Le perversioni femminili di Louise J. Kaplan

Etimologicamente il termine “perversione” indica un atteggiamento di deviazione ed allontanamento da ciò che viene considerato “normale”. Spesso, è la cultura di un popolo a dare significato sociale o a modificare il concetto di normalità, di quello che è giusto e che permette una uniformazione collettiva dei comportamenti umani. Chi si discosta da questa regolamentazione viene giudicato “anormale”, dunque deviante e perverso.

Più frequentemente il concetto di perversione è stato utilizzato in ambito sessuologico per sottolineare la non conformità di determinati comportamenti e preferenze erotico-sessuali al modello sociale di riferimento ed ha avuto un’accezione più negativa e pregiudizievole rispetto al concetto di “trasgressione”, riferibile invece al discostarsi, anche solo attraverso le fantasie e l’immaginario erotico, dalla sessualità normativa e socialmente condivisa, che occupa il primo posto nel continuum che va dalla normatività al disturbo parafilico (Quattrini F., Parafilie e devianza. Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico, Giunti Editore, 2015).

Ad oggi il termine perversione è stato sostituito dal termine scientifico parafilia (dal greco “filia” amore/attrazione e “para” deviazione), indicante quei comportamenti sessuali atipici per i quali la persona sente, in modo egosintonico, un intenso e persistente interesse sessuale «diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti» (American Psychiatric Association DSM 5- Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Raffaello Cortina, Milano, 2013).

Particolarmente interessante è il modo in cui il concetto di perversione è stato inteso, ed in questo senso ancora utilizzato, dai teorici della psicoanalisi e psicodinamica (da Freud a Kohut, da Mitchell, alla McDougall, ecc.). Lo stesso psicoanalista De Masi (De Masi F., 2007) ha riconosciuto la maggiore significatività del termine perversione rispetto a quello di parafilia, che si mostra invece più semplicistico, e ha condiviso il pensiero di Stoller (Stoller R. J., La perversion et le désir de faire mal, Nouvelle Revue de Psychoanalyse, 1984) relativo alla perversione intesa come una forma erotizzata dell’odio, dunque un’intensa eccitazione erotica derivante dal desiderio di danneggiare l’altro, espresso in un atto perverso, attraverso il quale l’individuo tenta di convertire il trauma dell’infanzia in un trionfo dell’adulto.

Merita trattazione più approfondita il pensiero della psicoanalista statunitense Louise J. Kaplan, in quanto è stata la prima a parlare specificatamente di perversioni femminili.

Secondo l’autrice, le perversioni sessuali sono azioni coatte e ripetitive, prodotto di una schiavitù che induce l’individuo ad adeguarsi a rigidi ruoli di genere maschile e femminile altamente stereotipati. Interiorizzandoli, «maschi e femmine crescono nella convinzione che le iniziative intellettuali, i ruoli sociali e le posizioni sessuali che assumeranno da adulti dipendono dal destino biologico. E se le perversioni maschili si manifestano in forma di atti sessuali proibiti che interpretano e caricaturano la performance genitale adulta, le corrispondenti perversioni femminili devono manifestarsi in campi che interpretano e caricaturano un ideale femminile di genere: innocenza, pulizia, spiritualità e sottomissione» (Kaplan L. J. ,1992, op. cit., p. 22).

Sono strategie psicologiche attraverso cui l’individuo sente di esistere e mette fine al proprio disagio, superando conflitti infantili ed identitari. Gli stessi che nella donna, secondo M. Valcarenghi (Valcarenghi M., 2008) sono riferibili alla repressione, in tempi remoti, dell’istinto sessuale femminile, automaticamente vincolato al senso di colpa e radicato poi nell’inconscio collettivo. Pertanto, la funzione della perversione consiste nel deviare dalla direzione naturale la libido e dirigerla verso comportamenti di compensazione, quale per esempio l’ipertrofia del materno (madri castranti, madri piovra) oppure l’omovestitismo (eccitazione derivante dall’indossare abiti di una persona dello stesso sesso), ovvero un modo per iperfemminilizzare il proprio aspetto ed ottenere una maggiore gratificazione intrapsichica mettendo a tacere i dolori sofferti nell’infanzia, il senso di colpa e la paura di ricevere punizioni.

