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Ogni donna affronta nel corso della sua vita fertile circa 450-480 cicli mestruali e può sperimentare nella settimana precedente alle mestruazioni, ovvero nella fase luteale, alcuni sintomi più o meno accentuati come sbalzi d’umore, irritabilità e tensione al seno la cui intensità rimane soggettiva per ogni donna. Tuttavia, esiste una sindrome, ad oggi riconosciuta dal DSM-5 come Disturbo Disforico Premestruale (DDPM), che indica un quadro clinico i cui sintomi risultano eccessivamente invalidanti per la donna, si presentano nei giorni precedenti alle mestruazioni e finiscono con la comparsa delle stesse. In particolare, questa sindrome si caratterizza per un umore estremamente depresso, ansia, irritabilità e labilità emotiva eccessivamente pronunciate fino a portare a pensieri suicidi (Prasad et al., 2021). Infatti, possiamo dire che la sua caratteristica peculiare sia la presenza di sintomi psicoemotivi periodici e di durata limitata nel tempo. Ad oggi questa sindrome costituisce una condizione seria che non deve essere né banalizzata né trascurata (Epperson et al., 2012).

La differenza sostanziale tra questa condizione e la più comune sindrome premestruale consiste nell’intensità dei sintomi, nella stabilità degli stessi e nella ripetitività. È infatti fondamentale non confonderlo con la “sindrome premestruale” (Borenstein et al., 2003) e dare alle donne la possibilità di riconoscere questo disturbo e ottenere il maggior supporto possibile da parte dei professionisti della salute. Infatti, secondo il DSM questa sindrome oggi è una condizione invalidante che coinvolge il 3-9% delle donne in età fertile ed è stato inserito all’interno dei disturbi dell’umore (Robinson & Ismail, 2015). Già da tempo la comunità scientifica aveva notato l’esistenza di un quadro definito “disturbo disforico della tarda fase luteale” intesa come una categoria diagnostica che necessitava un maggiore approfondimento scientifico.

Nel DSM-IV (1994) il nome è stato modificato in “disturbo disforico premestruale” e collocato in Appendice B, tra i disturbi depressivi non altrimenti specificati (Schartzberg, Nemeroff & American, 2004). Infine, nel 1998 alcuni esperti hanno valutato i dati e le evidenze disponibili, arrivando a concludere che il DDPM è un’entità clinica distinta con profili clinici e biologici differenti da quelli osservati in altri disturbi dell’umore (Endicott, Amsterdam, Eriksson, et al.,1999). Nel DSM-5 arriva una sua specifica categoria nei disturbi depressivi e i criteri diagnostici sono i seguenti:
• Criterio A: Per la maggior parte dei cicli mestruali, la settimana precedente al ciclo, devono essere presenti almeno 5 dei sintomi con una remissione entro pochi giorni dall’inizio di questo, fino a scomparire nella settimana successiva.
• Criterio B: Uno tra: labilità dell’umore (sbalzi di umore, sentirsi tristi d’improvviso, avere una maggiore tendenza al pianto), irritabilità e aumento dei conflitti interpersonali e della rabbia, umore depresso o pensieri autocritici, ansia e sensazione di avere i nervi a fior di pelle.
• Criterio C: Uno o più tra i seguenti sintomi (in aggiunta fino ad arrivare ad almeno cinque): diminuito interesse per le attività abituali, difficoltà soggettiva di concentrazione, faticabilità o mancanza di energia, alterazione dell’appetito, alterazione del sonno, senso di essere fuori controllo, sintomi fisici come tensione al senso, dolori articolari o muscolare, sensazioni di gonfiore o aumento di peso.
• Criterio D: I sintomi causano disagio clinicamente significativo o interferenza con le attività quotidiane.
• Criterio E: L’alterazione non è solo l’esacerbazione dei sintomi di un altro disturbo psicologico.
• Criterio F: Il criterio A deve essere confermato per almeno due cicli.
• Criterio G: I sintomi non sono attribuibili all’effetto di sostanze o ad altra condizione medica.

Il Disturbo Disforico Premestruale (DDPM), alla luce di quanto detto, può quindi essere equiparabile ad altre condizioni psichiatriche, soprattutto al Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbi d’ansia o bipolari. Inoltre, in molte donne si può sviluppare il rischio di incorrere in un disturbo psichiatrico legato alle alterazioni ormonali come la depressione post-partum (Sylvén et al., 2013).

