in LGBTQIA, Sexlog

Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) eliminò dalla ristampa del DSM-II la diagnosi di omosessualità “egosintonica”, lasciando la variante “egodistonica”.
Egodistonico viene definito qualsiasi comportamento, idea o rappresentazione che non risulti coerente con l’immagine e la percezione di sé che ha il soggetto. Dunque, la diagnosi rimaneva valida nel caso in cui una persona sperimentasse un rifiuto verso il proprio orientamento sessuale, percepito come fonte di disagio. Con gli anni questa classificazione venne a cadere, poiché divenne sempre più chiaro che lo stress esperito verso le proprie preferenze erotico-sessuali non originava dall’interno, ma dall’esterno, in particolare come conseguenza dei condizionamenti sociali, culturali e familiari a cui il soggetto era sottoposto.

Nel 1987, con il DSM-III, l’APA decise quindi di eliminare anche la variante egodistonica, riconoscendo il legame tra interiorizzazione dell’ostilità sociale e non accettazione del proprio orientamento sessuale.
Ancora oggi persone non eterosessuali sono sottoposte ad uno stress continuo, conseguenza di ambienti ostili o indifferenti, episodi di stigmatizzazione, pregiudizio e violenza.

Tutti questi fattori contribuiscono a far sì che la comunità LGBTQIA+ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali, asessuali) subisca gli effetti di quello che è stato definito minority stress, ovvero l’insieme delle conseguenze psicologiche e fisiologiche che si trova ad affrontare qualsiasi minoranza si scontri con condizioni sociali avverse.
Merton fu tra i primi ad ipotizzare che le norme sociali possano generare fattori di stress che si riversano sulle culture ed i gruppi minoritari, specialmente all’interno di società in cui le differenze tra il gruppo dominante e quello minoritario sono più marcate, in modo tale che il primo tenda a marginalizzare il secondo (Tan et al., 2019).

Lo psicologo Ilan Mayer, riallacciandosi alle teorizzazioni di Merton, propose un modello per spiegare il minority stress che si compone di tre dimensioni che si intrecciano tra loro.
La dimensione oggettiva comprende tutte quelle esperienze vissute di discriminazione, violenza, stigmatizzazione.
La dimensione soggettiva invece fa riferimento all’omofobia interiorizzata, ovvero a quell’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi, consapevoli o meno, che una persona può provare nei confronti del proprio orientamento sessuale. Le conseguenze possono comprendere l’identificazione con gli stereotipi denigratori, l’autodisprezzo, bassa autostima e percezione di autoefficacia, sentimenti di incertezza, inferiorità e vergogna.

A metà tra il versante oggettivo e quello soggettivo si colloca la percezione dello stigma da parte della minoranza: come conseguenza il proprio livello di vigilanza verso l’ambiente circostante aumenta, al fine di tentare di non farsi riconoscere come appartenenti alla comunità LGBTQIA+ ed evitare situazioni spiacevoli di rifiuto sociale. Tale vigilanza porta ad adottare un filtro nella lettura della realtà e a tentativi di nascondere la propria identità per proteggersi da danni fisici e psicologici.

La discriminazione viene definita “doppia” nei casi in cui l’individuo rientri in due o più categorie minoritarie o marginalizzate, come ad esempio persone bisessuali, anziani omosessuali, persone LGBTQIA+ non caucasiche e persone transgender.
Tutte le dimensioni sopra elencate possono determinare conseguenze negative sulla salute mentale.
I disturbi che emergono non sono direttamente legati all’identificazione con un orientamento non eterosessuale, ma derivano dalla stigmatizzazione delle identità sessuali e di genere minoritarie.

Negli ultimi anni, numerosi studi hanno esaminato la presenza di depressione all’interno delle popolazioni LGBTQIA+ e sono giunti alla stessa conclusione: i fattori di stress delle minoranze provocano un aumento nei livelli di depressione. Inoltre, è ormai consolidata anche l’associazione tra comportamenti suicidari e l’appartenenza ad una minoranza sessuale, considerata un forte fattore di rischio. Essendo la depressione un altro fattore di rischio molto rilevante per i comportamenti suicidari, la sua maggiore prevalenza tra le popolazioni LGBTQIA+ può essere considerata di per sé un fattore di rischio per il suicidio.

Il disagio psicologico associato ai fattori di stress esperiti dalle minoranze sessuali influisce sulla salute mentale anche attraverso lo sviluppo di modalità di coping disadattive, come il consumo smodato di alcol e di sostanze. In persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ sono stati infatti rilevati tassi più elevati di consumo di alcol e abuso di sostanze rispetto a persone eterosessuali.
Meyer ha postulato che l’adozione di buone strategie di coping e il supporto sociale, così come la formazione di una rete di connessioni individuali e di gruppo all’interno della comunità LGBTQIA+, possono risultare fattori protettivi e mitigare gli effetti negativi dello stress sulla salute mentale delle minoranze (Mongelli et al., 2019).

Tirocinante: Margherita Alessio
Tutor: Cristiana Sardellitti

Bibliografia:
Jannini E. A., Lenzi A., Maggi M., (2020) Sessuologia medica. Trattato di psicosessuologia, medicina della sessualità e salute della coppia, Milano, Edra S.p.A, pp. 142-143
Mongelli et al., (2019), Minority stress and mental health among LGBT populations: an update on the evidence, Minerva Psichiatrica, pp. 7-50, DOI: 10.23736/S0391-1772.18.01995-7
Tan K. K. H. et al. (2020), Gender Minority Stress: A Critical Review, Journal of Homosexuality, pp. 1471-1489, DOI: 10.1080/00918369.2019.1591789

Sitografia:

L’Omofobia Interiorizzata secondo il Modello del Minority Stress

Minority Stress, lo stress delle minoranze “rifiutate” dalla società


https://www.stateofmind.it/2020/11/minority-stress-lgbt-psicopatologia/

 

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