Affettività e sessualità in carcere: diritti negati

L’affettività e la sessualità sono aspetti importanti nel percorso di maturazione intrapsichica ed interpersonale dell’essere umano. Abbracciano non solo la dimensione corporea, ma anche quella emotiva, cognitiva, relazionale, permettendo l’incontro e lo scambio con l’altro. Lo psicologo Maslow ha definito la sessualità una necessità primaria e fisiologica dell’uomo, inserendola alla base della “piramide dei bisogni” e riferendola all’istinto di conservazione della specie umana (https://www.guidapsicologi.it/articoli/limportanza-del-sesso).

Sin dal 1974, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Associazione Mondiale per la Salute Sessuale hanno affermato che la sessualità sia parte integrante della salute e del benessere dell’individuo, sottolineando la necessità di promuovere il diritto dello stesso a viverla lontano da impedimenti e violenze (https://psicologipegaso.it/sessuologia-e-benessere-di-l-salvai-e-g-verde/).

Alla luce di questo, appare difficile conciliare l’inviolabilità di questo diritto con l’esperienza della carcerazione, che, nonostante abbia finalità rieducative garantite dalla legge, determina il decadimento di diritti fondamentali come la libertà personale e sessuale, la separazione dai propri affetti ed importanti condizionamenti che, a loro volta, si ripercuotono sul benessere psicologico, affettivo del soggetto condannato alla pena di reclusione. Come accennato, a quest’ultima viene attribuita una finalità non soltanto coercitiva, ma anche e soprattutto rieducativa e risocializzante.

L’art. 27 della Costituzione espone a chiare lettere tali funzioni prevedendo che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (http://www.giurisprudenzapenale.com); mentre, l’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario ha disposto attività per i condannati che facilitino il trattamento rieducativo e ha altresì riconosciuto l’importanza dei rapporti affettivi sui quali dovrebbe fondarsi lo stesso trattamento. Tuttavia, l’esperienza della carcerazione rappresenta un forte evento traumatico per coloro che ne sono coinvolti ed incide pesantemente sulla sfera affettiva e sessuale del condannato.

Focault aveva parlato di pena “dolce” della detenzione, che seppur non più centrata sul supplizio quale strumento privilegiato per indurre sofferenza, non ha mai perso il suo carattere punitivo e non ha mai funzionato senza un supplemento di privazioni concernenti il razionamento alimentare, l’isolamento e la privazione sessuale (Focault M., 1975). Difatti, la detenzione si mostra piuttosto contraria al senso di umanità e spesso non vengono forniti spazi per esercitare il proprio diritto all’affettività ed alla sessualità, che invece dovrebbe essere indispensabile per la motivazione e la responsabilizzazione dell’individuo condannato.

A seguito del “processo di prisonizzazione”, si verifica un’alterazione psicologica e degli schemi comportamentali del soggetto, oltre che un disadattamento della sfera sessuale (Milazzo S., Zammitti B., 2002). L’aspetto sessuale viene particolarmente ignorato e non ancora normativizzato da regolamenti o disposizioni ministeriali.

L’astinenza sessuale comporta sofferenza e conseguenze, spesso irreversibili, che si possono protrarre anche in stato di libertà. Da iniziali condizioni di sovraeccitazione continua con stati reattivi (macerazione del pensiero, stato allucinante con violenza di rappresentazione, erotizzazione di qualsiasi aspetto della propria vita con eccitazione e ricerca morbosa di surrogati) a stati depressivi, sino ad atti autolesivi, tentativi di suicidio o suicidi (Santoro E., 1997).

Studi scientifici si sono concentrati sia sull’incremento dell’attività autoerotica (con l’ausilio di materiale pornografico che sopperisce all’impoverimento della capacità di immaginare eroticamente ed all’impossibilità di rapportarsi con una partner), che se inizialmente può rappresentare una sorta di terapia psicofisica, col passare del tempo diventa un comportamento nevrotico, un’ossessione (Curcio R., Valentino N., Petrilli S., 1990), sia sull’analisi dei rapporti omosessuali consensuali e non consensuali, con modalità violente ed abusanti.

