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Dolore sessuale: un problema di coppia

Nell’ultimo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5) ha fatto la sua comparsa per la prima volta il Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione (GPPPD), risultato dall’unificazione di due precedenti e distinte categorie diagnostiche: la Dispareunia ed il Vaginismo. La prima è definita come persistente o ricorrente sperimentazione di dolore durante il coito o qualunque tentativo di ingresso vaginale, mentre il secondo si caratterizza per la persistente o ricorrente difficoltà della donna di permettere la penetrazione, nonostante il desiderio di farlo.

Nel primo caso il quadro che viene a crearsi è quello di un mantenimento del dolore sessuale causato da comportamenti orientati all’obiettivo – il coito – che vanno a riconfermare l’esperienza dolorosa, dall’altro i comportamenti evitanti associati al vaginismo impediscono la disconferma di credenze negative sulla sessualità in generale e sulla penetrazione in particolare. In entrambi i casi si è di fronte a situazioni che coinvolgono tutto lo spettro del funzionamento sessuale, dal desiderio alla lubrificazione, e che non consentono un esperire positivo della sessualità. Queste condizioni, variegate fra loro, richiedono attenzione non solo a livello individuale ma anche relazionale, dato che il quadro che si delinea per le coppie risulta negativo sul piano della soddisfazione sessuale.

Fattori in gioco: dal singolo alla coppia

Alcuni fattori individuali sono stati indicati in letteratura come associati alla paura del dolore, fattore centrale del GPPPD: tra questi i principali risultano essere l’ansia e la tendenza alla catastrofizzazione sul versante dell’aggravamento e del mantenimento dello stesso, e l’auto-efficacia, intesa come la sicurezza che si nutre nei confronti della propria capacità di portare a termine un determinato obiettivo, come in grado di diminuire i livelli di dolore percepito.

Secondo un’ottica biopsicosociale che guardi alla coppia più che al singolo e alle sue specificità, anche molti fattori interpersonali sono stati presi in considerazione dalla letteratura scientifica come capaci di rinforzare lo sviluppo e il mantenimento del disturbo da dolore genito-pelvico: il più esaminato è la modalità di risposta del o della partner – poiché il GPPPD non riguarda solamente le coppie eterosessuali – all’esperienza sessuale dolorosa della donna. In questo filone si sono definiti tre tipi di risposta:

◊ Preoccupata: si configura come un atteggiamento di supporto, empatico e attento; il senso comune potrebbe ritenerla una risposta positiva, in grado di diminuire le problematiche legate al dolore sessuale. Al contrario, la risposta preoccupata del partner potrebbe agire riducendo il livello di auto-efficacia e innalzando quello di catastrofizzazione, incoraggiando l’evitamento del rapporto sessuale doloroso per via dell’impressione di non poter porre rimedio alla situazione.

◊ Ostile: comprendente dimostrazioni di negatività, frustrazione, evitamento, rabbia, delusione e osservazioni critiche, similmente è stata associata a più alti livelli di dolore durante il rapporto sessuale, oltre che ad un vissuto depressivo per la donna.

◊ Facilitante: indagata più di recente rispetto alle altre, comprende sia l’incoraggiamento all’utilizzo di strategie di coping sia l’espressione affettiva.

Le coppie con dolore sessuale dimostrano generalmente più alti livelli di insoddisfazione sessuale, ma ciò non vale per quanto riguarda la soddisfazione relazionale, che in alcuni studi è stata riscontrata essere analoga o addirittura superiore rispetto ai gruppi di controllo. La relazione romantica nel suo complesso, infatti, non fa riferimento esclusivamente al funzionamento sessuale del singolo o della coppia.

In situazioni in cui all’interno della coppia si sperimenta dolore sessuale sovente si necessita di una rinegoziazione degli script che tradizionalmente considerano il rapporto vaginale come la principale – se non unica – modalità di vivere l’attività sessuale. L’intimità e in particolare l’intimità sessuale, definita come l’apertura percepita nei confronti della sessualità e la responsività e l’empatia del o della partner durante e in seguito alle interazioni sessuali, è stata considerata un fattore protettivo in contesti in cui la coppia sperimenta difficoltà in questo ambito, in quanto positivamente correlata al funzionamento e alla soddisfazione sessuale, nonché alla già citata auto-efficacia.

Per la sua propria definizione, che comprende la capacità di aprirsi all’altro, strettamente connessa all’intimità vi è la comunicazione di coppia. Essa, quando presente e positiva, è stata correlata a più alti livelli di soddisfazione e funzionamento sessuali e a minori sintomi depressivi nelle donne che soffrono di GPPPD, ed è stata distinta, similmente alla categorizzazione delle risposte comportamentali, in pattern comunicativi rivelatori di un coinvolgimento collaborativo, di un coinvolgimento negativo o di basso coinvolgimento. I primi fanno riferimento all’esplorazione di compromessi, alle espressioni di comprensione e all’apertura nel confrontarsi, mentre i secondi al criticismo, all’atteggiamento difensivo, alla rabbia e al ritiro.

Quindi… di chi è il problema?

La dispareunia e il vaginismo, e il GPPPD, sono problematiche del dolore e del sesso, vissuto nell’ambito della coppia: un intervento basato esclusivamente sul singolo risulterebbe parziale e non terrebbe conto delle complesse e mutue interazioni che esistono tra fattori individuali e fattori relazionali.

 

Tirocinante: Ambra Achilli

Tutor: Fabiana Salucci

 

Bibliografia

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