Questo disturbo ha di solito insorgenza durante la tarda adolescenza o la giovane età adulta, ma purtroppo viene spesso diagnosticato con molti anni di ritardo dall’insorgenza dei sintomi dal momento che questi non vengono subito riconosciuti e accettati come invalidanti per la vita lavorativa e sociale della donna. Il motivo per cui il contatto con il primo specialista avviene intorno ai 30 anni è, oltre a una generale scarsa informazione, che alle donne si insegna ad avere aspettative negative sul ciclo mestruale così che sintomi premestruali importanti non si interpretino come necessariamente indicatori di qualcosa di patologico.

Nel panorama odierno, sembrano essere riconosciuti in letteratura alcuni fattori di rischio che potrebbero rendere più probabile lo sviluppo di questo disturbo. Nello specifico si evidenziano: forte stress, traumi relazionali/interpersonali, fattori socioculturali, ereditarietà in oltre il 50% dei casi, interruzione dell’assunzione di un anticoncezionale ormonale che ha notoriamente un effetto protettivo sugli aspetti disforici (DSM-5, 2013).

Infine, per quanto riguarda la terapia, il trattamento è molto complesso, nessun rimedio si rivela adatto a tutte le donne e per tale motivo può richiedere molto tempo e pazienza. Le misure generali riguardano il seguire buone regole di vita, cominciando con un adeguato riposo, una regolare attività fisica e un’alimentazione equilibrata, così come anche praticare la meditazione o lo yoga. Gli studi clinici hanno inoltre dimostrato che l’impiego di farmaci inibitori selettivi della ricaptazione di serotonina (SSRI come fluoxetina, sertralina, paroxetina, citalopram) sono efficaci nel trattare questo disturbo. Il fronteggiamento del disturbo disforico premestruale comincia quindi con un’adeguata diagnosi che riconosca le problematiche della donna per poi concretizzarsi nella pianificazione del trattamento più adatto alla stessa in base al suo stile di vita.

Tirocinante: Alessandra Ragona
Tutor: Cristiana Sardellitti

Bibliografia e sitografia
– https://www.alessandragraziottin.it/it/articoli.php/Mestruazioni-ancora-un-tabu-?EW_FATHER=26607&ART_TYPE=AQUOT
-Borenstein, J. E., Dean, B. B., Endicott, J., Wong, J., Brown, C., Dickerson, V., & Yonkers, K. A. (2003). Health and economic impact of the premenstrual syndrome. The Journal of reproductive medicine, 48(7), 515-524.
-Endicott J, Amsterdam J, Eriksson E, et al. (1999) Is premenstrual dysphoric disorder a distinct clinical entity? J Womens Health Gend Based Med;8:663-79.
-Freeman EW, Sondheimer SJ (2003). Premenstrual dysphoric disor- der: recognition and treatment. Prim care companion. J Clin Psychiatry;5:30-9.
-Patarca-Montero R, Manu P (2004). The psychopathology of func- tional somatic syndromes: neurobiology and illness behav- ior in chronic fatigue syndrome, fibromyalgia, Gulf War illness, irritable bowel, and premenstrual dysphoria. New York-London-Oxford: Haworth Medical Press.
-Prasad, D., Wollenhaupt-Aguiar, B., Kidd, K. N., de Azevedo Cardoso, T., & Frey, B. N. (2021). Suicidal risk in women with premenstrual syndrome and premenstrual dysphoric disorder: a systematic review and meta-analysis. Journal of Women’s Health, 30(12), 1693-1707.
-Steiner M, Streiner DL. Validation of a revised visual analog scale for premenstrual mood symptoms: results from prospec- tive and retrospective trials. Can J Psychiatry, 2005;50:327-32.
-Stout AL, Steege JF. Psychological assessment of women seeking treatment for premenstrual syndrome. J Psychosom Res, 1985;29:621-9.
-Sylvén, S. M., Ekselius, L., Sundström‐Poromaa, I., & Skalkidou, A. (2013). Premenstrual syndrome and dysphoric disorder as risk factors for postpartum depression. Acta obstetricia et gynecologica Scandinavica, 92(2), 178-184.

 

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