L’omosessualità “temporanea o indotta”, la cui incidenza tra i detenuti è del 70-80%, rappresenterebbe il risultato di un adattamento all’ambiente carcerario, dunque un’esperienza compensatoria alla quale si ricorrerebbe per indisponibilità del partner e che contribuirebbe alla compromissione dell’identità individuale e sociale dell’individuo. Inoltre, queste pratiche avvengono senza alcuna privacy e rispetto della propria ed altrui intimità e sono spesso accompagnate ad una mancata tutela della salute sessuale: non essendoci contraccettivi è più facile contrarre malattie sessualmente trasmissibili, prostatiti ed emorroidi. Non sono rari anche episodi di prostituzione in cambio di sigarette o sostanze stupefacenti.

Per quanto riguarda le donne detenute la sofferenza viene spostata più specificatamente sul piano affettivo, che su quello sessuale, essendo orientate a vedere il sesso in funzione dell’amore e non viceversa. Pertanto, sono meno appariscenti le attività di autoerotismo, mentre i rapporti lesbici sono intesi come ricerca di intimità e rapporti sentimentali fatti di baci e carezze, costituendo una sorta di relazioni pseudofamiliari, che non conducono alla creazione di particolari motivi di disordine (Ceraudio F. in http://www.ristretti.it/areestudio/affetti/documenti/ceraudo.htm).

Al di là della specifica forma di adattamento alla realtà carceraria, coloro che vivono l’esperienza detentiva hanno più probabilità di provare una vera e propria “torsione” in ambito affettivo, relazionale e sessuale rispetto alla popolazione che non ha subito questa esperienza. Si ha una ristrutturazione psicofisiologica nel corpo e nella relazione con l’altro (che finisce per essere malamente percepito come individuo concreto) facilitando, per esempio, la cultura dello stupro (Boccadoro L., Carulli S., 2008).

Spezzare il flusso delle relazioni significa amputare l’individuo della sua storia e della sua esistenza, facilitando l’insorgere della patologia della degenerazione. Invece, consentire di vivere la propria sessualità, rappresenterebbe un segnale di umanizzazione dello stato detentivo, nonché un’opportunità per il detenuto e i suoi affetti di rafforzare l’affettività ed il benessere, dei quali altrimenti verrebbero negati anche i partner che non hanno alcuna pena da espiare.

Dei Paesi, componenti il Consiglio di Europa, 31 su 47 hanno normativizzato questo diritto: in Svezia e Germania miniappartamenti sono a disposizione del detenuto e della sua famiglia; in Canada sin dal 1980 le visite si protraggono sino a 72 ore ed in apposte roulotte esterne al carcere, mentre in un campo di lavoro americano in Missisipi, viene data la possibilità di ricevere una volta a settimana la visita di una “sex worker”. In India, in Spagna (estremamente cattolica e con il maggior numero di detenuti) e in Svizzera sono autorizzati “colloqui intimi”, anche fra persone dello stesso sesso, ogni fine settimana. In Italia, invece, è stata avanzata l’ipotesi delle “stanze dell’affettività”, attuatasi in via sperimentale negli istituti di Milano Opera e Bollate, ma sin da subito criticate come “celle a luci rosse”.

Nonostante proposte di legge presentate in Parlamento, continuano a persistere trattamenti contrari al senso di umanità e che negano il diritto alla famiglia, alla salute fisica e sessuale. Bisognerebbe valorizzare invece i momenti di affettività per rinforzare i percorsi trattamentali e restituire alla società un individuo migliore (Gonnella P. in https://www.frammentirivista.it/sessualita-in-carcere-lumanita-negata-e-le-sue-conseguenze/).

Tirocinante: Antonella Lolaico

Tutor: Fabiana Salucci

BIBLIOGRAFIA

Boccadoro L., Carulli S. (2008) Il posto dell’amore negato. Sessualità e psicopatologie segrete, Tecnoprint.

Curcio R., Valentino N., Petrelli S. (1990) Nel bosco di Bistorco, Sensibili alle Foglie.

Focault M. (1975) Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, ET Saggi.

Milazzo S., Zammitti B. (2002) Affettività e carcere. Studio qualitativo sulla popolazione in regime di detenzione presso la casa circondariale “Cavadonna” di Siracusa.

Santoro E. (1997) Carcere e società liberale, Giappichelli, Torino.

SITOGRAFIA

https://www.frammentirivista.it/sessualita-in-carcere-lumanita-negata-e-le-sue-conseguenze/

http://www.giurisprudenzapenale.com

http://www.ristretti.it/areestudio/affetti/documenti/ceraudo.htm

 

 


Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare