Intersex: quando maschio o femmina non è l’unica via

Alla nascita, o ancor prima di essa, siamo maschi o femmine. Siamo abituati ad essere maschi o femmine prima ancora di sapere davvero cosa significhi, e siamo maschi o femmine quando qualcuno ci chiama per nome. Siamo maschi o femmine per ogni “a” e “o” sparsa qua e là in un discorso che ci riguarda, siamo maschi o femmine per certi tipi di abbigliamento, per i colori che ci attribuiscono sin dalla culla, anche quando non ci facciamo troppo caso, anche quando non vorremmo farne parte, siamo maschi o femmine, se non per noi, per qualcun altro.

Ma è davvero così? Esistono davvero solo maschi o femmine? E l’intersessualità?

Viviamo in una società sessuata, che si basa sulla dualità dicotomica maschio/femmina e tristemente ossessionata dalla normalità. Tutto ciò che è altro, che è diverso, diviene anormale e patologico.

Soprattutto dalla seconda metà del Novecento sono stati applicati massivi interventi di normalizzazione su bambini intersessuali (Balocchi, 2012).

Ma cos’è l’intersessualità? E cosa comporta?

Secondo l’Intersex Society of North America Intersessualità è  un termine ombrello che comprende una varietà di condizioni in cui la persona nasce presentando delle caratteristiche anatomiche sessuali o riproduttive che non sembrano conformarsi al genere maschile o femminile. Per quanto l’intersessualità sia una condizione presente dalla nascita, essa spesso non è palese fin da subito. Capita, quindi, che tale condizione sia resa nota al diretto interessato in adolescenza, con l’arrivo della pubertà, o in età adulta a causa di un’infertilità. Altre volte, invece, l’individuo arriva a non conoscere mai questa sua peculiarità. Medicalmente l’intersessualità viene definita come “disordine dello sviluppo sessuale” in cui una sorta di “anomalia” colpisce l’apparato genitale e riproduttivo durante la vita intrauterina (Tripodi, 2013).

Un esempio di intersessualità è la Sindrome da insensibilità agli androgeni (AIS) o Sindrome di Morris anche conosciuta come “Sindrome delle belle donne”, essa presenta una forma completa detta CAIS e una forma parziale detta PAIS. In entrambe le forme utero, tube di falloppio e ovaie sono assenti. Nella CAIS il soggetto presenta cromosomi sessuali XY, clitoride, labbra vaginali e testicoli interni che producono androgeni a cui però i tessuti sono insensibili continuando, così, lo sviluppo in senso femminile; queste donne sono solitamente molto belle, alte e atletiche (ibidem). L’utilizzo di una simile nomenclatura, però, conferisce una sfumatura di significato che rievoca l’idea di qualcosa di patologico che va quindi curato.  Le così dette cure prevedono una precoce assegnazione del sesso al bambino con conseguenti interventi chirurgici su genitali e gonadi e terapie ormonali (Busi, 2005).

Ma in cosa consistono gli interventi chirurgici e le terapie ormonali?

Le precedenti modalità di intervento prevedevano una presa di decisione immediata ed esclusiva da parte dei medici, i quali tendevano ad escludere il genitore del bambino nel processo decisionale dimostrandosi poco trasparenti sulla reale condizione del bambino. La politica si basava prevalentemente su un intervento il più possibile tempestivo che portasse ad una definizione immediata del sesso e del genere del bambino. Ad oggi, invece sembra che un intervento così tempestivo non sia solamente inutile ma addirittura dannoso per l’individuo. Non solo per la portata degli interventi sia chirurgici che ormonali ai quali i bambini vengono sottoposti, ma anche perché una modalità di intervento così immediata nega la possibilità ai diretti interessati di poter acconsentire o meno (Daaboul & Frader, 2001). Molti individui intersessuali, infatti, una volta divenuti adulti, si sono opposti alle pratiche di ridefinizione del sesso dei bambini intersessuali (ibidem).

