in LGBTQIA, Devianza e Parafilie

Quante volte, camminando per strada ed incrociando una persona provenire dalla direzione opposta, ci siamo soffermati per un secondo di più su quel viso, su quel corpo, attratti da ciò che l’altro ci rimandava?

Un andamento particolare, un profumo, la fisicità, persino gli indumenti che indossa: il corpo, così come ci insegna la semeiotica, comunica con modalità plurime e simboliche e lo fa con una modalità istantanea e potente.

Ciononostante, sebbene il linguaggio corporeo occupi il 93% della sfera comunicativa (Meherabian, 1971), è attraverso la comunicazione verbale che diamo vita a procedure di legittimazione ed esclusione attraverso cui diamo forma alla realtà che ci circonda: da ciò ne consegue che, se qualcosa non è resa reale dal linguaggio, allora necessariamente non può esistere.

L’identità e la sessualità sono le due dimensioni principali nelle quali questa dinamica si esplica; pensiamo all’invisibilità che subiva l’omosessualità nel passato e all’insieme di simbologie estetiche cui si faceva ricorso all’interno della comunità LGBT per potersi dare quel corpo che il linguaggio negava.

Che si indossasse un garofano verde all’occhiello come avveniva nell’800 o un fazzoletto posto a destra o a sinistra della tasca posteriore dei jeans, a seconda che si volesse comunicare una propensione al ruolo passivo o attivo così come si soleva negli anni ’70, nella comunità gay la “moda” ha permesso al corpo di comunicare con la stessa trasparenza delle parole.

E continua a farlo tutt’ora, anche se con modalità e forme differenti.

Oggi, più che far ricorso a dettagli estetici che possano comunicare con facilità il proprio orientamento sessuale, c’è una maggiore tendenza ad aderire a dei macro canoni estetici ben definiti e piuttosto irrealistici: un po’ come capita anche per i modelli di bellezza femminile.

Il modello cui un uomo omosessuale “dovrebbe” far riferimento è palestrato, depilato e prestante.

Stereotipi, questi, particolarmente dannosi nella subcultura della comunità gay, perché vanno ad incentivare la mascolinità e la massa muscolare, ghettizzando chi, da quel modello, inevitabilmente si discosta.

Un recente studio pubblicato da Psychology of Men & Masculinity ha rivelato che il 45% degli uomini gay è scontento della propria massa muscolare, contro il 30% degli uomini etero.

Come ulteriore conferma di quanto forte sia la pressione subita dagli uomini gay sul loro aspetto, ci sono statistiche circa l’incidenza dei disturbi alimentari che mettono in evidenza dei valori praticamente equivalenti a quelli che incidono sulla popolazione femminile e che, rispetto a quella maschile con orientamento etero, sarebbe pari a 10 volte di più.

Le motivazioni dietro questo fenomeno sono molteplici e tra di esse c’è sicuramente la discriminazione e il senso di inadeguatezza, per cui, immaginando di poter raggiungere e far proprio un modello di bellezza ideale, di riflesso ci si potrebbe sentire più accettati dalla società.

Interessante ed esemplificativo l’intervento di Zach Rawlings, specialista di disturbi alimentari, su Tonic e riportato su Internazionale: “Agli albori della lotta per i diritti gay le persone della nostra comunità stringevano legami profondi attraverso l’attivismo. Dopo esserci battuti contro l’oppressione, l’aids (…) il nostro senso di alleanza sembra aver perso colpi e lo spirito di collaborazione ha lasciato il posto a quello della competizione”.

Una competizione nociva, chiaramente, se solo ripensiamo all’impatto devastante che ha avuto nel tempo l’imposizione di modelli estetici irraggiungibili sulle donne.

Uscire dal modello del corpo iperfunzionale, che trova diffusione e approvazione nei modelli omosessuali mainstream, comporterebbe dare più visibilità anche a quei corpi che non vengono mediaticamente approvati, riconoscendo di conseguenza a tutti la libertà di esistere e mostrarsi così come si è.

A cura della tirocinante IISS: Nicoletta Massa

Tutor: Davide Silvestri

 

Sitografia

http://www.bossy.it/gay-semiotics-labito-comunicazione-nella-comunita-gay.html

https://www.internazionale.it/bloc-notes/claudio-rossi-marcelli/2018/01/26/gay-belli-impossibili

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