in Informazione ed educazione, Sexlog

Per mutilazioni genitali femminili (MGF) si intendono tutte quelle pratiche che portano alla parziale o totale rimozione dei genitali femminili esterni. Le mutilazioni vengono generalmente effettuate utilizzando oggetti rudimentali, come coltelli, forbici, lamette da barba, ecc., e quasi sempre senza l’uso di alcun tipo di anestetico.

Proviamo per un istante ad immaginare cosa voglia dire trovarsi a subire un intervento di tale portata, senza anestetici, in condizioni igieniche discutibili, e senza possibilità di disinfettare gli strumenti o la ferita, quindi con il rischio di contrarre eventuali infezioni, che potrebbero portare anche alla morte. Infatti, come riportato dall’UNICEF “oltre ad essere pratiche estremamente dolorose, le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico, a causa delle cospicue perdite ematiche, a quello neurogenico, provocato dal dolore e dal trauma, o ancora ad un’infezione generalizzata (sepsi).”

Ulteriori conseguenze possono riguardare la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

Ma per quale motivo vengono praticate? Le principali ragioni riguardano aspetti:

  • Sessuali: ridurre la sessualità femminile, portando ad una riduzione o talvolta all’alienazione della capacità delle donne di raggiungere l’orgasmo, così da impedire di sentire ogni forma di piacere, prevenendo la promiscuità e preservando la verginità.
  • Culturali: come il mantenimento delle tradizioni.
  • Sociologiche: ad esempio l’iniziazione delle adolescenti all’età adulta.
  • Igieniche ed estetiche: in alcune culture i genitali femminili vengono considerati portatori di infezioni o visivamente sgradevoli.
  • Sanitarie: si crede, erroneamente, che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e anche la sopravvivenza del bambino.
  • Religiose: vi è la credenza che tale pratica sia prevista da testi religiosi, come ad esempio nel Corano, cosa assolutamente falsa. Nella religione musulmana, in particolare, è solito etichettare le donne non circoncise come “cattive musulmane”, questo perché è usanza associare la circoncisione con la purificazione e la pulizia, due requisiti indispensabili dell’Islam, meglio conosciuti con il nome di Tahara.

È importante evidenziare che le mgf sono praticate soprattutto in paesi prevalentemente dominati dagli uomini, dove le donne faticano a raggiungere posizioni di spicco e sono generalmente relegate in casa. Infatti, a causa soprattutto di motivi religiosi, le donne devono arrivare vergini al matrimonio e quindi, per preservare e proteggere la verginità, sono sottoposte alle pratiche di mutilazione genitale. Questo perché si teme che le ragazze non siano in grado di contenere il loro desiderio sessuale durante l’adolescenza, cercando così di avere rapporti sessuali prematrimoniali. Potremmo quindi riassumere le mgf come una forma di controllo sociale di donne e ragazze che vivono in società patriarcali, dove il loro unico ruolo è quello di mogli e madri.

Il paradosso sta però nel fatto che gli uomini sanno molto poco riguardo a tale pratica, la quale viene incentivata e portata avanti dalle donne stesse, in particolare dalle anziane del villaggio,  spinte dalla convinzione che le loro figlie, se circoncise, diventeranno più belle e rispettabili.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha classificato tali pratiche in quattro diverse categorie, in relazione alla loro gravità:

  • Clitoridectomia/circoncisione (tipo I): rimozione totale o parziale della clitoride o del prepuzio.
  • Escissione (tipo II): rimozione totale o parziale della clitoride e delle piccole labbra, con o senza asportazione delle grandi labbra.
  • Infibulazione (tipo III): asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con successiva cauterizzazione, alla quale segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro che permetta la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.
  • Altre pratiche di mutilazione non classificate (tipo IV), come ad esempio l’uso di piercing, la cauterizzazione e taglio della vulva, l’uso di acidi, ecc.

Le mgf vengono generalmente praticate su bambine di età comprese tra i 4 e i 15 anni, ma in alcuni Paesi, l’età alla quale vengono effettuate le mutilazioni si abbassa drasticamente, arrivando a operare bambine con meno di un anno di vita, come ad esempio in Eritrea o nel Mali, o addirittura neonate di pochi giorni, ad esempio nello Yemen.

L’UNICEF considera tali pratiche una evidente violazione dei diritti basilari delle donne, sanciti nei vari trattati internazionali, in particolare nella conferenza mondiale sui diritti umani di Vienna del 1993, violando anche il diritto alla salute, alle pari opportunità, alla tutela da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani. Prima di tale trattato, la risposta delle varie nazioni al problema era stata solo quella di medicalizzare le circoncisioni, così da ridurre il rischio di infezioni e mortalità.

Stando ai dati riportati, la maggior parte delle donne che subiscono tali pratiche si trovano in 29 Paesi africani, con un’incidenza altissima, toccando circa il 90% della popolazione femminile. In particolare, il Sudan rientrava nel paese peggiore al mondo in termini di diritti delle donne; ma una svolta importante è stata raggiunta quest’anno grazie alla modifica del Criminal Act, introducendo una legge che prevede una pena di tre anni di carcere per chi verrà sorpreso a praticare mutilazioni di qualsiasi tipo. Anche per Salma Ismail, portavoce sudanese dell’UNICEF, si tratta di una decisione importante nella storia del paese: «La legge aiuterà a proteggere le ragazze da questa pratica barbara e consentirà loro di vivere con dignità e aiuterà le madri che non volevano mutilare le loro ragazze, ma sentivano di non avere scelta, a dire “no”».

Purtroppo, come del resto tutte le pratiche ben radicate all’interno di una società, non è sufficiente una legge per garantire l’abolizione delle mgf; è infatti indispensabile affiancare alle leggi campagne educative per garantire un maggior cambiamento a livello sociale. Un importantissimo esempio arriva proprio della modella somala Dirie Waris, che da bambina venne costretta dalla mamma e dalla nonna a subire la mutilazione, e che ad oggi è la portavoce della campagna delle Nazioni Unite contro le mgf.

 

Tirocinante: Sonia Sarti

Tutor: Fabiana Salucci

 

Sitografia

Mutilazioni Genitali Femminili: ecco perché vanno fermate

Il Sudan ha vietato le mutilazioni genitali femminili

https://www.notizie.it/esteri/2020/05/02/sudan-vietate-mutilazioni-genitali/

https://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.html

Condividi

Lascia un commento

Scrivi e poi premi Invio per cercare