Linga Puja: il rito di adorazione del pene di Shiva

Sebbene sia più famosa, per un più recente impatto mediatico, la festa del pene in Giappone, il Kanamara Matzuri (di cui si parlerò in un prossimo articolo), in realtà uno dei più antichi e documentati culti della forma fallica deriva dalla tradizione induista. L’induismo ha come fulcro del suo culto la Trimurti, una sorta di trinità che può essere anch’essa concepita in realtà come una e trina con tre aspetti assimilabili a tre forme archetipali: Brahma è colui da cui tutto nasce e colui che dà la vita, Vishnu è colui che preserva la vita e Shiva, anche detto il distruttore, è colui che ha il potere di porre fine alla vita dell’universo stesso (sorge spontaneo un parallelismo con le Moire).

Il 17 di febbraio in India si celebra lo Shivaratri ovvero il matrimonio tra Shiva e sua moglie Parvati: questo giorno di festa è forse il più importante per il culto di Shiva e viene simbolizzato proprio da quello che viene quasi universalmente riconosciuto come il suo Pene eretto (il Lingam) molto spesso circondato dalla rappresentazione della Yoni, ovvero la sacra vagina di Parvati. Le associazioni più frequenti e naturali riconducono ai miti della fertilità, dell’abbondanza, della fecondità e della rigenerazione. Come avviene anche in altri riti dell’induismo il lingam si deve cospargere letteralmente di acqua, latte, banane, dolci e fiori: la spiritualità indiana ha una sua forma di immanenza e materialità che si riflette in queste pratiche a dimostrare come ci sia meno dualismo tra spirito e corpo rispetto alle forme di culto occidentali. Secondo la mitologia indiana la rappresentazione di lingam e yoni insieme simboleggerebbe il fatto che Shiva e Parvati sono essenzialmente due aspetti della stessa entità in una “non dualità” creativa da cui scaturisce l’energia vitale che permette all’universo di godere della sua forza generatrice, la shakti, che reca in sé però anche un potenziale distruttivo, come di fatto è l’energia anche sul piano fisico della realtà.

Per molti studiosi – soprattutto indiani – questa interpretazione è riduttiva e sessuocentrica (tipicamente occidentale) affermando che il lingam rappresenti soltanto l’energia cosmica che permette la vita, senza alcun rimando al fallo. Probabilmente sono vere entrambe, dato che la religione induista è priva dei classici tabù e scissioni corpo-spirito tipici dell’occidente monoteistiico. Non si può non citare il Kama Sutra – letteralmente traducibile come “il libro del piacere”.

Tuttavia è interessante sottolineare come si veneri proprio la simbolizzazione del pene di Shiva e non di altre divinità, ovvero il membro della divinità collegata alla morte e alla distruzione: questo non può che ricondurre al costrutto psicologico di Eros e Thanatos (amore e morte) di Freud che, ricordiamo, contrappone la pulsione di morte alla pulsione erotica e fisica dell’Eros. Laddove quest’ultimo ricerca il soddisfacimento del piacere in una costante tensione verso l’oggetto del desiderio, Thanatos è una tensione verso uno stato inorganico e quindi verso l’eliminazione della tensione per tornare ad uno stato di quiete, però attraverso una pulsione auto ed eterodistruttiva, annientativa. Entrambi convivono nello stesso soggetto e dal rapporto sempre cangiante tra queste deriva proprio la tensione vitale collegata al desiderio e al suo soddisfacimento, o alle conseguenze distruttive dello stesso.

Il lingam è rappresentato in una moltitudine di templi dedicati a Shiva in India e in tutto il Sud Est asiatico, e viene venerato in modo molto sentito dalle popolazioni locali. Shiva in ultima analisi rappresenta allo stesso tempo la distruzione e la creazione, un potere che dà la vita e la disintegra.

Il significato profondo di questo culto credo possa essere riconducibile all’identificazione del singolo con una tale energia vitale che tutti sperimentiamo nel quotidiano nella continua ricerca del soddisfacimento dei bisogni primari e al contempo esso potrebbe essere atto a esorcizzare, e con questo in fondo ad accettare, proprio il potenziale distruttivo e autodistruttivo che ogni desiderio inevitabilmente porta con sé. Nell’atto sessuale stesso ciascuno può sperimentare quel senso di liberazione dalla tensione, di rilassatezza e di piacevole abbandono successivi a un orgasmo, che però può trasformarsi anche in senso di vuoto, di angoscia e di solitudine in alcuni individui. La maturità e il benessere psicofisico si fondano su una serena accettazione di questo dualismo insito nella vita stessa e in tutte le sue manifestazioni, come ad esempio le fasi di eccitazione, plateau, orgasmo, risoluzione e refrattarietà dell’atto sessuale: per questo la salute è spesso associata a una condizione di fluidità e di adattamento costante all’ambiente e agli stimoli, siano essi positivi o negativi, laddove ogni forma di rigidità e fissazione risulta spesso foriera di problematiche più o meno importanti.

Tirocinante: Giorgio Carducci

Tutor: Fabiana Salucci

BIBLIOGRAFIA:

  • Freud S., Al di là del principio di piacere, in Opere di Sigmund Freud, Bollati Boringheri, 1986, Torino.
  • Graves R., I miti greci, Longanesi, 1963, Milano.
  • Johnson, W.J., A Dictionary of Hinduism, Oxford University Press, 2009, Oxford (USA).
  • Zimmer, H.R., Myths and symbols in Indian art and civilization, Princeton University Press, 1946, Princeton, New Jersey.
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