La percezione sociale del poliamore

Il termine poliamore negli ultimi anni è sempre più conosciuto e discusso pubblicamente, anche dai maggiori media. Da recenti studi ancora in corso, la psicologa Terry Conley (vedi sitografia: Scientific American) stima che circa il 5% della popolazione statunitense dichiara di avere, di aver avuto o di essere disposto ad avere una relazione poliamorosa, ossia di vivere una storia sentimentale o sessuale con più persone in cui ognuno è consapevole della situazione e vi partecipa consensualmente.

La condizione essenziale perché si possa parlare di poliamore è infatti principalmente l’esplicito consenso informato di tutte le persone interessate, elemento che lo distingue da altre forme di non monogamia, quali l’infedeltà, in un classico rapporto di coppia monogamico. Tale caratteristica fa sì che questa forma di non monogamia sia definita in letteratura ‘etica’, per distinguerla dalle altre.

Se il poliamore riguarda una minima seppur significativa minoranza, le altre forme di non monogamia sembrano talmente diffuse da ridurre l’autentica monogamia all’eccezione, anche se nell’opinione pubblica rimane il principale modello di relazione: altre ricerche riportano infatti che fino al sessanta per cento delle coppie che si dichiarano monogamiche in realtà ha, o ha avuto, episodi di non monogamia (Vangelisti e Gerstenberger, 2004). D’altro canto risulta che solo il 17% dei popoli a livello mondiale abbia una cultura strettamente monogama, essendo la maggioranza invece poligama o con sistemi misti che di fatto tollerano sia la monogamia che la poligamia, anche quando quest’ultima non è ufficialmente sancita (Chapais, 2013). Una tale discrepanza di proporzioni tra diversi sistemi culturali e tra morale pubblica e privata suscita dei legittimi interrogativi riguardo i meccanismi psicologici che portano a negare o a stigmatizzare le relazioni non monogame.

Un’indagine comparativa di Hutzler et al. (2016) evidenzia come il poliamore sia tendenzialmente stigmatizzato in misura pari all’infedeltà, essendo in pratica assimilato ad essa praticamente da chiunque non sia poliamoroso, soprattutto da parte di chi è tradizionalista anche su altri aspetti.

La nozione alla base dello stigma sembra essere la cosiddetta ‘mononormatività’ (Conley et al.,2013), ossia la norma culturale in base alla quale la monogamia sarebbe universalmente sufficiente e necessaria per soddisfare tutti i bisogni relazionali e sessuali di qualsiasi individuo; ciò in pratica porta gran parte dell’opinione pubblica a vedere tutte le relazioni non monogame come moralmente inaccettabili, sessualmente insoddisfacenti, di qualità scadente e più a rischio di malattie sessualmente trasmissibili. Tale visione contrasta totalmente con i dati obiettivi riscontrati dalle ricerche scientifiche riguardo i poliamorosi: rispetto ai monogami (inclusi i monogami che praticano l’infedeltà) risultano essere altrettanto o più soddisfatti delle loro relazioni, riportano di provare intimità emotiva in misura maggiore, praticano di più il sesso protetto, fanno più spesso test sulle malattie sessualmente trasmissibili e sono più disposti a discutere apertamente di sesso sicuro al fine di metterlo in pratica in modo concordato (Hutzler, 2016). In base a questi dati sembra che gli assunti alla base della mononormatività non abbiano alcun riscontro oggettivo, e che le conclusioni derivanti da essa siano pertanto meri pregiudizi stigmatizzanti.

Probabilmente le ragioni della diffusione di queste opinioni sono da ricercare nella cultura patriarcale e nelle religioni affini ad esso, ma anche nel fatto che questa visione riconduce indebitamente all’infedeltà tutte le non monogamie, incluse quelle etiche quali lo scambismo ed il poliamore, nonché la poligamia – fenomeni che in realtà hanno davvero poco in comune tra loro – applicando sempre il metro morale rivolto all’infedeltà, da cui il conseguente stigma sociale generalizzato. Ciò ha conseguenze più serie di quanto può sembrare ad una prima lettura: è noto da tempo che i soggetti stigmatizzati per qualsiasi ragione subiscono vari tipi di danni oggettivi e quantificabili: tra l’altro soffrono maggiormente di stress cronico (un importante precursore di malattie fisiche e mentali), tendono ad avere minore autostima e supporto sociale, hanno meno opportunità relazionali e di carriera, e, nel caso specifico, hanno anche più difficoltà in ambito legale ad esempio nei contenziosi riguardanti la custodia dei figli.

