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Il malessere psicologico dovuto alla sensazione di non appartenenza al proprio sesso biologico, condizione nota come “disforia di genere”, porta molti individui transessuali a richiedere interventi ormonali e chirurgici per l’affermazione del genere al quale sentono in realtà di appartenere. Tuttavia, sia le terapie ormonali che gli interventi chirurgici possono comportare rischi significativi tra cui la fertilità potenzialmente o totalmente compromessa, a seconda del tipo di trattamento perseguito.

L’affermazione del genere consiste in tre fasi distinte (cosiddetti stadi di Tanner) fino alla transizione medico chirurgica: il primo stadio prevede l’uso di analoghi ormonali a rilascio di gonadotropina (GnRHa) subito dopo l’inizio della pubertà per impedire la comparsa di caratteristiche sessuali secondarie correlate al proprio sesso biologico. Il secondo stadio prevede l’uso di terapie ormonali, estrogeni per il maschio e testosterone per la femmina, per indurre caratteristiche sessuali secondarie del genere in cui si auto identificano. Il terzo stadio riguarda gli interventi chirurgici ricostruttivi sul torace e/o sui genitali, autorizzati dalla L. 164/82, (insieme al D.Lgs. 150/11) con sentenza da parte del Tribunale per la “rettificazione dell’attribuzione di sesso” e “rettificazione degli atti dello stato civile”.

Le linee guida internazionali raccomandano come fondamentale la consulenza medica prima dell’inizio della terapia ormonale per informare gli adolescenti sui possibili rischi legati alla fertilità e sulle risorse disponibili per preservarla. A tal proposito, si sostiene che il GnRHa, come anche il testosterone, sospendano lo sviluppo puberale senza compromissione a lungo termine della fertilità.

La terapia estrogenica altera in modo variabile la spermatogenesi ma non è accertato se la compromissione sia reversibile in caso di arresto della terapia ponendosi come sfida nella consulenza sulla fertilità. Diversamente accade per gli interventi di RCS (riattribuzione chirurgica del sesso) che prevedono la rimozione di ovaie/utero o testicoli causando sterilità permanente.

Le opzioni cliniche per la preservazione della fertilità (FP) negli individui con disforia di genere sono determinate dallo stato puberale e dallo stadio di transizione: all’inizio della pubertà i gameti non hanno caratteristiche ottimali per garantire la riproduzione, ma se si desidera la loro conservazione in questo periodo, si può ricorrere alla biopsia del tessuto gonadico e crioconservarlo.

Non vi è certezza che questo fornirà con successo la conservazione di gameti maturi stando al fatto che rimane un’opzione in via sperimentale dimostratasi efficace, per il momento, solo sugli animali. Attualmente il metodo consolidato per la conservazione della fertilità nei soggetti con disforia è la crioconservazione dei gameti nei pazienti adulti e post-puberali, idealmente prima del trattamento ormonale o chirurgico.

Nonostante la letteratura scientifica internazionale segnali che la percentuale dei transgender è compresa tra lo 0,5 e l’1,2%, popolazione piccola ma crescente, esiste una grossa disparità tra i tassi di desiderio di genitorialità e i tassi effettivi di FP. La mancanza di forti evidenze scientifiche sugli effetti dei trattamenti suggerisce una difficoltà per i medici di fornire dati certi e attendibili per i pazienti interessati, soprattutto per gli adolescenti che avvertono l’urgenza di intraprendere la transizione per ridurre il disagio psicologico.

Le pressioni e i pregiudizi dei familiari inoltre possono esacerbare la situazione di disagio e alienare i giovani TGD, che potrebbero reagire respingendo del tutto l’opzione della FP. Di rilevante importanza durante la consulenza è conoscere l’orientamento sessuale del soggetto che avrà implicazioni pratiche su come i gameti crioconservati potranno essere utilizzati in prospettiva di una genitorialità: un individuo biologicamente donna che decide di accedere a un percorso di FP per crioconservare i suoi ovociti e di sottoporsi alla transizione al sesso maschile avrà bisogno, per diventare genitore, non solo di qualcuno che fornisca spermatozoi ma anche di qualcuno che possa portare avanti una gravidanza.

Dunque il sesso biologico del suo futuro partner determinerà fino a che punto quest’ultimo potrà essere coinvolto nel concepimento/gravidanza o se potrebbe essere necessario coinvolgere un donatore e/o un surrogato. Allo stesso modo, l’uso di spermatozoi crioconservati di un individuo che transita al sesso femminile, può richiedere l’ovocita di un donatore e/o surrogato se il partner dell’individuo TGD è biologicamente maschio e per questo non potrà sostenere una gravidanza.

Altri ostacoli da non sottovalutare sono i costi finanziari, identificati come principale fattore di rinuncia alla FP, e l’assistenza sanitaria che varia largamente da un contesto clinico all’altro, non riuscendo ad accogliere tutte le esigenze degli utenti. Sebbene possano esserci opzioni di successo per la conservazione della fertilità, il processo decisionale deve essere sostenuto attraverso un approccio multidisciplinare e un coinvolgimento intimo del soggetto per garantire la massima soddisfazione e risultati in questo lungo e delicato percorso.

 

Tirocinante: Lucrezia Renda

Tutor: Fabiana Salucci

 

Bibliografia

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