Ad oggi, però, si ricorre ancora fin troppo precipitosamente alla chirurgia. Vengono effettuati interventi di genito-plastica per rendere l’organo genitale conforme all’uno o all’altro sesso in modo da attribuire ad esso quella che si reputa una “normalità” estetica; Interventi di asportazione delle gonadi, per il possibile rischio che diventino cancerose dopo la pubertà; Terapie ormonali che divengono necessarie soprattutto nel caso dell’asportazione delle gonadi al fine di evitare l’insorgenza di patologie in età adulta. Questa tipologia di terapia viene intrapresa intorno agli 11-12 anni (Tripodi, 2013; Lorenzetti, 2015).

Ma quanto sono realmente utili questi interventi?

Spesso il ricorso alla chirurgia è immotivato. È dettato più da pressioni sociali che spingono i genitori  a richiedere l’intervento dei medici perché spinti dal timore di una realtà sconosciuta anziché per esigenze reali. Inoltre la decisione spesso è legata alla  falsa credenza su che un intervento chirurgico precoce, con conseguente attribuzione arbitraria del sesso, potrebbe garantire un percorso di vita più semplice per il bambino.

Spesso, invece, simili interventi risultano scarsamente risolutivi o addirittura dannosi, comportando anche una significativa perdita della sensibilità genitale. Evitare o posticipare l’intervento chirurgico garantirebbe la possibilità all’individuo stesso, una volta cresciuto, di fare una scelta consapevole. (Tripodi, 2013).

Secondo Fausto –Sterling, che già nel 1993 postulava l’esistenza di almeno cinque sessi, sebbene possa succedere che alcunitipi di malattia possano accompagnare alcune forme di intersessualità, di per sé essa non è una malattia e le pratiche chirurgiche irreversibili dovrebbero essere il più possibile ridotte al minimo (Fausto-Sterling, 2000). La patologizzazione dell’intersessualità dipende anche dall’assenza di informazioni sull’intersessualità stessa, dal suo non essere riconosciuta, negata. I genitori sono del tutto impreparati alla possibilità che il proprio bambino possa nascere con un sesso non definibile secondo i canonici dettami del dimorfismo sessuale (Tripodi, 2013). A causa della scarsa informazione e dell’approccio medicalizzante, la domanda di cura rivolta ai medici mirerebbe più a vincere dubbi e incertezze dei genitori che alla salvaguardia del bambino, comportando una negazione e una violazione della libertà stessa dell’individuo.

L’importanza del rispetto del corpo va messa prima di qualunque timore di  una possibile o meno accettazione sociale. Il diretto interessato deve essere reso consapevole e compartecipe. Deve poter dare il proprio consenso o meno ai trattamenti medici (Lorenzetti, 2015).

A partire dagli anni ’90 si è affermata l’importanza della centralità dell’individuo e della propria famiglia nella questione sulla presa di decisione o meno di intervenire chirurgicamente (Lorenzetti, 2015). Gli interventi chirurgici non vanno effettuati se non realmente necessari al benessere dell’individuo (ibidem).

Occorre conferire maggiori informazioni possibili ai genitori rendendoli così in grado di comprendere che una condizione come quella intersessuale non va intesa come anormale, ma come esistente in natura e quindi, se in questi termini si vuole parlare, già normale di per sé anche se più rara (Lorenzetti, 2015).

TIROCINANTE: Claudia Isaia

TUTOR: Margherita Attanasio

Bibliografia

  • Balocchi, M. (2012) Fuori binario (Intersex): dall’ermafroditismo ai “disturbi dello sviluppo sessuale”. Zapruder, 29, pp.76-84.
  • Busi B. (2005) Hermaphrodites with attitude. DeriveApprodi, 25: 67-70.
  • Daaboul, J., Frader, J. (2001) Ethics and the management of the patient with intersex: a middle way. Journal of pediatric endocrinology and metabolism14(9), 1575-1584.
  • Fausto‐Sterling, A. (1993) The five sexes. The sciences33(2), 20-24.
  • Fausto‐Sterling, A. (2000) The five sexes, revisited. The sciences40(4), 18-23.
  • Lorenzetti, A. (2015) Frontiere del corpo, frontiere del diritto: intersessualità e tutela della persona. BIOLAW JOURNAL, (2), 109-127.
  • Tripodi, V. (2013) L’intersessualità in famiglia: la chirurgia genitale (in età pediatrica) è l’unica via possibile?Verifiche XLII (1-3), pp. 93-118.

Sitografia: http://www.isna.org

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