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Nel suo celebre Simposio, Platone racconta di un essere perfetto che riuscì a suscitare le invidie persino del grande Zeus. Era l’Ermafrodita, unico, completo, con caratteristiche sia maschili che femminili. Questo essere eccezionale aveva infatti due facce, una maschile (illuminata dal Sole) ed una femminile (illuminata dalla Terra), un corpo tondeggiante, quattro gambe e quattro braccia, quattro orecchie e entrambi gli organi genitali. Questa perfezione e completezza finì per rendere gli Ermafroditi terribilmente superbi, così Zeus li punì dividendoli in due parti distinte, uomini e donne. Essi, da allora in poi, vissero la loro esistenza alla ricerca della parte mancante, sapendo che unirsi ad essa li avrebbe fatti sentire di nuovo “interi” (Panzeri 2013).

E’ interessante notare come la mitologia aiuti ad esplorare con grande acutezza sia aspetti interiori della psicologia e del vissuto umani, ma anche aspetti e stereotipi della società contemporanea. Basti pensare ad esempio all’etimologia della parola “sesso”, dal latino sexum che significa “separato”, illuminante alla luce del mito dell’Ermafrodita di Platone. Oppure è interessante soffermarsi per un attimo sull’origine dei simboli di maschio e femmina; il primo rappresenta lo scudo di Marte, dio della guerra, il secondo lo specchio di Venere, dea dell’amore e della bellezza. E poi riflettiamo: sembrerebbe non esserci scampo da quegli stereotipi di genere tanto difesi e al tempo stesso tanto combattuti su cui oggi si dibatte senza sosta. L’uomo: forte, combattente, spigoloso, che trae la sua forza dal Sole (fuoco, luce, yang); la donna: bella, materna, accogliente, che trae invece il suo potere dalla “madre” Terra (fertile, generosa, che accudisce con i suoi frutti e i suoi ripari, yin), (Panzeri 2013). La cultura popolare, con tutti i suoi detti e luoghi comuni, arricchisce non poco questi stereotipi, seppur con ironia e altrettanto spesso con atteggiamento sarcastico. E’ ovvio anche che le differenze culturali rendono la questione ancora più intricata.

Quando si parla di psicologia del senso comune si ha a che fare con le credenze ingenue e spesso implicite che ogni cultura elabora su cosa dovrebbe significare essere maschi o essere femmine, sia in base all’esperienza di ciò come attributo personale fondato su basi organiche, sia come conseguenza delle relazioni sociali; l’influenza che una psicologia ingenua ha avuto nel legittimare asimmetrie di genere è quello che molto spesso ha finito con il semplificare la differenza riconducendola al dato biologico, da una parte, e agli stereotipi sui ruoli sociali appresi, dall’altra.

La cosiddetta psicologia delle differenze di genere nascerà solo negli anni ’60 sotto la spinta dei movimenti femministi introducendo, per la prima volta, un discorso più ampio sulla parità di genere. Gli studi di Maccoby e Jacklin andranno proprio in questa direzione e analizzando le ricerche di un decennio sugli stereotipi di genere arriveranno ad affermare che il tratto di personalità che spiegherebbe la differenza tra i generi sarebbe l’aggressività, tratto propriamente maschile. Più tardi comunque si introdurrà un discorso sulla “passività” tutta femminile, riaprendo in questo modo la strada ad una riflessione che verta sulle somiglianze.

Nel XIX secolo con l’avvento di nuove e sofisticate tecnologie in biologia ci fu una certa tendenza a separare i due generi: ad esempio le ricerche sulle strutture cerebrali che si attivano differentemente in risposta agli stessi compiti e le forme d’intelligenza localizzate differentemente nei lobi di maschi e femmine finiscono con l’esaltare ancora più aspramente le differenze a favore del sesso maschile, rendendo concreto il dualismo anche sul piano organico oltre che su quello psicologico. Tale progresso scientifico ripropone in parte la psicologia evoluzionistica di Darwin, per cui la lotta fra individui, specie, classi sociali e ora fra i generi, sarebbe una conseguenza della selezione naturale (Gelli 2009).

A Freud è riconosciuto il merito di avanzare una definizione della donna che prescindesse dalla mera funzione sessuale; inoltre non esitò a scorgere nelle richieste di parità avanzate dai movimenti femministi un sintomo di un possibile complesso di castrazione.

Secondo Winnicott essere l’oggetto (modalità femminile) e possedere l’oggetto (modalità maschile) sarebbero compresenti alla nascita, ma inizierebbero a differenziarsi nel corso dello sviluppo. Negli anni ’70 alcune studiose americane, legate alla teoria delle relazioni oggettuali, hanno approfondito la relazione precoce madre-bambino ponendo attenzione al fatto che nel tramandare il maschile ed il femminile, nelle generazioni, si trasmettono, a livello sia psicologico sia sociale, modelli di dominio-sottomissione tra i sessi. Queste elaborazioni più recenti creeranno un ponte tra femminismo post- moderno e psicoanalisi (Gelli 2009).

All’interno della cultura occidentale l’uomo da sempre è stato percepito come forte, logico, razionale e indipendente, impegnato in attività lavorative ed intellettuali, mentre la donna è stata vista come bisognosa di protezione, fragile, tendente all’ascolto e all’espressione delle emozioni, volubile, occupata in attività domestiche e nella cura delle persone. Alla determinazione e al coraggio maschili si contrappongono quindi comunemente lo spirito di sacrificio e la dedizione femminili. Risulta chiaro come questa netta separazione abbia impedito fortemente di raggiungere la parità tra uomini e donne e legittimato purtroppo molteplici abitudini e pratiche che avevano il solo scopo di controllare e mortificare le capacità e la libertà delle donne (Consolo 2017). Da pochi decenni a questa parte questi antiquati stereotipi di genere sono stati in parte superati, sia grazie ad una società in rapida trasformazione sia grazie alle lotte dei movimenti femministi e all’approvazione di leggi che hanno contrastato le più evidenti discriminazioni nei confronti delle donne (istruzione, lavoro, carriera). Uno dei traguardi più importanti è stato però la rivendicazione dell’esistenza del piacere femminile e del diritto di ricercarlo. Oggi, grazie ai numerosi cambiamenti sociali dovuti principalmente all’emancipazione economica delle giovani donne è divenuto naturale, per queste, vivere la sessualità in modo più libero, tanto da mettere in crisi il classico modello della sessualità maschile (Consolo 2017).

Tirocinante: Emanuela D’Alessio

Tutor: Davide Silvestri

Riferimenti bibliografici

Consolo I. (2017), “Il piacere femminile”. Giunti, Firenze.

Gelli B. (2009), “Psicologia della differenza di genere”. Franco Angeli, Milano.

Panzeri M. (2013), “Psicologia della sessualità”. Il Mulino.

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