La Kaplan dunque afferma l’esistenza di condotte perverse tutte al femminile, che non sono state cercate lì dove si annidano poiché sono costituite da dinamiche ben più sottili rispetto a quelle maschili più prevedibili (pedofilia, feticismo, esibizionismo, ecc.). Possono inquadrarsi all’interno di attività sessuali tipiche delle dinamiche legate alla perdita, all’abbandono e alla separazione. Si travestiranno, ad esempio, con abiti femminili comuni: la madre che accudisce, la moglie che obbedisce, persino l’amante passiva e rassegnata che attende di accogliere “i doni fallici”. In realtà, adesso diventerà lei la “donna fallica” in grado di provocare le sue erezioni ed un piacere intenso, compiendo la sua vendetta ed umiliando un uomo reso feticcio. In questo modo non sarà mai intuita la forza della loro brama di usare, possedere, dominare e si sentiranno confermate nella loro identità femminile, troppo schiacciata e sminuita, solamente quando saranno sessualmente eccitate, virili ed aggressive, consumando rapporti con l’uomo possessore del fallo (oggetto feticistico idealizzato) che riparerà le loro castrazioni. Se la donna non riceverà dal marito quel piacere sessuale atteso, potrà vendicarsi servendosi della famiglia ed in particolare dei figli maschi che diventeranno luoghi proiettivi di compensazione della sessualità (M. Valgarenghi, 2008). Questa perversione, definita come “erotomania materna del rapire bambini”, permette alla donna di riparare una castrazione servendosi di questo feticcio, visto come merce rubata. Meccanismo simile nella cleptomania, che rappresenta uno strumento di vendetta per chi immagina abbia ciò che ora lei non ha (una sorta di compensazione per il pene rubato).

Altre perversioni tipicamente femminili sono le automutilazioni o “piccoli assassini dell’anima”, così come definite dalla Kaplan. In questi casi la strategia perversa si manifesta durante l’adolescenza come strumento per prevenire il processo di perdita delle illusioni infantili e facilitare il processo di separazione dalle figure genitoriali. Ad esempio, nella tricotillomania (mania di strapparsi i capelli), dove si procede alla distruzione della propria bellezza e di ciò che la mamma considera segno di riconoscimento della figlia obbediente e della donna femminile, vi è una risposta perversa ad una madre dominante e ad un padre assente ed incapace di sostenere la figlia nel processo di separazione dal materno. L’automutilazione insieme a tutte quelle manipolazioni (depilazioni, stiratura dei capelli, permanenti, liposuzione, interventi di chirurgia plastica) alle quali le donne si sottopongono per rinnovare la loro bellezza e rendere il corpo nuovo oggetto di desiderio, servono a proteggere dalla disperazione e dalla frammentazione e a lasciare inconsce le angosce di separazione, abbandono e castrazione che diventerebbero intollerabili, prevenendo danni ben più gravi come la depressione, la psicosi, o addirittura l’omicidio. È bene specificare inoltre che non è il comportamento in sé che stabilisce se vi è nascosta una perversione, ma la strategia mentale che lo sottende, ovvero se nell’atto vi è la sensazione di segretezza, di rischio e di trasgressività ed ancora la volontà di mitigare il senso di vergogna e l’angoscia.

Il concetto di perversione femminile così esposto dalla Kaplan, ha dato la possibilità di comprendere meglio il filo che saldamente lega tra loro il concetto di identità femminile, il concetto del piacere sessuale, quale forza e riconoscimento, e quello di perversione sia come via di fuga da stereotipi di genere e sessuali troppo rigidi sia come manifestazione di una potenza femminile da lungo tempo negata per lasciare posto ad un sistema sempre più “maschiocentrico”.

 

Tirocinante: Antonella Lolaico

Tutor: Fabiana Salucci

 

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association (2013) DSM 5- Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi

Mentali, Raffaello Cortina, Milano.

De Masi F. (2007) La perversione sadomasochista. L’oggetto e le teorie, Bollate Boringhieri, Torino.

Kaplan L. J. (1992) Perversioni femminili. Le tentazioni di Emma Bovary, Raffaello Cortina Editore.

Quattrini F. (2015) Parafilie e devianza. Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico, Giunti Editore.

Stoller R. J. (1984) La perversion et le désir de faire mal, Nouvelle Revue de Psychoanalyse.

Valcarenghi M. (2008) L’aggressività femminile, Bruno Mondadori.

 

 

 


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