiungere l’eccitazione sessuale. Ad esempio, serial killer con tratti sadici e masochistici fu Albert Fish (1870-1936), conosciuto come “il maniaco della luna”, o “l’uomo grigio”. È stato uno tra i più crudeli per le torture che si autoinfliggeva e procurava alle sue vittime. ll serial killer pedofilo ha difficoltà nel rapportarsi con un partner adulto e riscontra nel minore vittima l’oggetto sessuale ideale, debole ed indifeso su cui esercitare il proprio potere ed agire una sessualità violenta, che molto spesso ha subito nella sua infanzia. I serial killer necrofili hanno rapporti sessuali con la vittima ormai cadavere, in quanto non viene più considerata pericolosa ed offensiva. Solo in questo modo riescono ad essere disinibiti sessualmente. Il necrofilo è una sorta di feticista del cadavere e può asportare/conservare parti della vittima come trofei e rappresentazione della sua onnipotenza, come organi genitali, capezzoli, capelli, come il caso del Mostro di Firenze. Ted Bundy (1946-1989), serial killer statunitense con comportamento organizzato, in quanto avvicinava le sue vittime sfruttando i suoi tratti seduttivi e manipolatori, uccise 30-35 donne, delle quali 12 furono decapitate dopo la morte, conservandone le teste come trofei nel suo appartamento.

La lista dei serial killer e degli aspetti psicopatologici ad essi connessi sarebbe ancora lunga e necessiterebbe di più specifica trattazione. Si può, pertanto, concludere che la maggior parte di essi agirebbe comportamenti violenti ed estremamente brutali, anche sessualmente, per ottenere una gratificazione, seppur transitoria, ed un’illusione di controllo ed onnipotenza.

 

Tirocinante: Antonella Lolaico

Tutor: Fabiana Salucci

 

BIBLIOGRAFIA

De Luca R., Mastronardi V. M. (2013), I serial killer. Il volto segreto degli assassini seriali: chi sono e che cosa pensano? Come e perché uccidono? La riabilitazione è possibile?, Newton Compton Editori, Roma.

De Pasquali P. (2001), Serial killer in Italia. Un’analisi psicologica, criminologica e psichiatrico-forense, FrancoAngeli, Milano.

Muffallanno M. (2013), Il criminal profiling del serial killer, Greenbooks Editore.

Kohut H. (1977), La guarigione del Sé, tr. It. Boringhieri, Torino.

Stoller R. J. (1985), Observing the erotic imagination, Yale University Press, New

 

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