Lo stigma appare particolarmente iniquo alla luce del fatto che i poliamorosi mostrano in misura uguale o maggiore rispetto ai monogami dei tratti di base di personalità tipicamente associati all’equilibrio mentale, quali uno stile di attaccamento sicuro, minori livelli ansia e di evitamento relazionale (King, 2014); inoltre, seppure i dati siano ancora pochi e relativi a dichiarazioni personali più che a veri e propri studi, sembra che i figli cresciuti in famiglie poliamorose – così come quelli di altre famiglie, ad esempio quelle ‘arcobaleno’ – non riportino particolari difficoltà fisiche o mentali, tranne quelle eventualmente dovute allo stigma sociale.

Secondo lo studio di Hutzler (ibidem), le strategie di dimostrata efficacia che, sul lungo termine, possono ridurre i pregiudizi e lo stigma sembrano essere principalmente due: in primo luogo si è notato un atteggiamento più favorevole verso i poliamorosi da parte di chi, pur non essendolo, vi è in qualche modo entrato in contatto di persona, tipicamente incontrandoli nella cerchia delle proprie amicizie. Il fenomeno è noto e studiato fin dagli anni cinquanta: avere modo di conoscere personalmente membri di un gruppo di qualsiasi tipo diverso dal proprio tende ad aumentare le conoscenze realistiche su quel gruppo, e di conseguenza a ridurre pregiudizi e stereotipi infondati, coerentemente con ‘l’ipotesi del contatto’ di Allport (1954), più volte confermata in innumerevoli ricerche. In secondo luogo risulta altrettanto efficace la conoscenza approfondita dell’argomento, incoraggiando l’esplorazione dei dati oggettivi riguardo le caratteristiche del poliamore e dei poliamorosi, confrontandoli e differenziandoli da quelle di altre non monogamie-non etiche come l’infedeltà: le evidenze riguardo l’infondatezza della mononormatività, seppur poche, sono più che sufficienti a ridurre pregiudizi ingiustificati. Indipendentemente dalle proprie personali preferenze relazionali e sessuali è assolutamente auspicabile che la battaglia culturale contro la stigmatizzazione dei poliamorosi sia sostenuta con decisione anche da parte governativa: a pagare le pesanti conseguenze dello stigma è infatti una popolazione la cui discriminazione appare particolarmente iniqua, e, nel caso dei bambini delle famiglie poliamorose, anche più indifesa rispetto ad esso.

 

Tirocinante: Luciano Meoni

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia:

− http://www.poliamore.org/domande-frequenti/

− https://www.scientificamerican.com/article/new-sexual-revolution-polyamory/

 

Bibliografia:

− Allport G. W. (1954), The Nature of Prejudice, Cambridge, Cambridge UP; trad. it. 1973, La natura del pregiudizio. Firenze: La Nuova Italia.

− Chapais, B. (2013), Monogamy, strongly bonded groups, and the evolution of human social structure, in Evolutionary Anthropology 2013, 22: pp.52-65. Hoboken (NJ): Wiley.

− Conley, T. D., Ziegler, A., Moors, A. C., Matsick, J. L., & Valentine, B. (2013), A critical examination of popular assumptions about the benefits and outcomes of monogamous relationships. In Personality and Social Psychology Review, 2013, 20(10), pp. 1–18.

− Hutzler K.T., Giuliano T.A., Herselman J.R., Johnson S.M.(2016), Three’s a crowd: public awareness and (mis)perceptions of polyamory, in Psychology & Sexuality 2014 7:2, pp.69-87. Milton Park (UK): Routledge.

− King, S. (2014). Attachment security: Polyamory and monogamy a comparison analysis, reperibile online su ProQuest Dissertations & Theses Global. Berkeley (CA): The Wright Institute.

− Vangelisti, A. L., Gerstenberger, M. (2004). Communication and marital infidelity. In J. Duncombe, K. Harrison, G. Allen, D. Marsden (Eds.), The state of affairs: Explorations in infidelity and commitment pp. 59–78. Mahwah (NJ): Lawrence Erlbaum Associates.

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