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Durante la menopausa i cambiamenti fisiologici provocati da un calo dei livelli di estrogeni e di testosterone possono minare il desiderio e la qualità dei rapporti sessuali andando potenzialmente a compromettere il benessere globale della donna.

Tuttavia, ciò non è sempre vero per tutte considerando che i quadri sintomatologici possono presentarsi con livelli di severità variabile da caso a caso e che la sessualità può non avere la stessa importanza per ogni individuo.

Nei casi in cui il calo della libido e la modifica della qualità dei rapporti sessuali vadano ad inficiare il benessere della donna, lo stress che ne consegue può associarsi ad un cambiamento nel modo di percepire, oltre che il sesso, anche la propria identità.

Ciononostante le soluzioni agli effetti collaterali della menopausa esistono e si diversificano a seconda della sintomatologia, che tendenzialmente si presenta attraverso l’atrofia vulvovaginale e la sindrome genitourinaria.

Gli effetti collaterali della menopausa: uno sguardo più ravvicinato

Come è stato precedentemente menzionato, il cambiamento ormonale è alla base della sintomatologia su cui vanno ad alimentarsi i sintomi più frequenti della menopausa e che, anche se non sempre di natura esclusivamente sessuologica, (pensiamo agli sbalzi di umore, all’aumento di peso o alle vampate di calore) possono già di per sé influenzare la funzione sessuale.

A ciò possono accostarsi anche quadri sindromici più squisitamente sessuologici, tra cui il desiderio sessuale ipoattivo e le già citate atrofia vulvovaginale e sindrome genitourinaria.

Nel primo caso, uno studio americano ha permesso di concludere che circa 1/3 della popolazione soffre di un calo del desiderio e che ciò, anche se può affliggere una donna in diversi momenti della sua vita e non esclusivamente durante la menopausa, è stato riscontrato con maggiore frequenza nelle donne appartenenti a quest’ultimo gruppo, specialmente se presentano altre problematiche urogenitali (come l’incontinenza), difficoltà nel raggiungere l’orgasmo e se hanno tra i 35 e i 65 anni.

La variabile età, infatti, assume un ruolo cruciale in tal senso, questo perché le disfunzioni sessuali tendono ad aumentare con il passare del tempo e tali cambiamenti fisici vengono spesso accettati passivamente, quasi fossero una condizione inevitabile con cui prima o poi fare i conti. Non a caso l’atrofia vulvovaginale è spesso un disturbo sottodiagnosticato, contro cui invece molto si può fare.

Più in particolare, esso si caratterizza per un’involuzione che riguarda tutti i tipi di cellule che compongono il tessuto vaginale e vulvare, traducendosi nel sintomo della secchezza genitale e conseguentemente nel bruciore, dolore alla penetrazione e sintomi urogenitali come cistiti post-coitali e minzioni più frequenti. Sono proprio questi ultimi sintomi ad aver portato i professionisti a preferire la dicitura “sindrome genitourinaria” ad “atrofia vulvovaginale” a causa della compartecipazione di disturbi che riguardano anche la funzionalità dell’apparato urinario.

Da uno studio condotto da Ereckson E.A et al (2016) è emerso che su un campione di 279 donne, ben 183 presentavano almeno uno dei sintomi sopracitati, il 10% ne riportava cinque o più ed il 6% presentava tutto il quadro sintomatologico.

L’elevata percentuale di donne che si trova a manifestare i sintomi del presente quadro clinico, però, non sempre si trova a denunciare la problematica al proprio medico: lo studio europeo Revive ha infatti messo in luce che su 3700 donne in Italia, Germania e Regno Unito, solo nel 10% dei casi l’argomento veniva discusso con lo specialista.

Sebbene negli ultimi tempi l’attenzione a tale problematica stia aumentando, alcune recenti statistiche mostrano che spesso la difficoltà a parlarne sta nella scarsa conoscenza dei fenomeni fisiologici che avvengono naturalmente durante il periodo della menopausa. Se infatti solo il 4% attribuisce all’atrofia vulvovaginale le problematiche di secchezza e dolore, più della metà delle donne (67%) crede che il passare del tempo migliorerà la sintomatologia, senza prendere in considerazione che il calo degli estrogeni è un fenomeno che continuerà a far manifestare, con severità crescente, il quadro clinico problematico.

 Le soluzioni: pillole, gel e… sesso.

Le cure più efficaci risultano essere quelle ormonali, dunque sia estrogeni che testosterone da applicare localmente, mentre per chi non può seguire una terapia di questo genere può comunque trarre beneficio dall’acido ialuronico vaginale ad esempio o dall ‘ospemifene, un farmaco che funge da stimolatore selettivo dei recettori estrogeni.

Per combattere la secchezza, invece, è altresì utile sfruttare dei lubrificanti a base di acqua per aggirare il bruciore e favorire la penetrazione.

Ulteriori alternative sono la radiofrequenza o il laser (anche se molto costose) o gli esercizi di Kegel per allenare il pavimento pelvico.

In definitiva, individuare l’eziologia del problema e la sintomatologia che più grava sul benessere psicosessuale della donna è lo step necessario per scegliere al meglio l’intervento terapeutico cui far ricorso e per salvaguardare non solo la coppia, qualora sia presente, ma anche la propria dimensione sessuale che merita di essere coltivata e vissuta anche con il passare dell’età.

E ciò perché, come mostrano alcune indagini in materia, continuare a vivere il sesso serenamente è il fattore preventivo per eccellenza contro i sintomi della menopausa e scegliere di intraprendere un percorso di sostegno psicologico, qualora la coppia abbia difficoltà ad accettare un’eventuale modifica della vita sessuale, risulta essere altrettanto funzionale e positivo per il benessere della donna in particolare e dei partner in generale.

 

Tirocinante: Nicoletta Massa

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia

http://www.repubblica.it/salute/benesseredonna/menopausa/2017/10/18/news/menopausa_over_50_il_sesso_e_possibile-178513039/

https://www.medicinenet.com/menopause_and_sex/article.htm

https://www.menopause.org/for-women/sexual-health-menopause-online/sexual-problems-at-midlife/decreased-desire

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26316248

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19464129

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26645820

 

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